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Mostre: Interni ed esterni metafisici di Giorgio De Chirico

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"La metafisica diventa la scoperta del mistero che si cela negli aspetti più comuni del vivere, davanti ai nostri occhi"

“La metafisica diventa la scoperta del mistero che si cela negli aspetti più comuni del vivere, davanti ai nostri occhi”.

A cento anni da questa deduzione a cui de Chirico approdò durante una passeggiata in Piazza Santa Croce a Firenze, Achille Bonito Oliva realizza una mostra, “La natura secondo De Chirico”, per omaggiare ancora il Pictor Optimus. Dal 9 aprile all’11 luglio al Palaexpo di Roma, le sette sale della Rotonda sono occupate ciascuna da un peculiare soggetto della poetica dechirichiana, rapportato con l’elemento naturale in tutte le sue possibili sfaccettature. Questa natura visionaria, spogliata della sua accezione comune, è permeata da un’onnipresente ambiguità che lega in maniera promiscua ed enigmatica gli ambienti esterni con quelli interni.

Le composizioni di De Chirico assumono, così, un aspetto inedito e deformato, infondendo nello spettatore una spiazzante vertigine provocata dai bizzarri accostamenti di oggetti e paesaggi tra loro più disparati.

La sua matrice mediterranea, l’ammirazione per l’artista svizzero Böcklin e l’influenza della filosofia di Nietzsche alimentano nel Pictor Optimus l’interesse per le figure mitologiche, per le suggestioni romantiche e per il senso della memoria che lo porteranno a prediligere scenari irreali ma senza tralasciare mai il rigore classico.

Abbiamo antiche statue greco-romane relegate in anguste camere con prospettive quattrocentesche ma le cui tinte strizzano l’occhio alla nascita del tecnicholor; piazze che in realtà sono fittizi palcoscenici inabitabili e silenziosi su cui si proiettano ombre di dubbia provenienza; nature morte, anzi, vive ma “silenti” da cui spuntano magicamente teste marmoree; inquietanti e spettrali manichini da sarto che popolano scene urbane al posto degli uomini; un sole e una luna accesi su un pavimento di un teatrino giocattolo collegati con un filo elettrico ai loro “doppi” spenti fuori la finestra. Insomma, come ci spiega lo stesso De Chirico, “le architetture e i soggetti collocati nello spazio secondo prospettive multiple perdono il loro significato comune e diventano simboli o metafore di concetti nascosti dietro l’apparenza del mondo visibile”.

Nell’elaborazione e maturazione delle sue tematiche furono determinanti gli innumerevoli spostamenti che si trovò ad affrontare nel corso della sua vita: dalla nascita a Volos, in Tessaglia, poi Monaco, Firenze, Torino, Parigi, Ferrara ed, infine, Roma in cui morì nel 1978.

Di qui l’amore per la tesi dal retrogusto nicciano dell’ “eterno ritorno”: un nuovo arrivo e subito dopo una nuova partenza. L’uomo cerca se stesso attraverso la peregrinazione e la perdita di tutto, fuorché della memoria. Il mito di Odisseo è dominante in De Chirico, tant’è che spesso lo considera il suo “doppio, il suo “alter ego”. Ne “Il ritorno di Ulisse” (1968) lo vediamo dentro una barchetta intento a remare nelle increspature di un singolare tappeto-acquoso, all’interno di una stanza arredata secondo il modello borghese.

D’altronde, il maestro della Metafisica, non manca di precisarci che “la camera è un bellissimo vascello ove si possono fare viaggi avventurosi degni di un esploratore testardo”.

In “Mobili nella valle” (1927), in cui poltrone a armadi albergano sotto un cielo aperto in lunghi pendii arcaici, riecheggiano i ricordi dell’infanzia trascorsa in Grecia.

Proprio in occasione di uno dei tanti traslochi, i mobili gli apparvero sotto una luce nuova, raccolti in una strana solitudine e in una profonda intimità.

In “Bagni misteriosi” (1935), De Chirico prosegue a mescolare, disfare e ricostruire materiali in ulteriori soluzioni altamente innovative e “ossimoriche”. Gli venne l’idea un giorno in cui si trovava in una casa dal parquet talmente lucido che rifletteva le gambe di un uomo, come fosse immerso nell’acqua. Il quadro è composto da insolite mini-piscine che comunicano tra loro grazie a serpeggianti canali, da cabine abbozzate con linee puerili, da torbidi personaggi maschili, in parte nudi dentro l’acqua-parquet, in parte vestiti in eleganti abiti borghesi che assistono al “bagno” dall’esterno. Il tutto è fissato da una luce artefatta che imprigiona e immobilizza i soggetti.

Nei dipinti dechirichiani, in cui spazio e tempo si annullano in un processo di cristallizzazione, vengono, pertanto, a convergere esterno e interno, passato e presente, mito e contemporaneità in una dimensione che vive aldilà della realtà e della storia.

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