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Cella 211: Luis Tosar, Alberto Ammann, Jorge Guerricaechevarria, Marta Etura

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È una giornata di vento e sole e loro quattro, tra un’intervista e l’altra, se ne stanno appoggiati alla ringhiera della terrazza altissima su Roma.

È una giornata di vento e sole e loro quattro, tra un’intervista e l’altra, se ne stanno appoggiati alla ringhiera della terrazza altissima su Roma. Sono venuti a presentare Cella 211, ognuno con il suo premio Goya, il maggiore riconoscimento del cinema spagnolo: miglior attore protagonista, miglior attore esordiente, migliore sceneggiatura non originale, miglior attrice non protagonista.

Guardano  le cupole, il traffico lontanissimo, quasi silenzioso delle strade, un bicchiere di vino in mano, una sigaretta nell’altra, che si affrettano a spegnere ogni volta che devono stringere un microfono. Strizzano gli occhi nel sole e a tratti  scrutano l’orizzonte, come se vi si nascondesse qualcosa: oltre l’aria, l’azzurro, la brezza leggera della primavera romana.

Hanno trascorso mesi nelle carceri insieme al regista Daniel Monzón  (anche lui vincitore di un ‘Goya’). Un anno di visite, incontri e sopralluoghi, per conoscerne la vita da dentro, per incontrare detenuti e funzionari, di cui avrebbero interpretato i ruoli: e, a seguire,  settimane di riprese in una prigione in disuso, recitando a fianco di ex detenuti. Per girare un thriller duro, violento, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine e che in Spagna è campione di incassi. Un’esperienza che talvolta riaffiora nei loro visi, nei loro occhi.

La visione di un mondo, un abisso, che si portano dentro e  aleggia attorno.

Non bastano le luci, le macchine da presa, le lunghe tavole bianche apparecchiate per il buffet, gli scherzi e le battute, a fugarne la visione. Sembra, piuttosto, che basterebbe distrarsi un istante per precipitarvi dentro. Forse perché, come ha detto un detenuto, ed è una frase che loro ripetono sempre, la prigione è come la vita reale in formato Mp3: ristretta e concentrata.

Luis Tosar, miglior attore protagonista, nel film è il carismatico Malamadre, detenuto tra i più pericolosi, che scatena la rivolta in un carcere di massima sicurezza. I cartelloni del film nelle strade romane mostrano la sua nuca rasata con il nome tatuato sul collo. È piccolo, scuro e la potenza che mostra sullo schermo la trasmette anche di persona. Una potenza scura: non sono solo le immense sopracciglia che gli riempiono il viso, è un’energia che lo contorna. “Cosa ho scoperto con questo film?” Si stringe nelle spalle “che nel carcere vero c’è gente che ha commesso tanti errori ma non tutti quelli che stanno dentro sono delinquenti. Ce ne sono molti di più fuori, uuhhh, molti di più”. E fa l’elenco dei criminali in libertà davanti al sorriso di qualche giornalista imbarazzato. “I politici, quasi tutti, i grandi dirigenti… Solo che quelli che un tempo erano considerati reati ora non lo sono più: truffa, prevaricazione, uso improprio…” Va bene, basta basta.  Che cinema le piace? “Come spettatore mi piace tutto il cinema, ma come attore mi piace il cinema sociale, di impegno. Con un film non si può cambiare il mondo, ma se riesce a farti pensare anche solo per cinque minuti, allora va bene. I personaggi che io interpreto normalmente sono dei marginali, uomini che hanno perso tutti i treni. Uomini divorati da un conflitto interno”.

I suoi ruoli, chi li ha visti, non li dimentica. Il disoccupato di I lunedì al sole. E il marito violento di Ti do i miei occhi,  di Iciar Bollain, uno dei film più duri che abbiamo mai visto, gli diciamo e lui sorride: “Però durante le riprese ci siamo fatti anche qualche risata”.

