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L’amante inglese: Sergi Lopez e Catherine Corsini

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L’amante inglese di Tea Ranno Da una storia che comincia con una fucilata non c’è da aspettarsi una gran felicità: un colpo di arma da fuoco è sempre...

L’amante inglese di Tea Ranno

Da una storia che comincia con una fucilata non c’è da aspettarsi una gran felicità: un colpo di arma da fuoco è sempre annuncio di tragedia. Eppure il film si apre con una scena di quieta normalità: una donna distesa accanto al marito che dorme profondamente. La ragione che spinge questa donna – Suzanne – ad alzarsi e correre in un’altra stanza, ci sarà rivelata solo alla fine: subito dopo lo sparo, infatti, comincia il lungo flash back che racconta i sei mesi che precedono l’evento. E li racconta a partire dalla volontà di Suzanne di rimettersi a lavorare. Non ne avrebbe bisogno, come non ne hanno bisogno le mogli dei professionisti affermati che godono di una stabile posizione economica, e dunque dell’essenziale e pure del superfluo: bella casa, bei mobili, quadri di valore, gioielli, vestiti. Ma…

È sempre con un “ma” che irrompe l’imprevedibile, e la vita devia verso l’instabilità; si sgretolano i rapporti fondati sull’abitudine, franano i ruoli nei quali qualcuno non si riconosce più. Suzanne s’innamora dell’operaio chiamato a ristrutturare le stanze che dovrebbero diventare il suo studio. È un uomo gentile, capace di tenerezza, ma anche di una sensualità vigorosa che dà piacere e chiama piacere, quella felicità del toccarsi, dello sfiorarsi, dell’assaporarsi, del sentirsi uno nell’altro, il respiro che si fa sincrono, il desiderio che monta fino a quello sciogliersi che può diventare grido. Così l’altro diventa indispensabile, e la vita senza di lui perde di senso. Perciò Suzanne comunica al marito la sua decisione di lasciare lui e i figli – due adolescenti – e andare via  con l’amante. Ed è a questo punto che comincia la guerra, che – come tutte le guerre – esige il suo tributo di sangue.

Questo di Catherine Corsini è un film sulla passione, sulla leggerezza che può assumere la vita quando irrompe il desiderio, sulla felicità che dà l’amore quando smette di conformarsi alle abitudini e si consegna al sentimento; e sulla brutalità di cui può essere capace chi tenta di distruggere quell’amore.

“Avevo voglia di raccontare una vicenda classica, che fosse semplice e lineare ma al tempo stesso mi permettesse un ritratto femminile simile a quello delle eroine di cui ho sempre sognato, donne come Anna Karenina e Madame Bovary” dice la regista “donne che reagiscono con un atto estremo. Anche Suzanne reagisce con un atto estremo”.

Sono gli atti estremi che, paradossalmente, ti salvano? O sono quelli che sigillano la felicità in una parentesi e la cristallizzano, la consegnano al ricordo mentre la vita segue il suo corso?

“Credo molto nel determinismo” continua la Corsini “ciò che i miei personaggi fanno, il modo in cui lo fanno, il fine al quale tendono… è a loro noto da subito: sanno già – o comunque intuiscono – quali conseguenze comportano le loro azioni. Certe cose hanno un prezzo e l’enorme voglia di vita non basta a riscattarle. Ecco, questa è la mia visione pessimista della vita”.

Il ruolo di Ivan, l’amante spagnolo, è interpretato dal bellissimo – bellissimo non secondo i canoni classici della bellezza, ma bellissimo comunque – Sergi Lopez. Alla domanda: “Che cosa ha trovato di stimolante nel personaggio” risponde:

“È un uomo che non deve a tutti i costi primeggiare, sa stare un passo indietro, sa assecondare la sua donna pur sapendo e prevedendo ciò a cui andranno incontro”.

