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Stefano Emanuele Ferrari: “Oggi, come non mai, c’è bisogno di sintesi, di parole che durino”.

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Poesie lungo i ponti a Milano. Stefano Emanuele Ferrari ha deciso di comunicare così i suoi versi. Dopo il lavoro in banca, il servizio militare e il lavoro di modello che lo ha portato in giro per il mondo, oggi, fa lo scrittore.

Poesie lungo i ponti a Milano. Stefano Emanuele Ferrari ha deciso di comunicare così i suoi versi. Dopo il lavoro in banca, il servizio militare e il lavoro di modello che lo ha portato in giro per il mondo, oggi, fa lo scrittore. La pubblicazione del suo romanzo “Dove danzano gli angeli” (Il Filo, seconda ristampa 2009) gli ha offerto la misura delle difficoltà, per un giovane esordiente, di avventurarsi nel campo dell’editoria e la conoscenza di un mondo oramai saturo di parole. La poesia si è elevata così, per Stefano Emanuele Ferrari, a mezzo con cui esprimere, parlare, “sputare” al mondo e i Ponti sui Navigli a Milano sono diventati, per alcuni mesi, la galleria espositiva dei suoi versi.

 

Stefano, come è nato il binomio “poesia-ponti”?

I ponti mi hanno sempre affascinato, come tutti i luoghi di passaggio. Il cavalcavia di Porta Genova, poi, con quell’aria newyorkese, lungo, esclusivamente pedonale, mi apparve una mattina come una meravigliosa galleria d’arte che non aspettava altro che essere valorizzata. Pensai che potevo esporre delle mie poesie, come fossero piccoli quadretti, per cercare di accattivarmi i passanti. Erano componimenti brevi, di veloce lettura, che tralasciavano ogni virtuosismo per farsi comunicazione, poesia da strada.

 

E come è andata?

Fu un successo inimmaginabile. Persone che mi fermavano per congratularsi, chi le fotografava, chi se le scriveva su un foglietto, chi mi chiedeva delle copie autografate. Rimasi colpito quando un signore mi disse:”di questi tempi, c’è proprio bisogno di poesia”. Capii che quel gesto aveva assunto un valore sociale, che quelle poesie che avevo appeso stavano interagendo con il territorio, con le persone, liberandole per un momento dalle loro preoccupazioni, regalando emozioni. E così decisi di prendere altri ponti sui Navigli, di allestire nuove esposizioni. Dall’iniziativa, che si è protratta per quasi due mesi, è nato anche un libro: Amore, ponti e altre poesie (tiratura limitata in collaborazione con Il Libraccio, 2009).

 

 “Mi piacerebbe conoscere:/ una donna/ che un giorno/guardando una vecchia foto/ mi chieda/ d’amarla ancora.”  Come sono nati questi versi?

Questi sono i versi conclusivi di una poesia che ho scritto una sera, dopo essere finito per caso nella pagina di myspace di una ragazza. Nella sua presentazione, alla voce “mi piacerebbe conoscere:” stava scritto: Un musicista. Che non pretenda di insegnarmi a suonare. Che suoni per me. Che mi vizi e sopporti le mie lune. Che sbottoni adagio la camicia […] Lo trovai un testo molto poetico. Poi pensai a me, a chi mi piacerebbe conoscere, e finii a pensare a questa donna, dapprima come amante e poi come compagna di vita.

 

Qual è, secondo te, il futuro della poesia?

La poesia ha un grosso futuro, perché oggi, come non mai, c’è bisogno di sintesi, di parole che durino. La comunicazione pubblicitaria e politica sta svuotando le parole del loro significato. Bisogna riprendersele. Ma deve essere una poesia che sia in grado di parlare alle persone, non solo ai poeti e agli intellettuali. In generale, prosa e poesia dialogano più di quanto si possa pensare; il mio romanzo Dove danzano gli angeli  non a caso si chiude in poesia. E anche nei capitoli interni non è raro che la prosa scivoli in poesia, sigillando per sempre un pensiero.

 

Nel tuo romanzo “Dove danzano gli angeli“, il protagonista vive affannandosi tra praticantato professionale e praticantato dei sentimenti.  La sua è solo la ricerca di un’identità professionale e sentimentale o va oltre?

Il romanzo va oltre. Va a toccare tutte le corde di un’esistenza. Ma non è tanto la ricerca del protagonista che spinge la narrazione, ma la vita che gli va incontro. I suoi pensieri, le sue scelte, le sue azioni, sono contingenti alla situazione che si trova a vivere volta per volta. La sua crescita è dettata più dalle vicissitudini che dalle intenzioni. Si chiede cosa vuole fare  nella vita, cosa riuscirà a fare, ma non ha risposte. La sua è una ricerca, tout court. Annaspa. E’ in questo annaspare che cresce, scoprendo le meraviglie e gli abissi della vita.

 

Che cosa c’è di piratesco e di picaresco in questo tuo romanzo?

Di piratesco c’è il destino, come è stato sottolineato da Andrea Pinketts durante la presentazione del romanzo; destino che gioca con questa storia d’amore, e che cerca di rubare tutto. E’ un romanzo picaresco, nel senso più vago del termine, perché ha una forte componente autobiografica, perché narra le avventure o pseudo-avventure di un giovane lanciato verso la crescita, dove gli incontri non mancano, dove si ride ma ci si trova anche da riflettere, in una promiscuità di toni – ora comici, ora tragici – che spiazza il lettore, lo travolge. La vera forza del romanzo, il successo che sta ottenendo, deriva da questo.

 

Cosa ti accomuna alla corrente pinkettsiana?

Pinketts è uno scrittore che canta la strada, se stesso, in un certo qual modo avvicinabile ad altri scrittori, americani in primis – che ho sempre avuto come punto di riferimento. C’è autobiografismo nei suoi romanzi, ci sono i luoghi e i personaggi della sua vita, sebbene a volte molto caricaturati, filtrati dall’immaginazione, e inseriti in contesti, avventure, che hanno del surreale, del fiabesco.

Anche il mio romanzo è in gran parte ambientato a Milano, e i luoghi di questa città non fanno da semplice scenario, ma sono anch’essi protagonisti, con i loro rumori, i loro odori, e sono carichi di significati, di simboli. Poi nel romanzo non manca quell’ironia pungente, divertita, di cui Pinketts è  stato spesso autore.

 

Stefano, quando hai pensato di diventare uno scrittore?

Non pensavo mai di diventare uno scrittore. Da piccolo volevo fare il pompiere forse suggestionato da quel draghetto che vedevo tutti i giorni alla tv. E’ la vita che ci porta ad essere quello che siamo, e non solo la vita che abbiamo scelto, ma anche quella che si è fatta avanti senza chiederci il permesso. Il mondo si apre in modo inaspettato, e il destino gioca un ruolo maggiore di quanto possiamo immaginare. Tutto può cambiare con un semplice incontro – un fatto apparentemente fortuito, banale, scatena un’inarrestabile ventaglio di nuovi giochi, nuove scelte, nuove opportunità. Non possiamo mai conoscere le conseguenze delle nostre azioni, ne dove ci porteranno, ne chi saremo, ne fra quanto. Possiamo tirare ad azzeccare, sperare. Se siamo forti, perseverare. Rimanere vivi, ecco cosa bisogna fare. Rimanere vivi. Aperti ai giochi.

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