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Film: Cosa voglio di più

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Insoddisfazione. Tradimento. Senso di colpa: un trinomio già abbondantemente abusato e rivisitato in tutte le ipotizzabili chiavi di lettura, in particolar modo dalla cinematografia italiana. Eppure...

Insoddisfazione. Tradimento. Senso di colpa: un trinomio già abbondantemente abusato e rivisitato in tutte le ipotizzabili chiavi di lettura, in particolar modo dalla cinematografia italiana.

Eppure, con la sua ultima pellicola, Cosa voglio di più, Silvio Soldini osa, non senza una gran dose di coraggio, misurarsi ancora con tali tematiche trite e ritrite, sfidando il rischio di scivolare nello stereotipo.

“Tutto è cominciato quando una mia amica impiegata mi ha raccontato il momento che stava vivendo: per la prima volta è stato un episodio di vita reale a fare scattare l’idea di un film – ci rivela Soldini – il racconto di quella vicenda personale mi ha trasmesso una forte sensazione di mancanze: di tempo, di luoghi per incontrarsi, di soldi”.

Proseguendo l’iter intrapreso con Giorni e nuvole (2007), il regista lombardo intende portare avanti l’indagine sul precario tessuto economico-sociale dell’era contemporanea, intrecciandolo con quello altrettanto precario della vita di coppia. Da sempre narratore delle crisi che abbattono e ristrutturano gli schemi culturali italiani, Soldini sa cogliere, con una perizia esasperata, le frustrazioni dell’animo umano attraverso ricercate parabole esistenziali.

E anche stavolta, sebbene lo script pulluli di cliché, porta di nuovo a casa un buon risultato.

Istallato in una scenografia inusitata, quella dell’hinterland milanese, invasa da palazzi popolari, strade sporche e umanità in perpetue ristrettezze economiche, Cosa voglio di più si fa ambasciatore del messaggio di un’intera e disillusa generazione. “C’è la crisi”, l’incalzante ritornello al quale siamo sottoposti, diventa un vero e proprio slogan che appone un marchio indelebile all’intero film.

Anna (Alba Rohrwacher) è il motivo propulsore che innesca gli ingranaggi della vicenda. Una volta che la spirale discendente è avviata, sarà impossibile invertirla. Non le bastano più le lezioni di pittura, le visite alla lavanderia della complice zia Ines (Gisella Burinato) e i momenti di solidarietà con le colleghe. E neanche l’indulgente e fin troppo affidabile compagno Alessio (Giuseppe Batiston), con il quale, per un attimo, paventa l’ipotesi di avere un bambino, la terrà imbrigliata a quella trappola sociale che ormai le va stretta.

Una sottile inquietudine la pervade e si impossessa di lei, trainandola progressivamente nel vorticoso desiderio di qualcosa di più. Un “qualcosa” che Anna riconosce nel cameriere Domenico (Pierfrancesco Favino), sposato e con due bambini, incontrato per sbaglio ad una festa di pensionamento. Da qui prende le mosse una relazione clandestina fatta di sms, di bugie, di baci rubati nei portoni e incontri di sesso incastrati tra la pausa pranzo di lei o il corso da sub di lui.

Uno scenario comune, per nulla incoraggiante ma nel quale “ci siamo passati tutti”, come osserva il suocero di Domenico in una sequenza del film. L’importante è il modo di venirne fuori.

Se la pellicola pecca nell’originalità dell’intreccio, di certo compensa con il singolare stile documentaristico con la quale viene girata e con il seguente montaggio, volutamente mozzo per smembrare la pellicola in compartimenti stagni. Rincorrendo i personaggi quasi sempre di spalle alle prese con la propria quotidianità, illuminandoli con la sola luce naturale e catturandoli con i movimenti nervosi della camera a mano, Soldini ottiene uno sbalorditivo effetto di veridicità. Pervade ogni sequenza del film (placide serate davanti alla tv, uscite con i soliti amici, spese al supermercato, pranzi domenicali con i parenti) di un realismo talmente incisivo che trascina lo spettatore direttamente sul set e lo rende compartecipe della medesima e asfissiante routine. Ci introduce furtivamente anche dentro la camera a ore dall’arredamento kitsch in cui i protagonisti – avvolti da innumerevoli specchi – si abbandonano ai loro appetiti repressi. È possibile quasi avvertire il tepore dei corpi e il loro appagamento fisico, così come quella felicità trattenuta dai doveri pratici e morali che tentano, invano, di chiudere all’esterno. La macchina da presa, ad ogni sospiro, scandisce le fasi dello sviluppo del sentimento di Anna e Domenico che sfocerà ben presto in una reciproca dipendenza. Ma, i rispettivi legami e le squallide vicissitudini economiche dei due amanti, contribuiranno a condizionarne le scelte definitive. Lo scopo della regia non è quello di schierarsi, né con traditori, né con i traditi perché “la forza del film è rappresentare le ragioni di tutti i personaggi, senza giudicarne alcuno”, sottolinea Soldini.

Alba Rohrwacher abbandona i panni precedenti della ragazzina ingenua e goffa per calarsi, invece, in una donna audace quanto sorprendentemente sensuale. Ottima la performance di Giuseppe Batiston, la cui naturale carica empatica e l’aria scanzonata anche nei ruoli più impegnati, ne fanno sempre una figura piacevole. Grazie ai duetti con l’amico del cuore Bruno (Fabio Troiano), ci regala le battute più godibili del film.

Il titolo, proposto da Doriana Leondeff che ha collaborato alla sceneggiatura, si discosta dagli altri del regista, composti di solito da due nomi uniti dalla congiunzione “e”. “Ma questo era perfetto così. In certi momenti – spiega Soldini –  è una domanda che i personaggi sembrano chiedersi, in altri invece è un’ affermazione che potrebbero fare”.

Titolo: Cosa voglio di più
Regia
: Silvio Soldini
Genere
: drammatico
Durata
: 121 minuti
Produzione
: Italia-Svizzera 2010
Distribuzione
: Warner Bors. Pictures
Cast
: Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Monica Nappo, Tatiana Lepore, Fabio Troiano, Ninni Bruschetta

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