E a proposito del suo rapporto con Kristin Scott Thomas, l’attrice che interpreta il ruolo di Suzanne, dice:

“Non è stato difficile fingere di essere innamorato di Kristin. Dovevamo costruire un universo comune, sensuale e sessuale, e non era facile perché lei è un’extraterrestre e anch’io sono un extraterrestre, ma abitatori di mondi lontani galassie. Eppure ci siamo ritrovati. Non so cosa succede quando si recita – più passa il tempo e meno lo capisco – all’improvviso viene a crearsi un’intimità che è una menzogna – io non sono l’amante di Kristin! – e che pure ti coinvolge e a un certo punto ti supera… e allora diventi quel personaggio e provi le emozioni che prova lui. Kristin trema quando recita ed è straordinario recitare accanto a una donna che è abitata, posseduta dal suo personaggio”.

E sempre a proposito di Kristin Scott Thomas:

“È bella di una bellezza particolare” afferma la regista “una bellezza emblematica. La volevo riprendere, volevo penetrare il mistero di quella bellezza fredda, una durezza apparente intaccata da una malinconia che la rende fragile e vulnerabile”.

C’è però un aspetto, e non irrilevante, che nel film rimane tra le righe: il rapporto tra Suzanne e i due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che non esita ad abbandonare pur di stare con Ivan.

“Manca la lacerazione del distacco” viene fatto notare alla Corsini.

“Non è il punto chiave del film, perciò non vi ho insistito in maniera esagerata. Il senso di colpa relativo all’abbandono dei figli è meno forte della passione. Anche se la scelta di Suzanne di rimanere a Nîmes è comunque quella di una madre che non vuole allontanarsi dai suoi figli”.

Nel film vengono usate alcune musiche scritte per Truffaut. Ed è a Truffaut, specialmente a La signora della porta accanto, che inevitabilmente si fa riferimento.

“Truffaut è molto più letterario di me” dice la regista “i suoi dialoghi sono eccezionali, nei miei si parla poco. E il mio non è il linguaggio cinematografico di Truffaut, anche se lui è comunque uno dei miei maestri di riferimento”.

La conferenza stampa è finita. Sergi Lopez e Catherine Corsini si allontanano. Usciamo anche noi nella mattina soleggiata. Nelle nostre orecchie risuona ancora nettissimo lo sparo che chiude ad anello la storia. E che non riesce a cancellare – anzi, semmai esalta – tutta la passione di una storia d’amore che in qualche modo ci può riguardare.

Finita la conferenza stampa se ne sta in piedi nella hall del cinema, deserta a  quest’ora di mattina: statura media, jeans, T-shirt ampia, nera, come gli occhi ed i capelli scurissimi, a coprire il ventre prominente, si appoggia  al grande poster de L’amante inglese, il film che è venuto a presentare a Roma, che lo ritrae mentre abbraccia da dietro la sua amante sullo sfondo del cielo immenso e della campagna verdissima di Nîmes.

Segue con il dito i contorni dei volti sul cartellone, le curve dei corpi e sorride della potenza sensuale, erotica di quel fotogramma bloccato “Ecco la grandezza del cinema:” mormora “un attore e un’attrice dicono ti amo, e il pubblico crede all’amore”

“Sergi Lopez che effetto le fa essere considerato un sex symbol?” la giornalista interrompe le sue riflessioni, allungando verso di lui il suo microfono.

“Io? E chi lo dice?” Sembra francamente sorpreso. Si strofina le braccia con le mani.

“Le donne” ride la giornalista “tutte le donne”

“Ma non tutte mi sembra…” Poco fa la ragazza che ha aperto la conferenza stampa ha criticato la regista del film, Catherine Corsini,  per avere scelto proprio lui nel ruolo dell’amante. Era meglio Jeremy Irons ne Il danno di Louis Malle, ha detto.

“Quella donna non mi trova affatto interessante ed io sono d’accordo con lei. È il  fascino della vita e del cinema: i gusti esistono ed il fattore umano decide.”

