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Uomini in cammino, dopo la catastrofe

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Si allunga, in questo scorcio di inizio millennio, la lista di film apocalittici (o post-apocalittici) proposti dal cinema, in un inestricabile corto-circuito tra realtà e rappresentazione

Si allunga, in questo scorcio di inizio millennio, la lista di film apocalittici  (o post-apocalittici) proposti dal cinema, in un inestricabile corto-circuito tra realtà e rappresentazione [v. su “O”: La fine del mondo e i pop-corn. A proposito di “2012”, il nuovo film di Roland Emmerich 
del 22.11.09].

L’ultimo arrivato nelle sale è ‘Codice Genesi’, a poca distanza da ‘The Road’ – romanzo di Cormac Mc Carthy, premio Pulitzer 2006, e poi film di John Hillcoat del 2009, che nelle sale non è ancora arrivato! – a cui immediatamente lo si associa, per gli scenari e per il tema del viaggio, in una desolata terra post-catastrofe.

Due locandine del film ‘Codice Genesi’ – The book of Eli – dei gemelli Albert e Allen Hughes (2010)

Anche qui si racconta del viaggio di un uomo – verso Ovest, stavolta – attraverso quel che resta della civiltà umana distrutta trent’anni prima da una immane catastrofe (forse una guerra di religione?): un buco nel cielo da cui il sole ha bruciato o reso ciechi tutti quelli che erano allo scoperto.

L’uomo del film (Eli, Denzel Washington) – The book of Eli è il titolo originale del film – armato e velocissimo con un corto machete ricurvo, affronta pericoli di ogni genere, in questa Terra mutata. Con una ‘mission’: salvare il libro, devotamente sfogliato tutte le sere, che porta nello zaino avvolto in una coperta; l’ultimo del suo genere rimasto al mondo, capace di salvare l’umanità dalla barbarie.

Sulla strada di questo uomo pio ma determinato – dal punto di vista cinematografico identico all’eroe di un western – si frappongono diversi ostacoli, il più importante dei quali è il malvagio di turno (Carnagie, Gary Oldman), che gestisce una piccola comunità governata con pugno di ferro attraverso una banda di sicari armati, da un saloon – o un suo equivalente – posto al centro del paese. Anche lui, per altri motivi, è alla ricerca di un libro; forse proprio quello che Eli porta nello zaino.

La lotta per la supremazia – anch’essa in puro stile western: inseguimenti, duello e spari inclusi – prende buona parte del film, e prevede anche l’inserimento di un ruolo femminile (Solara, Mila Kunis), e la parziale vittoria del ‘cattivo’. Infine la mission è portata a compimento, seppur con mezzi diversi da quelli di partenza, che i lettori del Bradbury di Fahrenheit 451 – e gli estimatori dell’omonimo film di Truffaut – riconosceranno.

Il riferimento al profeta biblico Elia è esplicito e di una atmosfera ieratica è pervaso il film, che mescola generi diversi in un collage dall’incerto amalgama tra spettacolarità e velleità di messaggio profetico.

 

 

Il cinema è sempre stato attirato da universi post-catastrofici, e altri continua a proporne, con una singolare costanza di comportamenti.

La regressione della specie umana verso la barbarie e la violenza è sempre la stessa, con piccole varianti. La si è vista in tanti film, con l’atroce dubbio che la realtà non sia da meno, come mostrano le immagini passate in televisione (già edulcorate e censurate) e quelle ben peggiori girate da sadici ‘testimoni con telefonino’ dagli scenari delle catastrofi recenti: violenza e saccheggi; la legge del più forte eletta a sistema e lo strapotere delle armi.

È lo stesso filo che lega, in un futuro indefinito, insieme tecnologico e barbarico, i tre episodi della saga di Mad Max, del regista australiano George Miller…

La serie di Mad Max. Nella parte del protagonista Max un giovanissimo Mel Gibson, che fu ‘lanciato’ dal primo dei film di questa serie. In ordine temporale: Mad Max (1979), titolo ital.: ‘Interceptor’; Mad Max 2 – The Road Warrior (1981), ‘Interceptor – Il guerriero della strada’; e Mad Max – Beyond Thunderdome (1985), ‘Mad Max – Oltre la sfera del tuono’

Un altro film merita qui una citazione, per analogia con il tema e per l’idea affascinante su cui era costruito. E anche per una personale storia di aspettative deluse. È un film del 1997: The Postman.

The Postman (titolo italiano: ‘L’uomo del giorno dopo’), diretto e interpretato da Kevin Kostner, dal romanzo di genere ‘post-apocalittico’ – The Postman; 1985 di David Brin

Capita talvolta di essere folgorati da un’idea percepita per caso, niente di preciso; un brandello di potenzialità su cui la fantasia si fissa e comincia a lavorare. Può accadere quando si è alla ricerca di qualcosa ancora senza un nome, che quell’idea – o immagine o suggestione – catalizza.

Di questo film si era letto – o sentito dire, chissà – che raccontava di un uomo che si muove in una terra desolata, dopo una catastrofe atomica;  l’umanità ridotta a piccole comunità isolate, regredite ad un’era pre-tecnologica, senza alcun collegamento tra loro.

