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Mostre. Caravaggio: il maledetto di successo

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Girando per musei, a qualche polemico sarà scappato un "Non se ne può più!". E svariati pittori, indignati e risentiti, avranno esclamato dalla tomba: "Ancora lui!"

Girando per musei, a qualche polemico sarà scappato un “Non se ne può più!”. E svariati pittori, indignati e risentiti, avranno esclamato dalla tomba: “Ancora lui!”. Fatto sta che, Michelangelo Merisi, al secolo Caravaggio – non appena terminata la mostra alla Galleria Borghese, dove ha diviso la scena con l’artista inglese Francis Bacon – si è subito insediato alle Scuderie del Quirinale, stavolta come unica superstar.

Per incrementare ulteriormente la già cospicua mole di progetti espositivi a lui dedicati – l’Azienda Speciale Palaexpo, in coproduzione con Mondo Mostre, dal 20 febbraio al 13 giugno – esibisce (con l’eccezione di 4 opere) la carrellata di tutti i  capolavori accreditati all’insigne Maestro.

In occasione del quadricentenario della sua morte, la mostra si propone di analizzare il fil rouge dell’opera – scandendo le fasi del suo cammino biografico e artistico – attraverso un confronto diretto tra soggetti e tematiche tra loro affini.

Ci saranno delle ragioni che concorrono a determinare l’incontrastata leadership del Caravaggio. Forse il suo portare alla ribalta gli umili a dispetto della tradizione classica? il rifiuto di idealizzare la natura, lasciando in ombra la frutta rigogliosa e celebrando, invece, quella marcia? il rappresentare soggetti biblici con i piedi sporchi e madonne con il volto di ragazze di malaffare? Probabilmente. E, oltre all’imprinting della sua pittura rivoluzionaria, non è passato in secondo piano il fascino per la sua vita altalenante, segnata da sregolatezza ed eventi tragici. Per non parlare della sua personalità carismatica e controversa, che si è da sempre trovata a convivere con gravi disturbi psichici.

Il nostro “antieroe” per eccellenza non si è fatto mancare nulla: duelli, risse, insulti, porto d’armi abusivo, aggressioni, accuse che hanno portato a numerosi ferimenti e arresti. Come dimenticare l’omicidio che ha commesso ai danni di un suo avversario, a seguito di una banale partita a “pallacorda”?

Quel che è certo è che in poco meno di un ventennio i suoi soggetti e le sue tecniche innovative hanno rovesciato i canoni della storia dell’arte, aprendo la strada ad una pittura realista che è, a tutt’oggi, un indiscusso punto di riferimento. La sua attività si è svolta soprattutto a Roma, dove il pittore lombardo è stato accolto dal 1592 al 1606 nella bottega del Cavalier D’Arpino. Ed è qui che Caravaggio inizia a prediligere la raffigurazione delle nature morte, un genere all’epoca ritenuto di second’ordine.  Emblema di questo stile è senz’altro la “Canestra di frutta”, realizzata tra il 1594 e il 1597. Mele, pesche, uva a grappoli sono resi nella loro caducità, addirittura ci balza agli occhi sulla destra una foglia secca e piegata su se stessa che sta per staccarsi dalla composizione. Caravaggio ci svela la spugnosità dei frutti e le pieghe delle foglie con estrema perizia di dettagli, ed è così dedito a cogliere il “vero” che diventa impensabile obbligarlo ad una qualsiasi trasfigurazione della realtà. Al maestro si deve, inoltre, il ribaltamento del rapporto tra modello ed artista. Studiando direttamente il modello, quasi sempre scelto tra i “ragazzi di vita”, scarta ogni sterile calcolo geometrico e proporzione dei suoi predecessori, limitandosi alla pura osservazione. Nel “Bacco” degli Uffizi, dipinto nel 1593-94, è visibile la scelta di Caravaggio di ostentare una bellezza quotidiana a scapito di quella idealizzata o divina. L’aria molle e ammiccante, vagamente erotica, sarà ripresa anche in altre opere. Seduto a un tavolo e coperto a metà  da un lenzuolo drappeggiato, il Bacco tiene in mano un calice colmo e lo porge, con un languido gesto di offerta, allo spettatore. Si dice che Caravaggio usasse lo specchio per dipingere i suoi personaggi, in questo modo poteva inquadrare solo una porzione di realtà, a suo piacimento selezionata.
Va da se che il risultato non è il frutto di casualità ma, al contrario, l’insieme è sapientemente costruito.

“Davide con la testa di Golia”, realizzato tra il 1605 ed il 1606, incarna tutto il dramma umano vissuto dall’artista nell’ultimo periodo della sua vita. Da uno scuro tendaggio emerge Davide, raffigurato con la spada in mano, mentre espone la testa di Golia, ancora sanguinante per la decapitazione. Il volto conserva ancora un’espressione contraffatta dal dolore. In molti riconoscono in Golia i lineamenti del Caravaggio che, nel periodo in cui dipinge il quadro, si trova a Napoli, latitante per l’accusa di omicidio.

E, ad avvalorare tale tesi, è un’iscrizione che compare sulla spada “H.AS O S”, interpretata con il motto: Humilitas occidit superbiam.
Ciò potrebbe racchiudere, appunto, l’ultima disperata volontà dell’artista: chiedere la grazia a papa Paolo V. La grazia gli fu concessa ma Caravaggio, quasi al termine del suo ritorno a Roma, muore sulla spiaggia di Porto Ercole, probabilmente consumato dalla malaria.

Si conclude così, a neanche quarant’anni, una vita grandiosa, nel bene e nel male. Una vita in cui la sofferenza non è stata assente così come non lo sono stati i sapori del successo. Richiesto da celebri committenti e censurato da altri, ha goduto dell’appoggio di famiglie potenti ma è stato anche bersaglio di invidie di acerrimi nemici.

Ed ora, nonostante siano trascorsi 400 anni, 400 anni di studi sull’inesauribile materiale documentario, di contrastanti disamine su biografia e opere, l’interesse dei critici non smette, e non smetterà, di gravitare intorno a quel “geniaccio maledetto”. E che dire del pubblico stipato nelle file fuori ai musei? Quando si tratta del Caravaggio, il successo al botteghino è assicurato!

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