L’immaginario prossimo venturo. La fiction alla prova della crisi

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Come sarà la fiction che verrà? Si può parlare di crisi, declino o assestamento del genere fictional? E i professionisti del settore sono in grado di cogliere nella crisi nuove opportunità creative e stimoli narrativi?

Come sarà la fiction che verrà? Si può parlare di crisi, declino o assestamento del genere fictional? E i professionisti del settore sono in grado di cogliere nella crisi nuove opportunità creative e stimoli narrativi? Queste alcune delle domande emerse nel corso del 2º Fiction Day che si tenuto presso il Centro Congressi d’Ateneo della Facoltà di Scienze della comunicazione lo scorso 5 maggio. La giornata, caratterizzatasi come momento di confronto tra mondo accademico e realtà professionali, è stata un’occasione per ragionare sulle ipotesi e le proposte di risoluzione suscettibili di liberare la fiction italiana dall’attuale impasse, orientandola verso un futuro di sviluppo ancora possibile e sostenibile. Elemento centrale che ha attraversato l’intero convegno è stato il tema della creatività; ossia quelle idee in grado di alimentare l’immaginario televisivo prossimo venturo.

Le ultime tre stagioni, inclusa la presente che ormai si avvia a conclusione, hanno segnato infatti una progressiva riduzione del volume della fiction italiana, che è retrocessa a 558 ore di produzione e 229 serate in prime time. Gli stessi ascolti hanno intrapreso una traiettoria discendente. Medie di ascolto attestate nella fascia dei sette milioni di spettatori sono diventate una rarità, laddove nel passato recente assicuravano nel migliore dei casi una posizione medio-bassa nelle top ten stagionali. Sulla base di questi elementi occorre, come dichiarato dalla Buonanno, “passare dalla logica della espansione produttiva a quella della distinzione creativa”. Ciò significa che, seguendo la metafora della mongolfiera, la fiction che verrà deve avere varietà di forme e colori (intesa come creatività e autorialità), audacia temeraria ed avventurosa, deve volare alto ed essere visibile e, soprattutto, deve lavorare sullo scarto creativo e artistico. Quindi se è vero che il pubblico televisivo altamente letterato ha ancora forte bisogno di storie e di racconti emerge con forza “l’esigenza per la fiction italiana di operare nella direzione di una distinzione creativa intesa come riconcettualizzazione dell’industria culturale in industria creativa”  ha poi concluso  la Buonanno. È necessario, per agire in tal senso, operare una restituzione del valore simbolico della fiction da parte dei broadcaster, dei produttori e degli autori che può avvenire solo scegliendo la strada dell’innovazione creativa.

“La fiction non appare più né connettiva né identitaria; rappresenta un territorio di sperimentazioni culturali che non c’è e risulta scandita da una ripetitività delle cosgomonie narrative” come è emerso nell’intervento del prof. Morcellini.

 

Eppure pensando alla crisi come scelta, decisione, risoluzione è possibile mettere a punto nuovi concept seriali nonostante le riduzioni di budget e gli scarsi investimenti finanziari che attraversano il settore. Gli editori di canali digitali e tematici, ad esempio, disponendo di budget di programmazione ridotti rappresentano una sfida per la creazione di contenuti originali a costi inferiori.

A giudizio degli sceneggiatori, di coloro che scrivono fiction, si deve, poi, restituire alla narrativa televisiva quel realismo e quella autenticità oramai perduta. Il più volte si crea solo una sceneggiatura e non un mondo possibile complesso e completo, rinunciando alla centralità del mondo sociale. Al contrario si devono costruire mondi narrativi in contatto con la realtà nei quali lo spettatore possa trovare soddisfazione e identificazione. Spesso gli autori, come emerso nel corso del convegno, rinunciano a quella fondamentale capacità di stupire e di raccontare cose che la società non sa spiegare, di approcciare a linguaggi e tematiche nuove per intrattenere e sedurre il pubblico. Vivono nel contempo, come dichiarato da Daniele Cesarano, in un grado zero di autorialità, senza tutele concrete ed effettive.

Per continuare a immaginare mondi possibili gli sceneggiatori non devono in alcun modo abdicare alla propria creatività coltivando le diversità e marcando le differenze.

L’opportunità che dalla crisi la fiction italiana può cogliere risiede allora tutta nel riconoscere al centro dei processi produttivi il valore della responsabilità creativa. Questa è  da intendersi come competenza nel dare identità al prodotto; come innovazione nei contenuti e capacità di tradurre l’inventiva, le buone idee in prodotti ben fatti, in narrative di successo dotate di ‘valore’ culturale ed economico.

Tutto ciò dovrebbe condurre, da un lato, a narratori autenticamente creativi in grado di raccontare il mondo e sperimentare nuovi linguaggi mantenendo una forte integrità creativa fatta di coerenza e concordanza. E, al tempo stesso, investendo le risorse e le energie nella creatività cooperativa la serialità sarà in grado di riconoscersi come prodotto artistico e non solo culturale nei luoghi simbolici e congiuntivizzati della comunicazione.

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