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La fiction: il truffatore romantico “White Collar”

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Esistono una serie di crimini definiti "colletti bianchi": si tratta di alcuni professionisti disonesti, di estrazione sociale medio-alta che, spesso nell’ambito di elitarie professioni e proprio grazie...

Esistono una serie di crimini definiti “colletti bianchi”: si tratta di alcuni professionisti disonesti, di estrazione sociale medio-alta che, spesso nell’ambito di elitarie professioni e proprio grazie alle loro posizioni di prestigio, si arricchiscono illecitamente con frodi, corruzioni, truffe telematiche, società fittizie e altri trucchi della “finanza creativa”. Proprio di questi crimini narra la nuova serie “White Collar” (Fox Crime) dallo stile leggero e ironico, che ha già fatto registrare un boom di spettatori negli Stati Uniti. Inoltre, grazie ad un accordo tra Fox Channels e You Tube la puntata pilota è stata visibile in modalità free e per una settimana intera consentendo al pubblico di visionare le nuove produzioni prima di abbonarsi. Questa rappresenta, in effetti, la nuova frontiera del mercato dei media, che punta sull’interazione tra piattaforme diverse (satellitare e Internet), contenuti di qualità e convergenza di intenti.

Ideata da Jeff Eastin, la serie mescola vari generi: dal poliziesco al dramma, dalla commedia al romanzo sentimentale. I protagonisti sono un ladro gentiluomo e un investigatore privato che danno vita ad una coppia che fonde astuzia e capacità investigativa da un lato e istinto ed intuizioni geniali dall’altro, in pratica un bromance. La serie parte nel momento in cui Caffrey (Matthew Bomer), affascinante genio della truffa, che dopo tre anni d’indagini e inseguimenti viene catturato dall’agente federale Peter Burke (Tim DeKay). Il giovane, però, riesce a evadere e in poco tempo catturato di nuovo da Burke che in cambio della sua consulenza e delle sue informazioni chiede la semilibertà, che otterrà sotto la tutela dell’agente, permettendogli di indagare sui motivi della scomparsa di sua moglie Kate.

Oltre all’intrigante e sorprendente narrazione dei casi, caratteristica della serie sono i dialoghi brillanti e lo sviluppo dei rapporti tra i personaggi. Infatti, tra i due si crea subito quella tensione fatta di antagonismo e complicità alla base dello humor dell’intera narrativa televisiva. La forza della serie consiste proprio nella costruzione di questi due protagonisti mancando al tempo stesso di una dimensione corale e collettiva.

Il personaggio di Caffrey è moderno e al tempo stesso d’altri tempi, un ragazzo con un gran cervello, un cuore dolcissimo e uno stile personale da far invidia allo stilista più quotato del momento. Un uomo che come ha sapientemente scritto sul New York Times, Ginia Bellafante: “pensa come Bill Gates e sorride come Warren Beatty”.

La “controparte” al fascino criminale non è però un agente qualunque. È l’unico che abbia mai catturato lo scaltro Caffrey. È l’unico che intuisce le sue mosse in anticipo, che si sofferma sui dettagli di ciascun caso, che mette a frutto il suo grande talento intuitivo. E che dirige la sezione dell’FBI sui crimini non violenti denominata appunto “white collar”, che dà la caccia ai truffatori più difficili da catturare.

I due, più che da una fiction contemporanea, sembrano usciti da un gangster movie anni 40-50: Neal, ladro geniale, sofisticato e consapevole della sua abilità, con il suo look impeccabile e il Borsalino calato sulla fronte e Peter, agente brillante, in giacca e cravatta e impermeabile, creano un curioso contrasto con l’ambiente luminoso e modernissimo di New York.

Una fiction, quindi, che appare in grado di coniugare sia l’aspetto crime che i toni da commedia leggera e divertente soprattutto nei battibecchi e nei rapporti tra i due protagonisti tanto diversi quanto utili l’uno all’altro nell’affrontare la vita quotidiana.

Gli ingredienti della serie sono dunque azione e investigazione, ma anche stile, glamour ed eleganza. Come ha scritto il Los Angeles Times “White Collar è il più promettente show televisivo di questa stagione televisiva”; mentre il TVOvermind.com ha commentato che: “USA Network lo ha fatto ancora: ha preso una vecchia idea e l’ha messa a lustro, rendendola sexy, divertente e seria allo stesso tempo”.

Il produttore esecutivo ha spiegato nei mesi scorsi in un’intervista al New York Times che da tempo si gingillava con l’idea di una buddy comedy, con il tentativo di rendere il crimine una cosa bella, “se rubi la Monna Lisa – ha detto – è una cosa spettacolare. Se poi a rubarla è il fascino di Matthew Bomer anche se senti che dovresti odiarlo, finisce per starti simpatico”.

Una serie di successo e apprezzata proprio perché presenta dialoghi brillanti, una sceneggiatura fresca che unisce l’astuzia e la collaudata capacità investigativa di Burke con l’istinto e le intuizioni geniali di Caffrey. Una serie che non è un classico crime drama, non è focalizzato sui delitti che vengono commessi ma sulla fascinazione per il bello in senso assoluto, mostrando delle qualità che la rendono a tutti gli effetti una serie del terzo millennio, in grado di ispirare mode e dar vita a modi di dire e fare che fanno tendenza.

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