“Ho sempre recitato personaggi con cui lo spettatore non riesce a immedesimarsi, a volte più estremi, a volte semplicemente grigi” dice tranquillamente. “Ed invece il miracolo di Malamadre, uomo che ha ucciso nella vita ed in carcere, è che, paradossalmente, ha una sua simpatia. Malamadre possiede principi ferrei, ha un codice etico fortissimo e ti trascina dalla sua parte.” Per la genialità dell’interpretazione, per l’originalità della sceneggiatura, diventa un personaggio indimenticabile. È stato un atto di coraggio da parte del regista assegnarmi un parte così diversa dai miei soliti ruoli”

Gli attori sono stati liberi di integrare il materiale della sceneggiatura con i loro incontri. Ed è stato durante una visita in carcere, rivela Luis Tosar, che ha incontrato l’uomo che gli ha dato la chiave del suo personaggio. Un uomo che aveva capeggiato sommosse in carcere, aveva ucciso un poliziotto. Da tempo aveva abbandonato la violenza. È stato quest’uomo a dirgli che sebbene lui fosse il capo dietro le sbarre, pure all’epoca viveva in uno stato di  paranoia, di psicosi, di allerta continuo. Incapace di distinguere gli amici dai nemici. Incapace di fidarsi mai di nessuno, vedendo in chiunque una minaccia.

“Sulla paranoia ho costruito il mio personaggio” – spiega Luis Tosar,  con il suo sguardo scuro fisso nel cielo lontano “Con gli ex detenuti non ci sono stati problemi, si collaborava: loro ci davano i trucchi del carcere, noi quelli della recitazione: quando abbassare la voce, come mettersi davanti alla macchina da presa. Lo scambio ha funzionato…” Ci chiedevamo: “Ma chi lo vorrà vedere questo film? E invece, guarda tu, le sale sono piene”.

L’antagonista di Malamadre, il secondino Mutande, che per una serie di circostanze rimane intrappolato nella rivolta e si trasforma in criminale, è Alberto Ammann, premio per il migliorattore esordiente. È un ragazzo alto, molto bello, un viso pieno di stupore, di delicatezza, un sorriso lieve, malinconico. Un attore gettato, al suo primo film, in un ruolo enorme a fianco di un attore enorme. La sua interpretazione, straordinaria, sembra avergli lasciato in fondo agli occhi la luce inquieta del suo personaggio: Juan Oliver, soprannominato Mutande.

“Il mio personaggio non ha l’essenza dell’eroe, del giustiziere. Al contrario: è un uomo senza troppe aspirazioni. È in un momento molto felice della sua vita; è innamorato di sua moglie, sta per avere un figlio. Un personaggio che si rivela negli sguardi, dove tutto viene dall’interno, e che possiede un profondo senso della giustizia: non condanna qualcuno solo perché ha commesso degli errori; per questo riesce ad entrare in sintonia con Malamadre. Perché sa che la vita è stata molto dura con lui.

“Come è stato girare in un carcere vero?”

Sorride. Scuote la testa.

“Per il film credo sia stato fondamentale, ma una prigione, anche vuota, abbandonata, è un luogo  opprimente. Ti lascia dentro un’angoscia terribile”. Il suo viso si contrae in una smorfia, e sembra che il carcere sia di nuovo attorno a lui – “Era impossibile non sentire il peso di ciò che era successo là dentro. Un peso che ogni giorno diventava più pesante, a cui era impossibile abituarsi. Vedevi i colpi che  avevano dato contro le porte, per sfogarsi; colpi così violenti che avevano inciso il ferro, le scritte alle pareti”. La sua voce  si abbassa, il suo sguardo si perde lontano nel cielo oltre la ringhiera – “Ti rendevi conto che per chi aveva vissuto in quelle celle, ogni istante doveva essere sembrato un’eternità. Anche l’architettura  sembra pensata apposta perché la gente soffra di più, non ti ci abitui, ti logora, è un’energia nera che entra dentro. Alla fine” – mormora – “hai solo voglia di fuggire a gambe levate”.

“Quale è stato il momento più difficile delle riprese?”

