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La Genova di Fersen raccontata da Ariela

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Alessandro Fersen fu un filosofo e un artista, un attore e un autore, uno sperimentatore e un maestro. Nasce in Polonia ma a Genova percorre tappe importanti della sua vita.

Alessandro Fersen fu un filosofo e un artista, un attore e un autore, uno sperimentatore e un maestro. Nasce in Polonia ma a Genova percorre tappe importanti della sua vita. Qui si laurea in filosofia (L’universo come gioco, Guanda, Modena, 1936) e collabora con alcuni quotidiani. Sarà poi il teatro a diventare per sempre la sua passione, alimentata dalla profonda amicizia con Emanuele Luzzati. È con lui che nel 1947 metterà in scena Lea Lebowitz, la rielaborazione di una leggenda chassidica scritta da lui stesso. Da quel momento lavorerà col Teatro Stabile di Genova per più di dieci anni.

La stessa Genova, a nove anni dalla scomparsa, ha deciso di ricordare il Maestro Venerdì 7 Maggio 2010, in una giornata di studi, organizzata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia, in collaborazione con il Museo Biblioteca dell’Attore, il Teatro Stabile e la Fondazione Alessandro Fersen.

 

GENOVA E ALESSANDRO FERSEN, UOMO DI CULTURA è un convegno integrato da iniziative culturali, tra le quali la proiezione di spezzoni del film vincitore del Premio Oscar Le mura di Malapaga di René Clément (1949), e la presentazione dei due volumi pubblicati di recente su Alessandro Fersen rispettivamente di Paola Bertolone e Roberto Cuppone. Non solo. All’inizio della giornata Anna Laura Messeri, dopo la proiezione del video Alle origini del teatro, l’attore, curerà un workshop teatrale sul metodo Fersen. E’ il mnemodramma. Alessandro Fersen sperimenta una tecnica psico-teatrale di matrice antropologica che permette all’attore di esprimere la propria identità profonda attraverso un processo di autoconoscenza. Questa tecnica, che ha avuto importanti riconoscimenti in ambito internazionale,  è stata sperimentata a partire dal 1957 quando apre a Roma lo studio Fersen di Arti Sceniche, scuola protesa alla formazione dell’attore a partire dal metodo Stanislavskij.

 

Nella giornata del 7 Maggio a Palazzo Doria Spinola, nella Sala del Consiglio Provinciale, le tappe del percorso e del pensiero genovese dell’artista verranno ricordate da Pasquale Pesce direttore della Fondazione, lo storico Paolo Battifora, il critico cinematografico Claudio Bertieri e altri testimoni del percorso del maestro. Tra loro Ariela Fajrajzen: figlia di Alessandro e presidente della Fondazione a lui intitolata.

Incontriamo Ariela per porgerle alcune domande sul padre.

 

Hai vissuto con tuo padre a Genova. In quel periodo avrai visto parecchi artisti e uomini di cultura passare per casa tua.

La nostra casa a Genova,  parlo dell’immediato dopoguerra, era diventata un po’ il punto di ritrovo di molti artisti e intellettuali.  Nella casa di fronte a noi abitava l’architetto-pittore Giovanni Solari, sconosciuto a livello nazionale, ma conosciutissimo a Genova. Verso sera, di solito, arrivavano i fratelli Oscar e Fausto Saccorotti, soprattutto Oscar il pittore, Emanuele (Lele) Luzzati scenografo, illustratore, animatore di cartoni animati e Camillo Sbarbaro, poeta, Aldo (Dado) Trionfo, regista teatrale. Più che le persone, ricordo l’atmosfera, le loro discussioni, le loro invenzioni, per esempio Oscar Saccorotti e Giovanni Solari avevano inventato dei bellissimi aeroplani fatti di piume che volavano per mezzo di un elastico. C’era molta allegria anche se i tempi erano duri, c’era una gran gioia di vivere. A volte avevamo ospiti, per esempio, durante le riprese di “Le mura di Malapaga” è venuto da noi per chiaccherare con mio padre, Jean Gabin che mi viziava.

