Il galantuomo della tv

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«Se mi guardo indietro non ho pentimenti. Dovessi ricominciare, farei esattamente tutto quello che ho fatto. Tutto. Mi risposerei anche. Con un’altra, naturalmente».

«Se mi guardo indietro non ho pentimenti. Dovessi ricominciare, farei esattamente tutto quello che ho fatto. Tutto. Mi risposerei anche. Con un’altra, naturalmente». Tra le mille battute di Raimondo Vianello, quelle sulla moglie Sandra Mondaini sono forse le più amate e ricordate dagli italiani.

Insieme, tra le innumerevoli produzioni dal bianco e nero al colore, hanno dato vita alla prima sit com italiana, “Casa Vianello”: primo reality familiare, dove vinceva la dimensione domestica, sentimentale e rassicurante propria di una tv che doveva essenzialmente tranquillizzare. Il cuore dell’appartamento è il salotto, con un divano al centro. L’ingresso è sopraelevato, diventando così un piccolo palcoscenico in scena che racconta la vita quotidiana della coppia scandita da battibecchi e piccoli equivoci.

Per dirla con Berselli: «un modo di rappresentare un’Italia media, abbastanza eterna, piuttosto governativa, tradotta in un format». E indimenticabile rimane la chiusa finale di tutte le puntate, che ritrae la coppia a letto prima di addormentarsi, con lui che legge il giornale sportivo, mentre lei si agita sotto le coperte inanellando una lunga serie di lamentele. Un impeccabile e attento ritratto borghese. Nella sit com, la più famosa e longeva prodotta dalla televisione italiana, è proprio il personaggio di Raimondo il protagonista: egoista, meschino e bugiardo. Per 300 puntate ha provato a tradire la moglie senza riuscirci, con relativa immancabile punizione alla fine di ogni episodio.

Con una «tata» (Giorgia Trasselli) coalizzata con la signora contro le scappatelle mai andate in porto del dottore, con i giorni maldestri, con gli equivoci, con il cinismo di Vianello che era il suo dandysmo intellettuale, con le piccole inesattezze con le quali sperava di risparmiarsi tonnellate di spiegazioni. Ma poi le spiegazioni arrivavano sempre, «che barba, che noia». Il solito tsunami sotto al copriletto di cui lui attendeva la fine volgendo gli occhi al cielo e riparando la «Gazza», poi lei si girava di schiena e spegneva la luce con un «buonanotte» biascicato a fatica a cavallo con uno sbadiglio. Si addormentava arrabbiata Sandra. Ma erano notti che non lasciavano niente al mattino.

Era cattivo, cinico ed ironico. Protagonista di una Italia e di una televisione pacata, sorniona e ammiccante. Lontano dalle urla e dagli estremismi tipici del flusso televisivo attuale. Questo era Raimondo Vianello, attore, conduttore e umorista raffinato. La sua comicità, fredda e mai retorica, spesso crudele e per questo esilarante, non era mai eccessiva e priva di ogni traccia di ansia da popolarità, perché prima che il pubblico amava le sue battute, per amore delle quali ha anche pagato qualche prezzo. Come quando fu cacciato (oggi si direbbe epurato) dalla Rai per una scenetta su Gronchi insieme ad Ugo Tognazzi. In quell’occasione, al dirigente che gli chiedeva se avesse qualche numero già pronto, rispose “Una cosa sul Papa”, e lo rimisero alla porta. E così Tognazzi e Vianello, campioni del piccolo schermo all’alba della sua diffusione, si congedavano dal numeroso pubblico con queste parole: “Come avete sentito abbiamo esposto il nostro programma con una canzoncina vanerella e banale. Lo abbiamo fatto apposta nel timore che, dicendole in prosa, le nostre sciocchezze possano essere scambiate per cose intelligenti, come è capitato ad altri”.

Era il tempo di una tv ragionata, pensata, autoriale. E il suo fine umorismo, sempre esterno, distaccato, a volte dissacratorio, si coniugavano con la parola e la battuta costantemente al tempo giusto. È riuscito a portare quell’ironia persino nell’attività più sacra e passionale per il popolo italiano: il calcio. Cosa che lui praticava personalmente sul campetto spelacchiato di Milano 2, sede di lavoro e suo domicilio insieme con la Sandra, il lato A della coppia, lei sì la mattatrice, la soubrette affascinante dei bei tempi. Una spalla nella vita e nello spettacolo. Lo era stata per Totò, per Corrado, per Tognazzi e, soprattutto, per la Mondaini insieme per 52 anni sulla vita e sul set.

Uno spirito divertente e divertito sulla realtà e i suoi personaggi che lo ha sempre contraddistinto in grado di volgere al riso ogni accadimento. Come in una delle ultime apparizioni nel programma “I tre tenori”, quando il conduttore Maurizio Costanzo gli chiede chi pensa possa essere il suo erede, lui ci pensa un po’, guarda gli altri invitati, Mike Bongiorno e Corrado, e con la consueta nonchalance e ironia risponde: «Beh, loro!».

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