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Diego Cugia: “Essere liberi, coerenti con le proprie idee e il proprio destino, ha un prezzo altissimo”

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Diego Cugia, autore di numerosi programmi per la televisione e la radio, ha lavorato a fianco di nomi famosi del mondo dello spettacolo quali, per esempio, Paolo Conte, Lella Costa, Gianni Agus, Gastone Moschin,

Diego Cugia, autore di numerosi programmi per la televisione e la radio, ha lavorato a fianco di nomi famosi del mondo dello spettacolo quali, per esempio, Paolo Conte, Lella Costa, Gianni Agus, Gastone Moschin, Adriano Celentano e Gianni Morandi, mentre il suo personaggio di spicco, Jack Folla, è solo momentaneamente a riposo. Cugia è scrittore di romanzi ironici e raffinati. L’ultimo, in ordine di uscita, è  “24 Nero” (Mondadori, Omnibus, 2009) dove il protagonista, Luca Bompiani, è un accanito giocatore di slot machine su internet.

 

Il vizio del gioco è al centro di 24 Nero. Che cosa è il vizio?

Il vizio? Un’astrazione dal reale, dal quotidiano, dal dolore di vivere. Se si limita a questo, è una trasgressione. E può dare piacere. Se diventa compulsivo, cioè non ne puoi fare a meno, è una dipendenza. Ma se il vizio è la tua unica ragione di vita, se ne sei pervaso totalmente, delle due l’una: o sei un genio del male, o sei morto.

 

Che cosa è, invece, per Diego Cugia il vizio?

Per quanto mi riguarda personalmente, il piacere di giocare lo considero un “vizio in divisa”. Per potermi permettere di lasciar giocare la mia parte bambina devo far indossare all’altra metà di me la divisa da carabiniere. Quando entro in un casinò sono sorvegliato a vista dal Diego-carabiniere, così, se esagero, mi riporta agli arresti domiciliari. Il mio vizio e la mia morale sono entrambi borghesi. E un buon senso di colpa fa parte del gioco.

 

Come è nato, il tuo personaggio più famoso, Jack Folla?

Jack Folla è nato per la disperazione di dover sempre scrivere in maniera “controllata”. Nel senso che un programma, radiofonico o televisivo scritto per il servizio pubblico, deve rispettare (dieci anni fa era così) una certa sobrietà. Jack Folla è stato un grido. Tanto non avevo niente da perdere. Non ero raccomandato e lavoravo tre mesi su dodici.

 

…e allora, cosa è successo?

Mi sono detto, se mi cacciano è uguale. E ho scritto tutto quello che mi passava per la testa e desideravo dire da quando ero bambino. Per un bel po’ mi è andata liscia. Poi dei carabinieri molto più antipatici di quello interiore che mi scorta al casinò, mi hanno disoccupato e strappato il grande amore della mia vita, che non è una donna ma la radio.

 

Che cosa vuol dire, oggi in Italia, essere scrittore e autore di programmi per la radio e la televisione?

Vuol dire stare a casa. Non è un “martirio” però è dura. Ma si sa, essere liberi, coerenti con le proprie idee e il proprio destino, ha un prezzo altissimo. Ho scelto di pagarlo perché -se un giorno tornerò a lavorare alla radio- voglio poter continuare a guardare gli ascoltatori negli occhi.

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