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Mostre: La luce di Hopper

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"Tutto quello che ho sempre voluto fare è dipingere la luce del sole sulla parete di una casa". Con questa celebre frase Edward Hopper condensa e suggella...

“Tutto quello che ho sempre voluto fare è dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”. Con questa celebre frase Edward Hopper condensa e suggella il leit motiv che attraverserà tutti i suoi lavori. Una rassegna antologica curata da Carter Foster (conservatore del Whitney museum), a Roma fino al 13 giugno, ci consente di ripercorrere le tappe dell’evoluzione pittorica dell’artista, in cui è appunto la luce a far da padrona.

Le sette sezioni presenti suddividono le 170 opere per tematiche, cronologia e tecniche usate (olio, acquerello, incisione e disegni preparatori) in un excursus che abbraccia circa sessant’anni: dalle prime sperimentazioni accademiche fino ai dipinti ultimati in prossimità della sua morte, avvenuta a New York nel 1967.

Nato nel 1882 a Nyack, sul fiume Hudson, Hopper entra nel 1900 al prestigioso istituto New York School of Art, ma l’esperienza che lo segnerà maggiormente sarà il suo primo soggiorno a Parigi, nel 1906, durante il quale si imbatterà nella fervente rivoluzione impressionista. Hopper presta particolare attenzione all’utilizzo della luce e ammira e rivisita opere di Manet, Pissarro, Sisley e Courbet, pur senza mai aderire pienamente al loro linguaggio. In effetti, sebbene ammiri la luce vibrante dei quadri impressionisti in cui “anche l’ombra è illuminata”, Hopper adotta una luce più “solida”, compatta e non intende, come i suoi maestri, smaterializzare la realtà, sfumando o addirittura eliminando i contorni delle cose. I motivi ordinari e contemporanei che dipinge a Parigi en plein air resteranno, comunque, prioritari per tutta la sua produzione artistica: ponti, fiumi, edifici, strade, alberi e parchi.

In un secondo tempo sarà Degas a trasferirgli l’interesse per la rappresentazione degli interni, privilegiando un uso di un’inquadratura squisitamente fotografica. È il momento di Nighthawks (1941), l’opera al quale Hopper è universalmente associato. Purtroppo il dipinto non è presente nel percorso della mostra, ma una fedele ricostruzione del bar raffigurato nel quadro catapulta i visitatori nella medesima atmosfera straniante fatta di colori cupi e malinconici, che rispecchiano la sofferente middle-class americana alla soglia del secondo conflitto mondiale. Una pallida luce del neon che rischiara l’interno del locale unisce i protagonisti: una coppia in piedi dietro il bancone, un  barista e un uomo seduto di spalle, catturati da un’angolazione dal sapore cinematografico.

Come si deduce dagli innumerevoli studi di nudi, Hopper è affascinato dal corpo femminile, dalla giovinezza e dall’ineluttabile scorrere del tempo. In Second Story Sunlight (1960) la luce si staglia prepotentemente sulle due case gemelle lasciando in ombra il bosco retrostante. Le finestre, le tende e l’architettura della casa (sempre in uno stile rigorosamente vittoriano all’epoca superato) sembrano legati a un modo di essere delle due figure (una donna anziana ed una ragazza) e al rapporto di chiusura o apertura con il mondo, come sottolinea l’affacciarsi della ragazzina alla sua scoperta della vita.

Le donne di Hopper (che hanno tutte il volto della moglie Josephine Nivison) sono in tensione, perennemente in attesa di qualcosa che è reale ma inaccessibile allo spettatore. Una sua caratteristica è di lasciare a chi guarda il compito di interpretare la storia e di entrare nel quadro come un voyeur che guarda persone ignare di essere riprese. Anche in Summer interior (1909) non sappiamo cosa stia pensando la donna ai piedi del letto seminuda a capo chino, né cosa sia successo prima o quello che aspetti che accada. Sappiamo solo che, pervasa da una luce conturbante, ci si lascia avvolgere quasi fosse un amante consolatore.

Tramite i suoi soggetti assorti, pensosi e inquieti, che guardano fuori la finestra, verso il sole mattutino, Hopper evidenzia che il potere dei suoi raggi è quello di insinuarsi e di illuminare anche uno squallido interno di città. È la luce, infatti, l’unica ancora di salvezza dei personaggi, verso la quale si protendono.

Morning Sun (1952) è opera che costituisce la summa della sua produzione artistica.

Qui il sole, proietta un quadrato sulla parete e invade il volto di una donna – trasformandolo in una maschera contratta – intenta nel proprio silenzio e nella propria palpabile solitudine in questa acerba ora del mattino. Hopper la definisce “ora squisita”, un’ora che rappresenta sia la pace ma anche una possibile svolta nella vita umana. E la finestra diventa il muro valicabile che separa la luce dal buio dell’esistenza.

Che sia una fredda luce al neon o quella abbagliante del mattino, viene sempre ad assumere connotazioni spirituali e simboliche, trasformandosi in una sorta di “annunciazione”.

La grande capacità di Hopper è stata proprio quella di far entrare nell’arte i momenti più profani e banali dell’uomo, proprio grazie alla luce.

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