L’uomo chiamato the Postman – il postino appunto, o il portalettere – mantiene i contatti tra questi gruppi dispersi, nell’attesa che la scintilla della civiltà riprenda vigore. Oltre al fascino dell’ambientazione, il film evoca il mito del ‘Pony Express’ il servizio di posta a cavallo che fu attivo negli Stati Uniti nella seconda metà dell’800.

Purtroppo… Il film non mantiene nessuna delle aspettative, anzi…

Riesce a vincere – non invidiabile primato – diversi ‘Razzie Awards’ (una specie di Oscar al contrario) nel 1997: peggior film dell’anno; peggior attore protagonista e peggior regista (entrambi a Kevin Kostner) e infine per la peggior canzone originale..!

Peccato, perché era suggestiva l’immagine dell’uomo che tiene i collegamenti, in un tempo in cui impera l’oscurità; un fascino in comune con i monaci dei conventi, che nei secoli bui mantenevano viva la fiamma della cultura in attesa della luce …Chi ricorda ‘Un cantico per Leibovitz’?  – A Canticle for Leibowitz, di Walter M. Miller del 1959; premio Hugo 1961. Non a caso il romanzo è stato ispirato dalla partecipazione dell’autore al bombardamento alleato dell’abbazia di Montecassino, durante la seconda guerra mondiale. Un’idea di speranza da accarezzare quando tutto sembra perduto. Una suggestione non lontana dal nostro mondo, dal nostro tempo. Anche qui e ora qualcuno si sente proprio come un monaco, o un postman

 

 

La figura dell’eroe solitario ha sempre attratto il cinema, che l’ha declinata in vario modo. Su un terreno attinente al tema, non molte idee letterarie possono vantare un così gran numero di trasposizioni cinematografiche come il romanzo di Richard Matheson, I am legend, del 1954.

Le locandine delle prime due versioni cinematografiche del romanzo di Richard Matheson ‘I am legend’

Il racconto è servito una prima volta da canovaccio ad un film di co-produzione italo-americana, con Vincent Price, ‘L’ultimo uomo sulla Terra’, The Last Man on Earth nel 1964, girato in varie località di Roma (regia di Ubaldo Ragona/Sidney Salkow); di nuovo, nel 1971, per il film The Omega Man con Charlton Heston, per la regia di Boris Sagal (titolo italiano: ‘1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra’).

Infine, con lo stesso titolo del romanzo, il più recente: I am legend.

L’ultimo dei film tratti dallo stesso romanzo: ‘Io sono leggenda’, del 2007, regia di Francis Lawrence, con Will Smith.

In una New York spettrale, con le strade e gli edifici ancora ben mantenuti ma deserti e qualcosa di inquietante nell’aria, si muove un uomo solo con il suo cane Sam (Samantha). Gli altri esseri viventi sono animali selvatici come canguri, antilopi, leoni, che si aggirano spaesati ma padroni della città. L’uomo è l’unico indenne dal contagio da parte di un virus mutante, sviluppato per la cura del cancro, tre anni prima. Gli altri sopravvissuti sono esseri che erano uomini e donne, ora rabbiosi, rintanati nell’oscurità come vampiri, che vengono fuori col buio della notte. È una lotta feroce per la sopravvivenza e contro il tempo: per resistere alla disperazione, alla ricerca di un mezzo per curare il contagio, per trovare altri sopravvissuti.

Evidentemente la storia di Matheson ha avuto un grande potere di attrazione nel tempo, e le nuove tecnologie contribuiscono a rendere molto godibile quest’ultimo rifacimento, malgrado qualche controversia nel montaggio e le diverse versioni del finale.

 

 

Susan Sontag (1933 – 2004), lucida coscienza critica di una generazione, in un suo saggio del ’65: ‘The Imagination of Disaster’, esprime disagio e riprovazione per tutto il cinema fantastico: – “Science fiction movies are not about science. They are about disaster, which is one of the oldest subjects of art”.

La Sontag deplora, nel genere, la mancanza di profondità di analisi e di critica sociale e una generale apatia del pubblico, ipnotizzato dallo spettacolo di distruzione e sfacelo; in effetti, nei film americani degli anni ’50 lo spettacolo prevale inevitabilmente sul senso.

Il giudizio dell’intellettuale americana che trovava i ‘film di fantascienza’ “deprimenti e ossessivi” ha pesato a lungo e negativamente sul modo di intendere il genere. Anche quando esso si è evoluto verso forme più complesse per contenuti e di alto impatto visionario; a volte in seguito alla trasposizione filmica di opere letterarie di valore.


Le locandine di due film: Blindness di Fernando Meirelles (2008), con Mark Ruffalo e Julianne Moore, dal romanzo ‘Cecità’ di Josè Saramago (1995) e The Road, di John Hillcoat (2009) con Viggo Mortensen e Charlize Theron

Può essere il caso dei due film sopracitati, sempre sul tema della sopravvivenza dopo una catastrofe. Pur di nobile discendenza letteraria e apprezzati ai Festival dove sono stati presentati – Cannes 2008 e Venezia 2009, rispettivamente – su di essi i distributori italiani non si sono finora sentiti di investire. Non resterà che attenderne la distribuzione in dvd

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