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Maurizio Cohen: “Mi piace scrivere le storie in doppio: il bene che è anche male e il male che sembra bene”

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Persona estremamente poliedrica Maurizio Cohen, scrittore di romanzi, sceneggiatore, esperto di tappeti e tessili antichi, documentarista e altro ancora. Lasciamo parlare lui, che ci racconta delle sue numerose anime che convivono con successo.

Persona estremamente poliedrica Maurizio Cohen, scrittore di romanzi, sceneggiatore, esperto di tappeti e tessili antichi, documentarista e altro ancora. Lasciamo parlare lui, che ci racconta delle sue numerose anime che convivono con successo.

 

Quando ha capito che scrivere era la sua passione e doveva diventare la sua scelta di vita?

Molto presto, dopo aver finito l’università. Decisamente fare il commercialista non mi sembrava lo scopo della mia vita e il mio primo giorno di lavoro ho deciso di non presentarmi raccontando che, proprio quel giorno, era morto mio padre.

 

Suo padre glielo ha perdonato ?

Decisamente sì, perché scelsi di lavorare con lui e divenni, seguendo le mie due passioni di quel momento, ossia i tappeti antichi e lo scrivere, l’autore di un libro sulla simbologia dei tessili del medio oriente. È un libro rimasto famoso nel suo campo, tradotto in tutte le lingue, e di cui sia mio padre che io stesso siamo stati molto orgogliosi

Avevo anche seguito un corso di sceneggiatura e scritto un libro di poesie. Sandro Bolchi, il padre dello sceneggiato italiano aveva letto qualcosa di mio e aveva apprezzato il mio modo di scrivere che definì “cinematografico”.

Così cominciò la mia collaborazione con numerosi sceneggiatori.

 

Come si ritrovò a scrivere il suo primo romanzo?

Oltre alle sceneggiature scrivevo anche  racconti e “sentii” che uno di questi poteva diventare un romanzo.

Si intitolava “La gabbia” , fu selezionato per il Premio Strega e vinse poi il Premio Chianciano.

Ebbe un grande successo, un produttore americano comprò i diritti per farne un film con Nicolas Cage. Divertente la casualità per cui il cognome dell’attore era anche il titolo del libro in inglese: Cage cioè gabbia…

Il film non si fece per svariati motivi, ma il progetto è rimasto soltanto sopito. Da poco è stato nuovamente recuperato e le riprese cominceranno tra poco. Questa volta sarò io il regista.

 

Di cosa parla ?

È la storia di un uomo che, per un’operazione sbagliata, si tramuta in una specie di gorilla con attributi assolutamente umani. Inizia così per lui una nuova vita in cui finalmente diventa famoso, chiuso dentro una gabbia, riscattandosi così dall’ esistenza piatta e anonima vissuta fino a quel momento come essere umano. Quello che non gli era permesso come uomo, legato dalle convenzioni sociali, diventa significativo e divertente come gorilla. Vive finalmente il suo riscatto.

 

Una specie di doppia storia, insomma, un’avventura vissuta con due anime diverse, quella umana e quella animale.

Amo  scrivere in “doppio”. Mai nulla è come sembra, ogni cosa ha sempre il suo rovescio che è importante come il “dritto e forse, qualche volta, anche di più.

 

Altri romanzi ?

Due. Un giallo pubblicato nel ’90 da Mondadori che si intitola, appunto, 90, in cui tutto succede nei 90 minuti della partita dei Mondiali  in cui Roma è vuota. Tutto nel libro ruota attorno al numero 90 che compare continuamente per ogni cosa.

Sto inoltre lavorando su un altro romanzo che uscirà tra poco, in cui si parla di Artemisia Gentileschi.

La protagonista, un’attrice che sta interpretando il ruolo della Gentileschi, viene stuprata uscendo dal Teatro di posa e vive in diretta sulla sua pelle il dramma della pittrice. Due storie che vengono legate dalla figura di questa interprete che, mentre fa vivere per le scene il dramma dello stupro di Artemisia consumato nel 1600, lo vive veramente  ai giorni d’oggi.

 

Anche questa volta c’è una storia doppia. Mi sembra di capire che questo scrivere in doppio nasconde anche qualcosa in più.

Sì , è vero. Vedo che avere rapporti veri con gli altri è una delle cose più difficili da raggiungere. Viviamo ruoli in cui molte volte non ci riconosciamo, ma continuiamo ad interpretarli forse perchè vogliamo soddisfare le aspettative degli altri. Tutto viene manipolato e noi siamo le vittime. Vedo anche che dietro un’apparente libertà siamo invece molto legati da tutto quello che ci circonda: convenzioni sociali, morali, attese culturali. La mancanza di libertà insieme ad una mancanza di giustizia è il sentimento pù forte che mi anima quando scrivo. È quello che mi fa soffrire di più.

 

Vedo un grande pessimismo in queste parola. Può dire di se stesso di essere ottimista nonostante tutto ?

Assolutamente sì, ma bisogna capire bene il gioco.

 

Parliamo ora del Maurizio Cohen sceneggiatore. Ha lavorato di più per la televisione o per il cinema?

Per la televisione. Ho scritto diverse fiction.

 

Quale ha amato di più?

Sicuramente Amico mio. Ho anche lavorato per il Maresciallo Rocca, che è un personaggio che mi è piaciuto molto…

 

Amico mio era ambientato in un Ospedale pediatrico. Come si è sentito a girare ascrivere di bambini malati e soli? È stato più facile descrivere il mondo dei bambini nell’Ospedale o i romanzi allegorici come quelli che ha scritto?

Scrivere Amico mio è stata un’esperienza molto intensa. Siamo stati per settimane dentro il Bambin Gesù, volevo poter essere preciso nella descrizione di come vivono i piccoli malati.

Abbiamo tutti vissuto questa esperienza  con grande commozione. Dapporto è stato un eccellente interprete e ho cercato di creare dei personaggi, come Spillo per esempio, che attirassero le simpatie di tutti e ci facessero anche sorridere. È senza dubbio più facile, da questo punto di vista, scrivere i romanzi. Incontrare il dolore del mondo reale è un’altra cosa.

 

Con quali registi  cinematografici ha lavorato?

Ho lavorato con Tinto Brass, con Francesco Nuti. Ho diretto in proprio un documentario per una TV americana sui siti archeologici italiani, un altro sul Museo Egizio di Torino.

Nel 2009 ho anche fatto un DVD sulle Radio private, attraverso i cantautori che hanno contribuito alla loro nascita. Poi un cortometraggio intitolato “Fuori servizio” presentato al Festival di Taormina.

 

Ha scritto un sacco di cose diverse. Qual è il genere che le ha dato più soddisfazione?

Sicuramente il romanzo. Quando si scrive un libro si ha l’impressione di partorire un figlio.

 

Chi è il vero Maurizio Cohen fra tutte le anime che ci ha mostrato?

Il regista che regge il filo delle varie anime

 

Se volesse descriversi, quale parte di lei metterebbe in cima alla lista ?

Il provocatore.

 

C’è un’opera ha operato in lei una sorta di “liberazione”?

Quella che debbo ancora scrivere.

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