“Eppure lei interpreta spesso il ruolo dell’amante”

“È vero, ma non scelgo i film sulla base del mio personaggio. Scelgo i film che dicono qualcosa. Che prendono una posizione. E la posizione di questo film è chiara: parla di liberazione, di rivoluzione. Di una donna che, ben oltre i quarant’anni, decide di riprendere il controllo della sua vita.

Certo se reciti in un ruolo, ispiri certi sentimenti nel pubblico, succede anche nella vita: quando vedi un uomo abbracciare la sua donna, o il suo compagno, ecco che quell’uomo improvvisamente diventa molto sexy. È il nostro corpo, è quello che facciamo.”

“E come definirebbe il suo personaggio ne L’amante inglese?”

“È un uomo che è stato in prigione, che ha un passato turbolento, ma dietro la maschera della brutalità, della forza possiede una grande carica di femminilità, sa ascoltare la sua donna, confortarla, abbracciarla. Non ha bisogno di sentirsi sempre un passo avanti a lei. È molto virile e, al tempo stesso, femminile.”

“E tra tante donne così forti: regista, produttrice, direttore delle luci, attrice, non ha avuto paura di essere sopraffatto?”

“No, mi trovo bene con le donne, con l’universo femminile. Il film parla proprio di questo, credo che, nel mondo, ci sia bisogno di una maggiore presenza del femminile. Il bisogno dell’uomo di comandare sempre e dirigere tutto, è un fattore di disturbo che rende infelici molte persone”

“Forse per questo le donne la considerano un sex symbol…” dice la giornalista.

“Sì? Per questo?” il suo viso si illumina ironico “Allora va bene, va bene”

L’intervista è conclusa  e lui è di nuovo libero di spostarsi nella hall: di chiacchierare, raccontare.  Il sex symbol è essenzialmente un uomo affabile, simpatico che ha dichiarato tante volte di vergognarsi a mostrarsi nudo davanti alla macchina da presa, e di non andare matto per le scene di sesso. Improvvisa in ogni lingua, e anche quelle che non conosce, in pochi istanti sembra in grado di parlarle. “Mi sentirai parlare italiano, ma non ti fidare, mi piace parlarlo, ma non lo capisco”.

Il mistero della sua carriera d’attore è legato al mistero delle lingue. E al caso fortuito e magnanimo. “Sono spagnolo di Catalogna” dice “da ragazzo vado a Parigi a studiare teatro e mi danno una parte in un film. Al cinema non avevo mai pensato, mi dico questa storia del cinema finirà presto, si accorgeranno che parlo male francese, i francesi ci tengono a queste cose, ed invece faccio cinque film con lo stesso regista e con il quinto andiamo a Cannes e così, senza accorgermene, sono diventato un attore di cinema. E per giunta un attore francese! Senza parlare inglese, ho fatto film inglesi, e ora ho anche parlato giapponese senza conoscerlo (nel film di Isabel Coixet – Maps of the sounds of Tokio NdR) Ride. Ogni lingua va bene purché i film dicano qualcosa.

Si diverte ad enumerare le coincidenze e le assurdità della sua carriera mentre aspetta che la regista finisca le sue interviste nel chiuso della sala.

“Mi piace lavorare in Francia.  In Francia pensano che io viva a Parigi, che faccia la vita da star, ed invece vivo davanti al mare, a pochi chilometri da Barcellona, nel paese dove sono nato.  Dicono che parlo un francese raffinato, ma in realtà uso parole catalane ”

“Oh ma non sia modesto” lo interrompono  “Lei è uno dei più grandi attori europei.

Non è stato certo il caso a farle vincere il César  e un’infinità di altri premi.”

Sergi Lopez ride.

I premi che ha vinto li conserva tutti suo padre che va pazzo per queste cose.

