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Claudio Santamaria: “Scelgo i personaggi anche in base alla mia vita”

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Claudio Santamaria in questi giorni sta interpretando La notte poco prima della foresta, un testo del 1977 di Bernard Marie Koltes. Lo intervistiamo per parlare un po’ dei suoi personaggi nei film di Muccino, L’ultimo bacio e Baciami ancora, e di quello che vede intorno a sé nell’Italia di oggi.

Claudio Santamaria in questi giorni sta interpretando La notte poco prima della foresta, un testo del 1977 di Bernard Marie Koltes. Lo intervistiamo per parlare un po’ dei suoi personaggi nei film di Muccino, L’ultimo bacio e Baciami ancora, e di quello che vede intorno a sé nell’Italia di oggi.

 

Sembra che Muccino in Baciami ancora voglia far apparire la generazione dei quarantenni come vittime di un sistema che li ha vinti, infrangendo le speranze e i sogni di quei giovani di dieci anni prima, che credevano di avere il mondo in mano. 

Secondo me Muccino non intende raccontare un’intera generazione. Lui riprende l’inquietudine di alcuni dei personaggi de L’ultimo bacio: la voglia di non fermarsi e restare giovani, la voglia di sognare ancora e partire per luoghi sperduti e lontani. In Baciami ancora questi uomini sono diventati quarantenni, ognuno dei quali affronta la propria storia e i propri problemi. Sono personaggi che hanno  il coraggio di guardarsi dentro: alcuni rivedono le proprie posizioni, altri cambiano le proprie convinzioni. Per esempio il personaggio di Favino: un uomo tutto d’un pezzo che viene fatto a pezzi dalla propria donna, ma riesce alla fine a cambiare la propria visione. Non riesco a vedere personaggi che sono vinti da un sistema. Ma solo persone che hanno a che fare con i propri problemi, e cercano di risolverli in qualche modo.

 

Per il personaggio che interpreti, le “pasticche” sembrano l’unica soluzione per riuscire a sentirsi adeguati in questa Italia di oggi. Pensi sia realmente questo lo specchio della realtà?

Il mio è un personaggio che è tornato da un viaggio in cui ha cercato la propria felicità al di fuori di sé stesso, in luoghi esotici. Felicità che ovviamente non ha trovato. Ritornando si accorge di non avere più sogni e deve fare i conti con questo sé stesso che è troppo ingombrante. Si affida alle cure psichiatriche, cercando di risollevarsi da una situazione che però diventa sempre più drammatica. Nell’Ultimo bacio, lo stesso personaggio aveva una forte inquietudine, ossia una voglia “giovane” di scappare dalle imposizioni di una famiglia oppressiva. Dieci anni dopo questa inquietudine si è trasformata in una vera e propria patologia. Però ripeto: non riesco a generalizzare, vedo solo persone che cercano di risolvere i propri problemi.

 

Al di là di tutto, in Baciami ancora i valori continuano a mostrarsi ben saldi: dall’amore per i figli che va al di là di ogni cosa, allo spirito di fratellanza tra un gruppo di amici che nonostante tutto dimostra di essere unito ed aiutarsi. Tu che consiglio daresti al tuo personaggio per evitargli di cadere in errori fatali come quello che commette nel film?

Innanzi tutto spero che il mio personaggio possa essere d’esempio alle persone che vivono una situazione come la sua, così drammatica. Spero possa dare il coraggio a quelle persone di non commettere lo stesso gesto estremo. Il consiglio è proprio quello di imparare ad accettarsi, perché il mio personaggio non si ama, non ha una grande opinione del Sé. Uno psicologo che ha letto la sceneggiatura l’ha definito uno schizoaffettivo; non ha i mezzi per guardarsi dentro davvero e sapersi accettare per quello che è.

 

Da Paz a Baciami ancora sembra ci sia un filo di continuità tra questi tuoi personaggi che rinunciano ai propri sogni. Nella fiction su Rino Gaetano invece hai rappresentato una persona che fino all’ultimo ci ha creduto.

In genere scelgo e sono scelto sempre per personaggi che non sono “risolti”. Sono realtà molto interessanti da esplorare e mettere in scena. Scelgo i personaggi anche in base alla mia vita: in un personaggio vedi e metti delle cose tue. Attraverso di lui riesci a fare un percorso parallelo. È un mestiere che ho sempre considerato più un’esperienza umana che un lavoro. Fare un film è prima di tutto un’esperienza umana, sono anche importanti le persone con cui lavori. Hai la possibilità di imparare molto sia praticamente che personalmente: scopri delle cose di te. Anche Rino Gaetano, nonostante sia stata una persona che ci ha creduto fino in fondo, non è comunque stato un personaggio “dritto”, diciamo così: anche lui aveva i suoi buchi.

 

Quali sono invece i sogni di Claudio Santamaria?

Il mio sogno non è un sogno, ma un obiettivo, è qualcosa che ho imparato anche da questi personaggi: lo stimolo a continuare nella ricerca di apprendere più cose possibili. Non fermare mai la mia curiosità di conoscere tutto ciò che mi circonda ed inseguire sempre qualcosa di nuovo da tutto e da tutti. Quando sono stato in Brasile a lavorare con Marco Bechis ho conosciuto il popolo dei Kaiowà e il loro capo tribù Ambrosio un giorno mi ha detto che un uomo che non vuole più imparare è un uomo morto. Quindi ho appreso che alla base di tutti i cambiamenti c’è la conoscenza. Conoscere significa aprire la strada alla possibilità di trasformazione. Per me questo è fondamentale.

 

E tu ancora mantieni lo spirito rivoluzionario dei vent’anni o sono illusioni che non ti appartengono più?

Lo spirito rivoluzionario sicuramente è diverso da quello che avevo a vent’anni ma lo mantengo vivo attraverso le scelte che faccio. Scegliere dei film piuttosto che altri fa parte di una voglia di non farsi agire dalle cose, ma agire. Già il mio lavoro cerco di rivoluzionarlo. Se hai la possibilità di scegliere i tuoi progetti e ciò che ti piace fare puoi dare una continuità al pubblico che si fida delle tue scelte, riesci ad avvicinare la gente al cinema e fai di tutto per non deludere le aspettative delle persone.

 

Parlaci un po’ dello spettacolo teatrale che stai interpretando.

La notte poco prima della foresta di Bernard Marie Koltes: un autore francese che è morto vent’anni fa e che ha scritto questo testo nel 1977. È un monologo di uno straniero immigrato che si ritrova per la strada ad abbordare un passeggiatore notturno che non esiste realmente nel testo: fisicamente non c’è la persona quindi non sappiamo se parli realmente a qualcuno, oppure stia parlando a sé stesso o contro un muro, o al pubblico, o a tutti quanti. È come se questo monologo fosse una sorta di respiro unico, un grido disperato di un uomo che veramente non ha nulla, ed è straniero in una città in cui non trova posto. Racconta la sua storia personale, il suo sentirsi straniero, il suo non trovare un luogo per sé, in un mondo in cui tutti quanti sono passati “dall’altra parte” come dice lui stesso, in cui non ci sono più gli spazi, in cui, citando il testo, “quei bastardi da lassù hanno segnato sulle mappe le zone dove bisogna stare tutta la settimana: le zone di lavoro per tutta la settimana, le zone per la moto, e quelle per battere, le zone per le donne, le zone degli uomini, le zone dei froci, le zone di tristezza, le zone di chiacchiera, le zone del dolore e quelle del venerdì sera”.

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