Condividi su facebook
Condividi su twitter

Giardini di guerra e di guerriglia

di

Data

Non sempre ‘giardinaggio’ è quell’attività piacevole e rilassante che siamo soliti associare alla parola: pigre mattinate di un giorno festivo...

 

Immagine-manifesto dal sito: http://www.guerrillagardening.it (v. in seguito)

Non sempre ‘giardinaggio’ è quell’attività piacevole e rilassante che siamo soliti associare alla parola: pigre mattinate di un giorno festivo a tramestare con la terra e le piante; o incantevoli meriggi sospesi, alla ricerca di un profumo di cui ci sfugge l’origine, di un inusuale accostamento di colori…

In altri tempi, o in altre parti del mondo, coltivare è stata – è tuttora – un’attività indispensabile, di sopravvivenza. Anche da noi, in un passato non troppo remoto – quello dei nostri genitori – ci sono stati tempi grami, che qualcuno ancora ricorda e di cui esistono prove documentali.

Nel periodo di poco antecedente alla II guerra mondiale furono istituiti in Italia gli ‘orti di guerra’, per propagandare l’autarchia di regime e spingere al massimo la produzione agricola nazionale…

Roma 1941: un ‘orto di guerra’ ai Fori Romani con – in basso – i giardini intorno trasformati in campi di grano

“Orto di guerra: piccolo appezzamento che, in tempo di guerra, viene ricavato da un giardino o da un parco pubblico per potervi coltivare ortaggi, verdure, legumi e così sfamare la popolazione. Espediente tipico di un’economia di sopravvivenza. Qualsiasi spazio diventa buono per seminare: minuscoli orti di guerra si possono perfino fare in casa, nella vasca da bagno o dentro scatole di scarpe” (E. Albinati).

1941. A Milano, in piazza del Duomo, si trebbia il grano degli orti di guerra cittadini [queste foto e le precedenti: dal web]
Copertina delle due edizioni del libro di Edoardo Albinati: ‘Orti di guerra’ (Fazi Editore, 1997; Fandango Libri, 2007)

Giusto per dire quali strani frutti possono nascere, a partire da una suggestione, c’è un libro proprio con questo titolo, che tratta di tutt’altro…

Albinati riprende in modo metaforico l’idea degli orti di guerra, in una raccolta di piccoli scritti: “più flusso di pensieri che diario, più almanacco che galleria di immagini simboliche o raccolta di haiku…”

“Ho cercato di buttare in un quadrato di righe i semi dell’epoca, sperando che crescesse qualcosa di cui nutrirsi, con cui sopravvivere giorno dopo giorno. Insomma, un’economia di guerra applicata alla prosa. (…) …semi preziosi piantati in poca terra. È dunque un almanacco compilato nel cuore degli anni novanta…” (Edoardo Albinati)

 

Il mondo dei giardini è attraversato anch’esso da tensioni, correnti di pensiero, comportamenti – inconcepibili fino a pochi anni fa – che i tempi ci hanno portato a considerare possibili. Di ‘giardinaggio militante’ parla questo libro recentemente edito da Kowalski (2009)…

Copertina del libro ‘Guerrilla Gardening’, opera degli stessi ideatori del sito italiano del movimento, che “nel tempo lasciato libero dalla guerriglia… gestiscono una società di giardinaggio e progettano giardini giapponesi”

Derivato dai movimenti hippie degli anni ’70, il termine ‘guerrilla gardening’ venne usato per la prima volta nel 1973, da parte di Liz Christy e il suo gruppo Green Guerrilla, nell’area di Bowery Houston, New York. Questo gruppo trasformò un derelitto appezzamento privato in un giardino. Il movimento si diffuse quindi a Londra e in Europa ed è stato tardivamente esportato anche in Italia. Guerrilla gardening’ in questa forma – cioè fare giardinaggio sulla terra di qualcun altro, o anche pubblica, senza permesso – esiste da secoli. Riconosce i suoi antecedenti illustri nelle comunità dei ‘diggers’ (zappatori, scavatori) che ai tempi della Rivoluzione Inglese (1649) si unirono per lavorare le terre comuni secondo principi comunitari.

