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Fabio Morìci: “È il fattore tempo che fa la differenza”.

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Fabio Morìci classe 1978. Da adolescente e quasi per gioco ha capito che da grande il mondo dello spettacolo sarebbe stato il suo pane quotidiano. Dopo anni di studio e di "assaggi", oggi, Fabio Morìci è scrittore, autore e attore di sitcom.

Fabio Morìci classe 1978. Da adolescente e quasi per gioco ha capito che da grande il mondo dello spettacolo sarebbe stato il suo pane quotidiano. Dopo anni di studio e di “assaggi”, oggi, Fabio Morìci è scrittore, autore e attore di sitcom. Da pochi mesi è  presente nelle librerie con il suo ultimo lavoro, il saggio  “La sitcom” (Gremese Editore, 2010): potete leggere qui la presentazione che ne ha fatto Giovanni Prattichizzo. Mentre, il suo primo romanzo “Appena il tempo di andar via” (Edizioni Il Filo, 2006) gli è valso il Premio Speciale Garcia Lorca (2006)  e il 2° Premio Penna d’Autore (2007).

 

Fabio, a cosa stai lavorando in questo periodo?

Ho appena finito di scrivere con Giampaolo Iacobelli la sceneggiatura per un lungometraggio tratto dal mio romanzo. Da poco, inoltre, è pronto il pilota di “Felici & Contenti”, una sitcom che sta già girando negli uffici dei principali network, in cui sono attore e autore insieme ad Alessandro Bardani. Nel frattempo è in pre-produzione un altro pilota di un’altra sitcom, che ho scritto con Achille Corea e Fulvio Di Meo. Poi sto registrando, in qualità di autore e attore, insieme a Michele Barbuscia, una serie di sketch per “610” su Radio Due. Infine, da fine marzo girerò come attore una nuova fiction prodotta dalla Palomar per la Rai.

 

Quando è nato Fabio Morìci come personaggio del mondo dello spettacolo?

Quando avevo 14 anni. Regalarono una telecamera al mio migliore amico e io la usai per girare un corto scritto da me, così per gioco. Ma quando ho visto il prodotto finito, ho capito che non sarebbe rimasto solo un gioco. A 17 anni il primo corso di recitazione e a 18 il debutto in pubblico, uno spettacolo in piazza. Nel 2002 il primo spettacolo in un teatro vero, il Teatro Testaccio. Nel frattempo, durante gli studi per la laurea, continuavo a scrivere racconti, monologhi, poesie. Poi, poco più che ventenne, la prima stesura di quello che anni dopo sarebbe uscito come il mio primo romanzo.

 

Quanto è importante o è stato importante il  “tempo” nella tua vita e nella tua carriera?

Credo che la vita sia fatta di momenti giusti e momenti sbagliati. Il momento giusto però è decisivo solo in mano alla persona giusta con l’idea giusta. Ma la persona giusta con l’idea giusta non può fare nulla senza il momento giusto. Quindi direi che, a parità di talento, è il fattore “tempo” che fa la differenza. Per questo ho cercato di restare sempre sincronizzato con gli eventi esterni. Perché se arrivi sempre in ritardo, se sei fuori tempo, se sei scoordinato rispetto al ritmo della vita, ti perdi lungo i tuoi stessi passi.

 

E a proposito di “tempo”, com’è nata l’idea di scrivere il romanzo “Appena il tempo di andar via” (Edizioni Il Filo, 2006)?

Sono partito da un uomo con un dono speciale, o forse una maledizione. Sono partito dai suoi occhiali scuri che nascondevano il segreto dei suoi occhi: se Duncan incrocia il tuo sguardo, vede come morirai. Mi sono chiesto come cambierebbe la vita di una persona se sapesse come morirà. Mi sono chiesto, più in generale, dove cercare il senso di una vita che sta per finire. E ho provato a rispondere, nel mio piccolo, costruendo intorno a questa domanda una storia che fosse avvincente e divertente, secondo i miei gusti. Lo scorrere del tempo è il nocciolo del romanzo. Già nel titolo: quando si va di fretta, si dice ad esempio “ho appena il tempo di un caffè” o “ho appena il tempo di un saluto”. Avere “appena il tempo di andar via” significa non avere nemmeno il tempo di arrivare. E’ una dimensione temporale paradossale, che scompare mentre la pensi. E’ la brevità della vita rispetto all’infinito.

 

Quanto c’è di Fabio Morìci e della sua quotidianità  in questo romanzo?

C’è il mio modo di guardarmi intorno, la mia ironia, la mia curiosità per i dettagli, il mio sentire. O almeno quello del periodo in cui l’ho scritto. C’è l’amore per la musica, la malinconia, l’idea che ci sia dell’altro oltre quello che vediamo e tocchiamo. E poi ci sono le carote… Ma per il resto è una storia molto al di fuori della mia quotidianità.

 

Ti senti di essere di più un attore, uno scrittore o un autore?

La necessità e l’opportunità mi hanno in effetti portato a essere molte cose. Attore, scrittore, conduttore. Il palco, la tv, la radio. Il corso dell’Actors Studio, il corso di sceneggiatura alla Rai. Oggi sono però convinto che alla radice di tutto ciò, ci siano solo due mestieri: l’attore e lo scrittore. Due mestieri che ho semplicemente provato a sviluppare in tutte le loro sfumature e sfaccettature. E ora mi sento entrambe le cose. Anche perché, secondo me, sono due identità che si compenetrano: l’una dà e prende qualcosa all’altra. Però c’è una sorta di gerarchia tra i due mestieri: l’attore è l’acqua, lo scrittore è l’ossigeno.

 

Che differenza c’è, secondo te,  tra il mondo dello spettacolo e quello dell’editoria?

Naturalmente le differenze sono molte e sarebbe complesso analizzarle qui. Però mi viene una riflessione in proposito: purtroppo, oggi, il modo migliore per emergere nel mondo dell’editoria, è diventare famosi per qualcos’altro. Se vieni dal mondo dello spettacolo ti pubblicano i grandi editori e ti comprano tanti lettori. Quasi indipendentemente da quello che scrivi. Farsi strada solo come scrittore, senza un volto, è straordinariamente più difficile. L’editoria è satura, le librerie sono sempre più dei supermercati del libro. I grandi editori non si interessano davvero agli esordienti, i piccoli non hanno la struttura per lanciarli.

 

Qual è la cosa di cui vai maggiormente fiero sia come uomo che come personaggio del mondo dello spettacolo?

Sono fiero dell’entusiasmo che non mi ha mai abbandonato. Della serietà e dedizione con cui porto avanti i miei progetti. Sono fiero di aver raggiunto obiettivi senza deviazioni e senza scorciatoie.

 

Cosa consiglieresti a un giovane che oggi vuole avvicinarsi  al mondo dello spettacolo?

Anzitutto gli direi che il mondo dello spettacolo è fatto di professioni e mestieri. Voler entrare nel mondo dello spettacolo non significa nulla di per sé. Bisogna capire e scegliere cosa voler diventare. E bisogna prepararsi seriamente per farlo. Come si fa per qualunque altra professione e mestiere. Perché se hai ben chiaro cosa vuoi essere, diventi la bussola di stesso, non ti perdi mai, e un giorno o l’altro arrivi a destinazione.

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Un tuo sogno.

Ne dico giusto uno: sedermi in sala a guardare un film tratto da un mio romanzo.

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