“I premi, quando ancora non li vincevo, mi sembravano una cosa meravigliosa. Ora mi paiono ingiusti: come si fa a dire qual è il miglior film, la migliore fotografia?  Il concetto di migliore è antitetico  all’arte.”

“Comunque lei è il  più grande Catalano di Francia” gli dicono.

“Oh sì il più grande certo, il più grosso, soprattutto di profilo” si batte con la mano sulla pancia e  ride senza falsa modestia. Con un’allegria gioviale, scanzonata: “Io credo che se una storia è ben scritta e se il tuo partner ci sta davvero nella scena e non sta lì a guardarsi allo specchio, allora il merito di un attore, il suo contributo, è veramente modesto”

Ma è difficile credergli. Dopo averlo visto sullo schermo e averlo sentito parlare. Tutto in lui rivela amore per il mestiere, per l’arte dell’attore.

Parla dei suoi progetti. Adesso, appena tornerà in Spagna, porterà in giro una sua pièce: un monologo scritto insieme ad un altro attore: Non solum. È il titolo latino, l’ha tradotta in francese, inglese, spagnolo e la porterà ovunque. Una pièce nata dal suo lavoro sull’improvvisazione, “Una commedia, cose da ridere, io improvviso sulla scena e l’altro attore scrive tutto quello che dico e poi aggiunge, integra, completa. Così è nata la cosa…”

Durante la mattina si è raccontato con foga “Io non faccio film per divertirmi. Potrei anche fare un patto con il diavolo e accettare di avere solo ruoli grigi, squallidi purché siano in film interessanti. Che dicano qualcosa.  Me ne frego dell’entertainment.  Non mi proietto mai nel mio personaggio, per me è uguale fare il fascista, il calzolaio, l’amante purché il film voglia dire qualcosa  come nel caso di “L’amante inglese” che in Francia è stato un grande successo con il suo titolo originale ‘Partir’.

Ed è strana questa cosa del successo no?” dice come se aspettasse dagli altri una risposta che lui non riesce a trovare “Speri sempre nel successo, ma ogni volta che arriva ti sorprendi. Ti sorprendi che la gente voglia ancora sentir parlare d’amore, di passione.” In un’epoca dove i soldi comprano tutto, il film dice che l’amore non sono i soldi, che l’amore non è lo status sociale, che nessuno è proprietà di un altro.

È il mistero delle grandi storie, sentite tante volte, che pure non ci si stanca mai di ascoltare.

Perché questa è una storia già sentita, una storia classica: il triangolo, il marito, la moglie e l’amante.

“Ma con qualcosa in più” dice Sergi Lopez “un elemento di disturbo che è la forza del film: il rovesciamento dei ruoli tra uomo e donna. È la donna che prende l’iniziativa e l’uomo, il mio personaggio, la segue, l’asseconda. Pur sapendo che si avvicina alla catastrofe.”

La regista lo ha detto durante la conferenza stampa. “C’è un grandissimo desiderio di libertà nei protagonisti, un desiderio di rompere le catene, di uscire dalle gabbie che li tengono prigionieri, la protagonista si dà con tutta se stessa, lotta ma solo per finire in una nuova prigione. È questa la tragedia, o è questa la mia visione pessimista del mondo. Uno desidera tanto qualcosa, ma tutto è inutile, nessuno può fuggire al proprio destino ”

Ha uno sguardo scuro ed insieme dolce, Catherine Corsini, non sorride quasi mai, alta, scura di capelli e di occhi; Sergi Lopez nelle interviste le riconosce ogni merito, hanno già lavorato insieme dieci anni fa, di lei dice: È una donna intelligente, generosa, sensibile, divertente. Intuitiva e folle al punto giusto, come bisogna essere in questo mestiere, e crea ostacoli ai suoi attori, cerca di spiazzarli costantemente, per estrarne una verità più profonda, e a Sergi questo piace. “Non sono uno di quegli attori che ha bisogno di avere sempre la situazione sotto controllo. Generalmente quando le cose sono ingessate, la scena non riesce, cade. Anzi credo che l’unico momento in cui come attore riesci a capire davvero qualcosa, ad andare oltre, è quando hai paura, ti senti sopraffatto dalla situazione. Ecco allora in quei momenti, può essere, può succedere che uno scopra una qualche verità. Meno controllo hai, più sei vicino alla verità”