I gruppi sparsi in Europa e Stati Uniti, e rappresentati da un sito sopranazionale [http://www.guerrillagardening.org/], si propongono di modificare con un giardinaggio volontaristico la situazione degradata di parchi e giardini nelle città, in cui ‘il verde’ è più che altro un riempitivo per spazi senza altre funzioni. Ai limiti della legalità, ma assolutamente non violento, il movimento ha l’obbiettivo di creare bellezza dove non c’è, nelle nostre vituperate città; l’altra pre-condizione è la gratuità del gesto, il suo essere disinteressato (anzi: anche relativamente dispendioso, per l’adepto): Ars gratia artis!

Si vale della partecipazione entusiastica di ‘guerriglieri del verde’, e di ‘azioni esemplari’, come il lancio di flower bombs (bombe di semi di fiori); piantumazione selvaggia di aiuole incolte; incursioni notturne per trasformare uno spazio desolato in un piccolo giardino.

Tenta in definitiva di sensibilizzare – i cittadini inerti, gli abitanti della zona e i proprietari dei negozi attigui all’area adottata – alla tutela del verde; in via secondaria crea capacità manuali e una maggior considerazione per le piante in tutte le persone coinvolte nelle ‘azioni’.

‘Rastrelli ribelli’ ovvero giardinieri ‘di zappa e spada’. Militanti del gruppo milanese dei guerriglieri del verde, fotografati dopo un’azione notturna (con la precauzione dell’anonimato)

Vegetazioni verticali. Non sono una novità, in natura. Nella foresta pluviale le piante hanno appunto questa disposizione – in relazione al loro fabbisogno di luce, di umidità e di nutrienti – con un abbarbicarsi tumultuoso, le une sulle altre.

Le mura romane della nostra città ospitano in assetto verticale o obliquo una quantità di piante del tutto spontanee…

Piante che crescono su un supporto verticale; da distinguere dalle rampicanti, dotate di un loro proprio apparato di sostegno, siano esse piccole ventose con cui aderiscono al muro, come il cissus  (v. in seguito), o sistemi di avvolgimento dei più vari, a qualunque sostegno disponibile.

Parete verde spontanea su antiche mura romane (Mura Labicane) nella zona di viale di Porta Tiburtina

Il danno che ne viene alle mura è notevole. Tra le piante che vi crescono spontanee, il cappero e il fico sono quelle con la maggiore forza espansiva delle radici, capaci di infiltrarsi profondamente tra gli elementi della muratura e dissociarli. Quando questo accade, nel lungo periodo, i muri possono esserne danneggiati e infine distrutti. E’ quello che è accaduto – con altre piante – ai templi di Angkor [V. su “O”: Le piante e il tempo. del 5.08.07].

Particolare della foto precedente: sono riconoscibili piante di capperi, Parietaria officinalis (Fam. Urticaceae) e numerose asteracee
Mura antiche nelle vicinanze di Porta Pia, a Roma, coperte dalle foglie del Parthenocissus (Cissus) tricuspidata – Fam. Vitaceae

Questa rampicante è più ordinata e regolare della specie simile Parhenocissus quinquefolia, di colorito più scuro, capace di formare colonne disordinate di vegetazione. I cambiamenti di colore autunnali dei ‘Cissus’, sono spettacolari [V. su “O”: Autunno: le piante e i colori (parte prima) del 12.11.07].

Sulle stesse mura della foto precedente, Cissus tricuspidata, tra cui si sono intrufolate delle ‘bocche di leone’ (Antirrhinum majus – Fam. Scrofulariaceae) che rampicanti non sono
Mura romane a viale Castrense (Roma), colonizzate da una vegetazione spontanea: cuscini rigogliosi di capperi, ‘bocche di leone’ e l’onnipresente parietaria

Sebbene nel piccolo dell’esperienza quotidiana – anche in città – gli esempi siano sotto gli occhi di tutti, come spesso succede c’è bisogno di guardare in un modo diverso, per vedere le possibili estensioni ed applicazioni della coltivazione ‘in verticale’.

In alcuni ambienti naturali le piante vivono usualmente su superfici verticali. A condizione che l’acqua sia disponibile per tutto l’anno – come nelle foreste tropicali o nelle foreste di montagna dei climi temperati – esse possono prosperare sulle rocce, su tronchi d’albero e su pendii scoscesi privi di terra. Altre piante vivono sulle scogliere, sugli ingressi delle grotte o su rocce a picco.

