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La Fiction: Né santo né eroe. Gianni Agnelli

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Senza dubbio un obbligo morale: non raccontarlo e farlo passare come un santo. La story line che emerge dalle dichiarazioni di Pietro Valsecchi, produttore di "Aldo Moro, il presidente"...

Senza dubbio un obbligo morale: non raccontarlo e farlo passare come un santo. La story line che emerge dalle dichiarazioni di Pietro Valsecchi, produttore di “Aldo Moro, il presidente”, di “Paolo Borsellino”, di “Un eroe borghese”, di “Karol, un Papa rimasto uomo”, è abbastanza chiara. L’idea di costruire narrativamente una fiction su Gianni Agnelli, infatti, è rischiosa e stimolante al tempo stesso; il grande carisma dell’Avvocato è difficile da rendere e a sbagliare ci vuole davvero un attimo.

Il titolo prescelto per questa produzione di Canale 5 è “L’ultimo re”; la sceneggiatura è di Salvatore Marcarelli con la regia di Roberto Faenza. La fiction dovrebbe costare tra i 12 e i 20 milioni di euro.

Il produttore ha raccontato in un intervista a “La Stampa” i motivi che lo hanno portato a raccontare la storia di un uomo ha segnato una stagione straordinaria: «Perché proprio ora un film su Agnelli? Perché intorno a me, nel mio ambiente, nella finanza, nell’industria come nell’arte vedo molta mediocrità e di questo sono preoccupato. C’è una classe dirigente solo sulla carta. Al di là di poche eccezioni, che per fortuna ci sono, vedo tanti cortigiani che si riuniscono per difendere i propri privilegi senza mettere in campo grandi progetti e idee forti, criticoni ma non costruttivi. Manca il coraggio, quel senso di responsabilità verso la collettività e lo Stato che invece Agnelli aveva».

Un vero protagonista del secolo scorso, un condottiero a tutti gli effetti. Per quasi quarant’anni è stato il simbolo di una certa Italia da esportazione, ha incarnato il capitalismo familiare italiano, ha attraversato, con la Fiat, tutte le vicende politiche importanti del nostro Paese.

Non si tratterà di una biografia non autorizzata, ma si proverà a osservare gli atteggiamenti, i comportamenti di quella che è stata soprattutto una grande personalità, piena di sfaccettature. Agnelli non fu soltanto un tycoon ma anche un uomo colto, brillante, intelligentissimo, appassionato della Juve e della vela, amante delle donne, protagonista del jet set. Al centro della narrazione quindi la figura di un uomo «dal carattere per certi versi misterioso e imperscrutabile». Proprio particolare attenzione si presterà alla scrittura del personaggio per far emergere gli aspetti più nascosti attraverso la raccolta delle testimonianze di chi lo ha conosciuto evitando di cadere nel gossip o nel racconto superficiale e sterile che, spesso, appare come rischio reale quando si decide di narrare di un personaggio esistente. Le battute celebri, gli aneddoti, i racconti saranno cuciti insieme nel tessuto del racconto: «Agnelli è stato un Re gaudente, bello e amante del bello, diviso tra la naturale predisposizione al piacere e le responsabilità derivanti dal “titolo” ereditato, tra il pensare in grande e il vivere l’immediato. Ha cercato di coniugare le due cose. Ha cercato, come lui stesso ha sintetizzato, di fare il suo dovere, con buon umore».

Ad interpretare il ruolo di Agnelli, Valsecchi vorrebbe Fabrizio Bentivoglio «perché è bravissimo, perfetto sia come Agnelli giovane che dopo, il mio unico candidato è lui». Tra gli attori che il produttore vorrebbe avere, per raccontare nel migliore dei modi la dinastia Agnelli, ci sono le due sorelle Borromeo, Kristin Scott Thomas per il ruolo di Marella Agnelli, Umberto Orsini per la parte del nonno, Luca Argentero per quella di uno degli eredi e Gabriele Lavia per un altro ruolo familiare.

Il concept è quello di offrire un ritratto di famiglia «con i suoi pregi e i suoi difetti» sullo sfondo dell’Italia del dopoguerra e della Fiat focalizzando l’attenzione sulle due grandi famiglie torinesi, quella dell’Avvocato e quella degli operai. Come ha dichiarato ancora Valsecchi: «Sarà interessante raccontare un pezzo di storia italiana, dal boom fino alle lotte di fabbrica. Dal 1969 all’80 la Fiat è stata un laboratorio sociale dove si è fatta una battaglia che non ha riguardato solo l’azienda, ma ha rappresentato, più in generale, uno snodo fondamentale tra come siamo stati, come potevamo diventare e come siamo diventati».

E così si racconteranno gli incontri con i sindacalisti come Trentin e Lama, politici come Berlinguer, capi di Stato come John Kennedy. Si esploreranno le grandi passioni e i grandi dolori vissuti da un personaggio molto complesso, con un codice di comportamento frutto essenzialmente di un’educazione a non esternare nulla e a mascherare qualunque debolezza. Così come un ruolo centrale lo ricoprono le donne abituate, nella famiglia, «a esprimere grande personalità e forte senso di appartenenza. Agnelli riusciva a gestire, e anche a dribblare, tutti questi rapporti femminili».

Una fiction che, senza eccedere nella pedagogia o nella drammatizzazione eccessiva del personaggio, proverà a riflettere con lo sguardo al passato sull’oggi e la contemporaneità; sulla necessità di ammodernare il sistema industria senza scegliere ed optare per la via più semplice e superficiale.

Perché, come direbbe Agnelli, anche nel tempo attuale si devono preferire i capitani coraggiosi alla gente del piccolo mondo antico.

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