Catherine Corsini è intensa, ha un suo mondo potente che le vibra dentro, si sente anche a distanza, ma quando Sergi Lopez si avvicina, quando lui si muove nella stanza dove la intervistano c’è un allentamento della tensione, come un sorriso impercettibile che affiora dietro le sue labbra, i suoi occhi scuri, profondi, malinconici. È una regista dalla mano forte. Gli attori sono sue creature, si sente, eppure Sergi Lopez, la sua creatura, deve darle molto. Una serenità, un fluire. Una distensione che lei non possiede. Sergi sta bene con le donne e loro con lui.

“È l’alchimia stupenda tra lei e Kristin Scott Thomas come l’avete creata? Sembrate appartenere a due mondi così diversi?”

La stessa Catherine Corsini, che pure li ha scelti, ha confessato che quando li ha visti insieme per la prima volta ha avuto un dubbio atroce, quasi si è pentita: Ma questi due come potranno mai intendersi: la donna inglese algida, distante e lo spagnolo ruvido,con fisico da operaio?

Sergi Lopez ride.

“Abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto. Interpretare è sempre un mistero”. Neanche adesso  riconosce il suo talento. “Con Kristin abbiamo capito che il film avrebbe funzionato solo se fossimo riusciti a costruire tra noi un universo di passione, di contatto fisico. Qualcosa che non ci poteva dare la sceneggiatura. L’alchimia è un mistero, Kristin mette tutta se stessa quando lavora. Ha un tremito. È posseduta, abitata dal suo personaggio. E questo aiuta.

Ma la tecnica da sola non basta. L’alchimia è alla base della recitazione. Eppure è impossibile da definire, da controllare. È il mistero dell’arte, dell’ispirazione artistica. Mi piacerebbe poter dire: si fa così, la ricetta è questa. Ma non c’è una formula prestabilita. Trovi l’ispirazione, l’alchimia in un film, e la volta dopo ricominci da zero.”

Dopo una pausa aggiunge assorto:

“E mentre sei lì, mentre reciti, non sai mai se lo stai facendo bene, se la stai creando davvero la sensualità, la passione. Hai sempre la paura che ti stai sbagliando ed è una paura che rimane  fino a quando il film non è montato e le immagini scorrono sullo schermo. E nell’incertezza di ogni ripresa, ti aggrappi alla regista, rischi il tutto per tutto e ti afferri a lei, perché lei è l’occhio esterno che vede tutto”

“E dell’amore cosa pensa? La passione porta sempre alla tragedia, come nel film? O è possibile l’amore senza dolore?”

“Eh… l’amore. Un altro mistero. Può essere felice certo. Ma ciò che davvero sorprende è che pur sapendo che “amar acaba doliendo”, l’amore porta dolore, pure viviamo per amare, per consegnarci all’altro. Ci mettiamo a nudo. Ci riveliamo fragili. Per quanto faccia male nessuno vorrebbe farne a meno”

“E le donne come le piacciono?”

“Mi piacciono le donne intelligenti, coraggiose, che non accettano supinamente il fato, mi piacciono le donne che decidono, che aprono la bocca per dire ciò che vogliono. E questo vale per gli uomini e per le donne.”

Catherine Corsini ha concluso le sue interviste, lo raggiunge nella hall del cinema. Lui le va vicino, ride e scherza, si mescola al gruppo dei suoi accompagnatori. Si tiene un passo indietro. E l’ombra scompare per un istante dal viso sofferto, intenso della regista, mentre insieme varcano la soglia e nel sole si allontanano.

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