Patrick Blanc: parete verticale allestita per l’edificio del Caixa Forum a Madrid. La superficie coperta dalle piante è di 460 m2 ed è alta 24 metri; sono state utilizzate circa 15.000 piante di 250 specie diverse

L’intuizione di Patrick Blanc (botanico francese; Parigi, 1953) è partita da una domanda fondamentale: se le piante hanno davvero bisogno di terra. E la risposta è no: la terra è poco più che un supporto. Soltanto l’acqua e i vari minerali disciolti in essa sono essenziali alle piante, insieme con la luce e l’anidride carbonica (CO2), per svolgere la fotosintesi. Da queste osservazioni, e al fine di predisporre una copertura permanente dei muri con un mantenimento ridotto al minimo, Patrick Blanc ha concepito i suoi ‘giardini verticali’.

L’innovazione di base è sfruttare la capacità delle radici di crescere non solo su un volume (di terra, di acqua, di sabbia) ma su una superficie.

Senza nessuna terra, l’apparato di supporto delle piante arriva ad essere  molto leggero, e può essere proposto per qualunque muro, a prescindere dalle dimensioni.

Un giardino verticale può essere allestito anche negli ‘interni’ – in condizioni ancora più artificiali e dipendenti dall’uomo – assicurando oltre ai fabbisogni già detti, adeguate intensità di luce alle giuste lunghezze d’onda. Le piante sono scelte in base  alle loro caratteristiche di adattabilità, ai colori e alle condizioni climatiche prevalenti.

 

Il giardino verticale è fatto di tre elementi, oltre alle piante: una struttura di metallo, uno strato di PVC e uno strato di feltro.

Lo scheletro di metallo è fissato o appeso al muro. Lo spazio tra essi interposto costituisce un efficiente sistema di isolamento termico e acustico.

Un foglio di PVC espanso dello spessore di 1 cm. è fissato con rivetti alla struttura metallica; esso garantisce l’impermeabilità così come la rigidità e l’omogeneità della superficie da far vegetare.

Lo strato che provvede all’irrigazione è un feltro di poliammide, dello spessore di 3 mm., che è fissato sul PVC con delle graffe. È su questo feltro imputrescibile, a forte potere di capillarità e di ritenzione d’acqua, che si sviluppano le radici delle piante.

Le piante infine, possono essere disposte sul feltro in forma di semi, piantine o piante già cresciute.

Patrick Blanc: Athenaeum Hotel, a Londra

Il peso complessivo dell’installazione, incluse le piante e lo scheletro di metallo, risulta inferiore ai 30 Kg. per metro quadrato; perciò si può proporre per qualunque superficie, o muro, senza limiti di estensione e/o di altezza.

Il giardino verticale, secondo Blanc, permette in definitiva di ricreare un sistema vivente molto simile all’ambiente naturale, in luoghi dove è difficile disporre di ampi spazi in orizzontale; grazie inoltre alla sua efficienza termica, aiuta ad abbassare i consumi energetici sia d’inverno che d’estate, ed è anche efficace nel ripulire l’aria. Infatti, a parte la funzione fogliare, le radici disposte sul feltro intercettano le minute particelle in sospensione e lentamente le decompongono in sostanze più semplici e in minerali, fino a farle diventare fertilizzanti.

Un’altra realizzazione di Patrick Blanc – Musée du quai Branly, a Parigi – con variazioni stagionali dei colori: in primavera e alla fine dell’inverno [Questa foto, come le precedenti sui ‘giardini verticali’, da http://www.verticalgardenpatrickblanc.com/ ]
Alla tendenza, che trova la sua massima espressione nei giardini verticali, di far crescere le piante in condizioni totalmente artificiali – come un elemento architettonico tra altri – si possono opporre le ragioni dei ‘puristi’ del giardino naturale.

Per essi: “…bello è un giardino in cui vengono piantate specie per le quali è possibile compiere per intero il ciclo vitale, perché il loro fogliame riflette nel modo giusto la luce del sole, il loro colore si armonizza con quello delle altre piante e con quello del cielo – fanno parte della storia e della cultura di un luogo, sono da secoli in quel luogo; da secoli l’uomo le ha viste e conosciute…” (U. Pasti).

