Teatro: Come sono diventato stupido

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"Oggi, l’amore è cieco e la follia lo accompagna sempre." È nell’eco di queste parole che si abbassano le luci sul palco; sull’epilogo di un brillante monologo...

“Oggi, l’amore è cieco e la follia lo accompagna sempre.”

È nell’eco di queste parole che si abbassano le luci sul palco; sull’epilogo di un brillante monologo assemblato a chiusura dell’ omonimo riadattamento teatrale al romanzo di Martin Page: “Come sono diventato stupido”, portato sulla scena del Teatro Sociale di Novafeltria (RN) in un doppio appuntamento Sabato 27 Febbraio.

Il monologo finale (affidato a Camilla Fabbrizioli) esaudisce la curiosità di quanti si fossero mai domandati la causa della cecità di amore. Colpa di Follia e di una sventurata idea che la convinse ad invitare tutti i suoi amici a giocare a nascondino. Prendono vita Curiosità, Intelligenza, Spensieratezza, Disperazione, Rimorso, Pazienza e così via per una lunga lista, ognuno impegnato a giocare secondo la propria natura. Fin quando Amore, per un atto involontario di Follia, fu ferito ad un occhio. Per rimediare, Follia, non poté far altro che promettergli un’assistenza permanente.

Come legare Amore e Follia ai temi portanti di questo spettacolo liberamente ispirato al romanzo di Page non è cosa scientifica da decodificare, ma trattandosi della storia di un giovane afflitto dal male di un’ intelligenza attanagliata dall’infelicità di possederla, lo stesso potremmo convincerci a pensare di amore e follia; amore incidentato, invalido, ferito per colpa di colei che ne diventerà l’assistente a vita, così come per un “difetto di epoca”, forse, l’intelligenza appare soggiogata all’infelicità che però ne è al contempo morbo e sintomo.

Il riadattamento del testo è riuscito, a tratti geniale, diluito in un’ora minuto in più o in meno, la scelta dei personaggi e delle scenografie (essenziali ma eloquenti), non solo premiano la fedeltà al testo, ma lo rielaborano nella ricerca di soluzioni esilaranti.

La storia è quella di Antonio, interpretato da Federico Burani, giovane afflitto dal male di un’intelligenza che causa d’altro non è se non di infelicità. Scoperto e assodato questo assurdo principio, tenta in ogni modo suggeritogli dal tessuto sociale che lo circonda, di invertire il percorso volontariamente, di ingranare la marcia verso una serena stupidità, che altro premio non gli concederà se non quello di una beata coscienza anestetizzata.

Il primo tentativo è quello dell’alcol. Amos Lazzarini nella parte di un ubriacone al quale Antonio chiede spassionatamente, consapevole delle conseguenze, di essere iniziato ai piaceri e ai dolori dell’alcol. Un paio di scintillanti corna da satanasso e il patto sembra stretto, proprio quando, due sorsi di birra e il coma etilico, a causa di una “sensibilità di fabbrica” è in agguato e non tarda ad arrivare. Sempre Amos Lazzarini nella parte di un mussoliniano professore di suicidio dal quale Antonio decide di recarsi dopo i primi falliti tentativi. Impettito, distorto nei tratti somatici, affacciato al parapetto di un balcone, non facciamo fatica a ritrovare nelle smorfie di questo professore incaricato di chiarire al gruppo dei partecipanti al corso quale sia l’arte del suicidio, un autoritarismo ridicolo,improprio per le ambizioni di un Antonio sempre più scoraggiato. Quando l’unica soluzione rimane quella di affidarsi al circolo delle abitudini bacate di una società sempre più convinta della propria sanità, lo spettacolo continua con l’incontro di un’addetta ad una specie di agenzia matrimoniale (Damiana Bertozzi Fraternali); sulle note di “Felicità” e di una corale animazione corredata da cappellini e trombette, coriandoli , isteriche e robotizzate coreografie in un grido di resa e di conferma per i sospetti di Antonio, che, sempre più solo, ritrova nella normalità oscena, unica cura per il suo dolore.

Le note chiarificatrici della metamorfosi agognata da Antonio sono affidate al personaggio di Bardo, Antonio Scardino, che con il suo esordio dapprima in una veste sobria e pacata, si inserisce come narratore interno, una sorta di coscienza parlante, che accompagna Antonio attraverso il suo viaggio dell’assurdo; ma Bardo non è solo un narratore, quanto più il simbolo della disgregazione di un anima che attraversa tutti i cambi di stato della materia; ci parla soprattutto con la sua danza spasmodica, frenetica che diventa poi armonica, melanconica, coordinata da alti pensieri. Un animale in gabbia, specchio di Antonio, incapace di liberarsi in un volo animale, primordiale, costretto invece a chiudersi in un fazzoletto di normalità per non riuscire più a sopportare l’enorme masso di una qualità sempre più scomoda da dichiarare quasi fosse un porto d’armi da imboscare.

Grazie al contributo creativo della compagnia del Teatro della Centena di Rimini e di attori da poco adottati (alcuni in scena per la prima volta, sorprendentemente applauditi ed apprezzati), per la regia di Maurizio Argàn e l’amorevole organizzazione di Libera Fabbri, il risultato di questo primo tentativo può dirsi più che riuscito, al punto di poter parlare di prossime repliche.

L’unica e sola critica spontanea che si potrebbe avanzare nei confronti di questo testo, neutralizzata però dall’operato di chi ha deciso di portarlo in scena è quella che spinge a riflettere sui “peccati di presunzione” che altro non fanno che fermare la corsa di quanti pensano di aver già vinto la maratona o meglio, di quanti si rifiutano di parteciparvi per la convinzione che sia truccata. Ma come Eduardo ci ricorda, gli esami non finiscono mai, e nemmeno i tentativi, proprio come questo spettacolo,al di là delle intenzioni provocatorie e sacrosante, ci insegna.

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