“Il mio personaggio vive dei passaggi molti difficili, prima di iniziare a girare quei momenti il mio corpo si ribellava, non voleva;  è stata una battaglia con me stesso. C’è un piano sequenza, in una fase molto avanzata del film, in cui il personaggio compie un cambiamento enorme. Durissimo. Dovevo provare e riprovare quella stessa scena, una sequenza di enorme dolore. Interpretare un ruolo vuol dire porsi nei panni di un altro. A volte ci sono dei trucchi per farlo, ma a volte non ci sono trucchi che tengano: bisogna attingere al proprio dolore e basta. Non ci sono altre vie d’uscita”. Rimane un istante in silenzio ancora sorpreso dalla verità della sua affermazione – “Durante tutte le riprese non sono riuscito a dormire più di quattro ore  a notte. Ero agitato, nervoso, non riuscivo a separarmi dal mio personaggio, mai; mi prendevo qualche istante per respirare, a cena con gli amici qualche scherzo, ma mi costava una grande fatica, restavo sempre legato a Juan Oliver. Alla fatalità che lo distrugge”.

Perché Cella 211 parla di destino e di fatalità, di confini saltati tra il bene ed il male, dei giri repentini della ruota della fortuna. Si può essere al vertice e precipitare nel punto più basso, e un uomo buono, come Mutande, può trasformarsi in una belva.

“E lei, Alberto, crede al destino?”

“Non so se ci credo”. Torna a guardare il cielo, le cupole lontane, come se laggiù ci fosse, nascosta, una risposta. È argentino e ha conosciuto l’assurdità delle prigioni nel suo paese: quando era adolescente, racconta, un suo amico è stato strangolato dalla polizia nel carcere di Cordoba. “Non sono sicuro che tutto sia già scritto. Ognuno vivendo costruisce la propria storia. Il destino è fatto di causalità e conseguenze. Il desiderio, desiderare molto qualcosa: è questo il grande motore della vita. Quello che è certo è che gli esseri umani hanno due volti: sono capaci del meglio e, insieme, sanno distruggere tutto”.

Due uomini, due attori. Molto diversi, come diversi sono i loro personaggi sullo schermo. La sceneggiatura, rivelando i lati più sottili della loro relazione, mostra la loro umanità profonda, e anche l’amicizia possibile tra loro. La vita può tirare fuori il peggio di te, ma anche il meglio. Nulla è dato per sempre e tutto può cambiare in un istante. La minaccia è dietro l’angolo. Forse è questo il senso del film e il segreto dell’aria che si respira attorno; la minaccia che sembra annidata in questo cielo grande, infinito di Roma, tra le immense cupole che si dispiegano in lontananza; un pericolo che i loro sguardi sembrano cercare tra le pieghe dell’azzurro, quando si rabbuiano all’improvviso.

Jorge Guerricaechevarria, premio Goya insieme al regista per la migliore sceneggiatura non originale, passeggia nella terrazza, ogni tanto si siede e rimane silenzioso con il suo sorriso da bambino scolpito sul viso. Ha occhi azzurri, buoni. Potrebbe sembrare uno che della vita ha conosciuto ben poco… Lo abbiamo incontrato un paio di anni fa in coppia con Alex de la Iglesia. Sembravano due compagni di avventure, ridevano come bambini.

Passare da tanta commedia a tanta tragedia… – gli diciamo. “Ma no… Non c’era mica tanta commedia nel film di Alex”. Ed è vero, a pensarci bene, Oxford Murders era piuttosto una tragedia. Eppure di lui c’era rimasto quel sapore del riso, della commedia. È uno dei più grandi sceneggiatori  spagnoli e se ne sta silenzioso con il suo sguardo innocente a guardare dalla terrazza. La commedia affiora ancora nelle risposte  “No, no… Per documentarci non abbiamo visto neanche un film americano. Per carità, uno si accorge di conoscere una prigione solo perché l’ha vista al cinema. In Europa sono diverse ”

Vicino a lui non si sente la minaccia dell’abisso. I suoi occhi, nel cielo oltre la ringhiera, cercano riferimenti precisi: il Quirinale, il nome di una cupola, ogni cosa può essere indicata da un nome.  Ogni realtà, ogni verità, ogni assurdo orrore può trovare un modo di essere espresso a parole. E le parole creano ordine e armonia.  Colgono un ordine nascosto nel caos, nei contorni sfumati all’orizzonte.