Copertina del libro di Umberto Pasti ‘Giardini e no – Manuale di sopravvivenza botanica’ (2010)

Gli strali del ‘moralista’ e del ‘polemista’ adattati al giardinaggio: ne vengono colpiti i diversi ‘usi impropri’ di un giardino – e le indegne motivazioni a realizzarne uno – da parte di intellettuali, riccastri, signore snob, garden stylists e amministrazioni comunali. Dopo una lunga e severa disamina di cosa ‘non’ deve essere un giardino, l’Autore si mostra benevolo verso i giardini contadini e quelli spontanei, come quelli dei benzinai, ad esempio; e nutre una vera ammirazione per un giardino selvaggio del Marocco – dove occasionalmente vive -, paese minacciato, specie nelle sue zone costiere, dalle ruspe e da una omologazione forzata…

Anche le viti, con le loro radici molto profonde, hanno la predilezione di insinuarsi tra le rocce. Qui in una zona pedemontana del Trentino

Terra Madre. Su un versante diverso –  non personalistico e ludico come ‘Guerrilla gardening’, né tanto meno polemico – di enorme impegno sociale ed etico, e su scala planetaria, si muove una organizzazione molto critica nei confronti delle tendenze dominanti e dell’impiego delle risorse (alimentari).

‘Terra Madre’ è una rete di comunità del cibo impegnate, ciascuna nei propri contesti geografico e culturale, a salvaguardare la qualità delle produzioni agro-alimentari locali. Le comunità condividono i problemi generati da un’agricoltura intensiva nociva per le risorse naturali e da un’industria alimentare di massa, che viene ritenuta responsabile dell’omologazione dei gusti. Entrambe costituiscono un pericolo per l’esistenza stessa delle piccole produzioni.

Il movimento costituisce un tentativo di dare voce e rappresentatività a contadini e produttori di tutto il mondo, coordinati da Carlo Petrini e dalla Associazione ‘Slow Food’. A partire dal 2004 il movimento tiene  un convegno biennale in ottobre, a Torino, in concomitanza con il ‘Salone del Gusto’.

“Qualcuno era arrivato con i suoi fagioli nel sacchetto, qualcun altro con il riso e l’orzo. Semi cresciuti in Messico, in Perù, in Cina. Uguali nel nome, diversissimi per aspetto, colore, sapore. Scuri, chiari, rugosi… Come i volti di chi li aveva piantati, innaffiati, raccolti. Contadini di tutto il mondo, uniti”. [Giuseppina Manin, da ‘Ermanno e i contadini’ – Corriere della Sera; 2009]

Locandina del film-documentario ‘Terra madre’ (Ermanno Olmi, 2008)

Prodotto da Slow Food e Cineteca di Bologna, presentato al Festival del Cinema di Berlino nel febbraio 2009, il film è dedicato al Forum di Torino del 2008 e alle storie di alcuni dei partecipanti. Contiene inoltre dei racconti di vite esemplari – ai limiti della follia –  sotto il profilo della coerenza ecologica. Il film – coordinato da Ermanno Olmi –  si avvale della collaborazione di Maurizio Zaccaro, per le riprese indiane, e di Franco Piavoli, che ha registrato “foglia per foglia come crescono le colture sotto i monti Lessini”.

Immagini dal film ‘Terra Madre’: risaie in India e battitura manuale del riso
Altre immagini dal film. Sopra: un contadino al lavoro nel suo piccolo podere. Sotto: tra le mani callose di un coltivatore, alcune varietà di mele. Da sin.: mela selvatica; mela ‘Musetto’; mela ‘Gran Alessandro’ o ‘Prussiana’

“Al Forum di Terra Madre ho riconosciuto i contadini come li ricordavo nelle nostre campagne, al tempo della mia infanzia. I volti dei contadini si somigliano in ogni angolo del mondo. Sono volti su cui si riconoscono le medesime tracce di vita, così come le fisionomie dei paesaggi con i campi arati, le colture, i pascoli”.

[…]

“…E noi cittadini metropolitani, che viviamo inscatolati nelle nostre città, senza più i colori e i profumi delle stagioni, forse, in un giorno molto prossimo, se ci capiterà di passare accanto a un orto dove un nonno e una bimba colgono i frutti maturi, allora potremo ancora riconoscere la vera casa dell’uomo” [Ermanno Olmi].

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'