La Fiction: Quel teatro della quotidianità chiamato “Un Posto al Sole”

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Questo libro è scritto per voi. Per voi che ogni sera, dal lunedì al venerdì, entrate nel condominio di Palazzo Palladini, ne condividete le storie, gli amori, i tradimenti...

Questo libro è scritto per voi. Per voi che ogni sera, dal lunedì al venerdì, entrate nel condominio di Palazzo Palladini, ne condividete le storie, gli amori, i tradimenti, le separazioni, i matrimoni e i funerali. Questo libro è scritto per voi che lo vedete dalla prima puntata e per voi che avete cominciato a vederlo per caso e non avete più smesso. Questo è l’incipit del saggio di Marco Mele “Metti un Posto al Sole” (Testepiene, 2010) che narra la storia della prima soap italiana dal momento della sua ideazione fino ai giorni nostri.

Era il 21 ottobre 1996, infatti, quando partì su RaiTre l’esperimento ideato da Giovanni Minoli (con Wayne Doyle, Adam Bowen e Gino Ventriglia) per risollevare il Centro di Produzione Rai di Napoli. Basata sul format australiano Neighbours, la soap di RaiTre è riuscita incredibilmente a coinvolgere gli italiani creando negli anni un appuntamento imprescindibile per oltre due milioni di telespettatori. Media di share tra l’8 e il 10%, punte di oltre il 13%, 16 mila contatti quotidiani sul sito ufficiale e 46 milioni di contatti annui: UPAS, come viene simpaticamente definita dai fan, è un marchio ormai consolidato, rivelatosi un vero e proprio trampolino di lancio per numerosi attori. Nel corso delle tremila puntate e dei quattordici anni di vita quotidiana, poi, hanno lavorato 120 registi (tra cui Gabriele Muccino) e 210 sceneggiatori. Sono state scritturate 4000 persone tra guest e figurazioni speciali, hanno partecipato oltre 50000 comparse, sono state girate quasi 52.000 scene per 73.000 minuti di trasmissione.

Il saggio di Marco Mele (giornalista de “Il Sole-24Ore”) sceglie di ripercorrere proprio le tappe fondamentali della creazione, ideazione e costruzione del primo modello seriale industrializzato italiano. E lo fa attraverso una carrellata di interviste con il cast della soap che racconta il proprio lavoro e la propria vita privata, con gli sceneggiatori, i produttori e gli organizzatori che parlano del dietro le quinte di un vero e proprio romanzo popolare. Il libro è organizzato in quattro sezioni: attori, dietro le quinte, la storia, i fedelissimi.

Il fenomeno viene raccontato in modo complessivo con un’attenzione particolare al lato industriale e produttivo senza però dimenticare gli aspetti umani e di star system e, in particolare, la centralità di Napoli nella sua narrazione. Proprio la città partenopea ha rappresentato fin dall’inizio il cuore pulsante della soap. Come emerge dalle pagine del libro è forte e costante  la volontà di valorizzare Napoli. Renata Anzano (organizzazione generale Grundy Italia) ritiene che: c’è uno scambio continuo tra Un Posto al sole e Napoli. Così come Giovanni Minoli ricorda nelle pagine del libro i numerosi problemi per realizzare il progetto a Napoli e gli attacchi interni ed esterni che arrivarono nei confronti del prodotto. Non si riusciva a capire che si stava costruendo la catena di montaggio della fantasia applicata al racconto. Come afferma nel saggio Wayne Doyle, manager Sky: all’inizio Un posto al sole non era napoletano; eppure la città mi è sembrata subito un posto fantastico per la serialità, con i suoi contrasti, ricchi e poveri, belli e brutti; a Napoli c’è tutto, anche mare e sole. Come scrive Baudo nella prefazione: la forza di Un posto al sole sta in questo: è fatta a Napoli, ma non è un’opera napoletana. Un posto al sole è un’opera italiana, è un’opera universale.

Il modello, come appare in modo lampante dai racconti degli ideatori, conteneva già al suo interno una grande novità industriale, narrativa, contenutistica, organizzativa. Un prototipo industriale che ha dato alla produzione nazionale la possibilità di mettere in moto delle “macchine” produttive che permettessero di liberare del denaro per fare operazioni più grandi e costose. Dal punto di vista produttivo emerge, poi, con forza e completezza dal saggio, come si tratti di un lavoro abbastanza complesso, ferrato e compatto. Questo tipo di format, con la produzione giornaliera, continua, è un’industria dove tutto deve funzionare alla perfezione. L’obiettivo è quello di unire la qualità delle riprese con la quantità di puntate girate, per ogni puntata sono circa 18-20 scene, per un totale di 24 minuti di messa in onda. La serie è divisa in blocchi e il tempo di registrazione è circa di un mese e mezzo prima rispetto alla messa in onda di ogni puntata. La divisione in blocchi è dovuta principalmente al fatto che, nella fase in cui vengono girate le scene, si alternano diversi registi. Per rendere più omogeneo il lavoro, ad ogni regista viene assegnato un blocco di 5 puntate che richiede un tempo di preparazione, con sopralluoghi agli ambienti per le scene esterne e organizzazione del lavoro, di circa tre settimane e un’altra settimana per girare materialmente le scene e revisionare il blocco completo. In una settimana, quindi, gli attori preparano le cinque puntate dell’intera settimana.

Dal saggio si evince, inoltre, la forte fidelizzazione del pubblico nei confronti delle storie della soap. Un pubblico, popolare ed elevato, che rappresenta la forza e l’energia della narrativa televisiva, come ci raccontano i fedelissimi. Un pubblico che ha trovato nella soap un prodotto capace di combinare estro creativo e necessità economiche. Un format originale e unico nel suo genere. Una soap che va dietro al sentire comune della gente; che risponde allo straordinario bisogno di storie rassicuranti, di certezze, di tradizioni. Al tempo stesso è stata in grado di descrivere Napoli a 360 gradi, con i suoi pregi e i suoi difetti, catturando, nonostante la marcata impronta “meridionale”, un pubblico eterogeneo.

In definitiva un prodotto al tempo stesso conservatore, ma moderno che sente e vive lo spirito del tempo; come afferma nel saggio la giornalista Armida Cuzzocrea: fa capire il paese più di un telegiornale. È uno Zeitgeist.

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