Ha modi garbati, l’espressione di chi da bambino era timido. E la timidezza non ha ancora potuto o voluto superarla. Ma quando parla del film, del suo lavoro, i suoi occhi si illuminano.

“Io e Daniel ci siamo subito innamorati del personaggio di Malamadre, già dai primi dialoghi. Appena lo abbiamo messo in azione abbiamo capito che ci avrebbe portato avanti per tutto il film. È un po’ come il pirata cattivo dell’Isola del Tesoro. È  il personaggio che ti ricordi di più. Sai che è una persona che ti ingannerà sempre, che ti tirerà sempre qualche brutto scherzo, eppure non puoi non amarlo. Però Malamadre è Luis Tosar e non un attore americano. Ora in America stanno già pensando ad un remake di Cella 211.  Non mi piace  l’idea che il cinema europeo serva da brutta copia al cinema americano… Il film è tratto da un romanzo (Cella 211 è l’opera d’esordio dello spagnolo Francisco Pérez Gandul), ma poi noi abbiamo fatto le nostre ricerche… Abbiamo scoperto che i medici visitano i detenuti da dietro le sbarre e se qualcuno muore, lo restituiscono alla famiglia e solo dopo qualche giorno ne comunicano la morte, così non figurano come morti in prigione. Abbiamo scoperto dei tanti suicidi. Ogni anno in Francia ci sono venti suicidi nelle carceri, e non è cosa da poco, sembrano dati di un paese del terzo mondo, poi però abbiamo saputo che anche a France Telecom ogni anno ci sono esattamente venti suicidi e allora si tratta forse di un problema diverso…”. Sorride.

Un’insegnante in pensione, minuta, con in testa un curioso cappellino a fiori, gli dice con un sorriso gentile: “Ma questo film lo vedranno tanti ragazzi. E nella vostra storia non c’è alcun accenno ad una possibilità di salvezza, di recupero. ” Possibile” – chiede con dolcezza – “che qualcosa di buono proprio non si potesse trovare?”

“È la storia di una rivolta in carcere e nella rivolta non c’era spazio per il recupero” – risponde lo sceneggiatore dopo un attimo di perplessità – “…ma le assicuro che nelle carceri abbiamo trovato tante storie di dedizione, di aiuto; ci sono tanti volontari che lavorano e certo non per soldi. Ma nel film no, non ci sono”. Si ferma un istante poi aggiunge: “Comunque  nel film un messaggio per i giovani c’è: non fidatevi mai delle autorità”. E ride – “Non fidatevi del potere che piega tutto alla sua logica”

Marta Etura, miglior attrice non protagonista, minuta, biondina, sorride. Emozionata. Felice: “Il mio è un ruolo minore, un ruolo molto piccolo. Quando mi hanno dato la parte, ho chiamato al telefono Alberto, che nel film sarebbe stato mio marito. Gli ho detto prendiamoci un caffè, vediamo come funziona tra noi, e dopo un quarto d’ora eravamo lì che ridevamo e ci sembrava di conoscerci da sempre. Nel film siamo una coppia felice, ci unisce un amore grande, molto forte; abbiamo un progetto comune. Il progetto di un figlio”. Sorride. Lo stesso sorriso dolcissimo del film che in poche inquadrature riesce a trasmettere tutta la forza di un altro motore della vita: l’amore.

Sorride appoggiata alla ringhiera, delicata, quasi scompare stretta tra i tre uomini, eppure il suo sorriso rimane come un ricordo; si imprime sul cielo romano, sulle cupole lontane, sembra tenere a bada l’abisso, sospingerlo almeno un poco più in là.

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