 

Ricordi la prima volta che sei andata a vedere uno spettacolo di tuo padre?

Sì, ricordo benissimo, era “Le allegre Comari di Windsor” di Shakespeare al parco di Nervi, vicino a Genova. Mio padre e Lele Luzzati hanno inaugurato la prima Stagione Mediterranea di Arte e Cultura con quello spettacolo all’aperto. Mi sono rimasti impressi i musici, vestiti da folletti suonavano sugli alberi illuminati, era come vivere in una fiaba. Mio padre ha acconsentito che io andassi allo spettacolo grazie alle pressioni di  Lele Luzzati e di alcuni altri habituès di casa nostra, dal suo punto di vista educativo avrebbe preferito che non andassi ne’ al cinema, ne’ a teatro.

 

Perché?

Mio padre aveva sviluppato una strana teoria pedagogica: più si è ignoranti e più si è felici, quindi per essere sicuro che rimanessi nella beata ignoranza aveva proibito che andassi al cinema, a teatro ed avrebbe preferito che non andassi a scuola. Al principio di non mandarmi a scuola aveva dovuto rinunciare perché su questo mio madre, maestra di professione, era stata irremovibile.

 

Come nasce l’idea della Fondazione Fersen?

L’idea della Fondazione Fersen è nata grazie all’iniziativa di una persona meravigliosa che ha conosciuto mio padre e che mi ha aiutato moltissimo dopo la sua morte. Mio padre è stato uno studioso ed un’artista molto creativo, mi dispiaceva che il suo lavoro morisse con lui, ma non avevo idea di che cosa potessi fare. Nello Studio Fersen di Arti Sceniche aveva sviluppato tecniche e teorie per l’attore, aveva una visione filosofica e antropologica di quello che avrebbe dovuto essere il teatro. Ha lasciato un archivio enorme e disordinatissimo,non sapevo dove mettere le mani. Questa persona  ha proposto l’idea di creare una Fondazione che avesse come obiettivo quello di continuare, divulgare e, magari, sviluppare ciò che mio padre aveva incominciato. L’idea mi è sembrata adatta allo scopo, abbiamo incominciato e dopo diversi intoppi, mi sembra che stiamo imboccando la giusta strada.

 

Tra gli amici e colleghi di tuo padre hai ricordi di qualcuno in particolare?

Emanuele Luzzati. Per me è stato come lo zio buono, quello che mi viziava, quello che mi portava con se a fare ceramica ad Albisola, quello che mi ha portato al cinema per la prima volta nonostante mio padre si opponesse, quello che mi ha visitato per primo in Israele.

Ricordo con molto affetto anche altri, ma Lele ha veramente accompagnato ogni stadio della mia vita.


In che modo pensi tuo padre abbia influenzato la tua crescita?

Sembra strano, ma credo che mio padre abbia influenzato la mia crescita in controsenso. Mi spiego: da bambina ricordo soprattutto le partenze di mio padre, prima il distacco nel periodo della seconda guerra mondiale, poi, dopo pochi anni, la sua partenza per Roma dove sperava di poter attuare i suoi sogni artistici. Ogni tanto veniva a Genova per qualche regia o per visitarci, ma ripartiva sempre. Forse per questo ho sviluppato un forte senso critico verso di lui, ero arrabbiata ed offesa che preferisse la sua arte a me. Osservandolo pensavo “Quando avrò dei bambini non farò così…”.  lo prendevo come modello di come non sarei stata.  Più tardi non soltanto ho capito molte cose di mio padre, ma credo di aver preso da lui una specie di facoltà di discernimento tra i fattori profondamente importanti nella personalità e nella vita delle persone, anche di quelle a noi più vicine. Un modo, forse un po’ anticonformista, senz’altro un modo libero di scrutare dentro la persona ed accettarla come è. È il mio modo di rispettare le persone che incrociano la mia strada e, molto tardi nel tempo, mi sono accorta che era lo stesso modo di mio padre.

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