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Amore oltre confine

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Nella strada del villaggio di Polhena (Sri Lanka), di fronte al tempietto con il Buddha seduto, incontriamo Svetlana di ritorno dalla spiaggia.

Nella strada del villaggio di Polhena (Sri Lanka), di fronte al tempietto con il Buddha seduto, incontriamo Svetlana di ritorno dalla spiaggia. È insieme alla figlia adolescente, ci vede, e nella fretta di salutare, arresta la sua utilitaria in mezzo alla strada.

Giovane e minuta, la pelle bianca delle nordiche, ci accoglie con un grande sorriso, lieta dell’incontro inaspettato.

La figlia ha la pelle ambrata dal miscuglio di razze, la mamma è russa e il papà singalese. Nerissimo l’uno e bianchissima l’altra. Ci saluta con occhi ridenti e schivi, i capelli ancora umidi del bagno.

Un camioncino gira veloce la curva, trasporta gelati che evidentemente ha fretta di consegnare prima che si sciolgano. Strombazza nervosamente sul clacson per passare.

Sporge la testa dal finestrino e ci fa segno che ha fretta. Sul parabrezza campeggia l’onnipresente immagine di Mahinda Rajapaksa.

Si tratta del vincitore delle recenti elezioni presidenziali, in Sri Lanka. Come vuole la prassi, ha sciolto il parlamento e indetto nuove elezioni parlamentari, previste per il prossimo 8 aprile. A queste seguiranno quelle regionali, con gran dispendio di mezzi che potrebbero essere usati in altri modi, dicono qui al villaggio. Per la nuova campagna elettorale ci sorride da ogni angolo, con le braccia levate in alto in segno di vittoria o in mezzobusto sorridente. Ritratto con probabili futuri deputati, sempre in secondo piano rispetto a lui sui cartelloni.

“Ma insomma vi togliete di mezzo?” dice l’autista nervoso, così Svetlana si convince a spostare la macchina.

“E’ sempre la stessa storia, quando esco in macchina e magari tardo un secondo a parcheggiare, succede il finimondo” – Sul sorriso di un attimo prima si posa un velo d’ombra.

“Non è facile per me, bianca e straniera, crescere da sola tre ragazzi”.

Upali, il marito medico, è assente per lunghi periodi. Svetlana si occupa a tempo pieno dei figli, corre da una parte all’altra della città per portarli alle loro lezioni di nuoto, musica, francese. Con Upali si sono conosciuti in Russia. Lui studiava medicina con una borsa di studio. Seduti vicini durante un viaggio in treno, avevano trascorso le ore di viaggio a conversare. Il tempo era volato.

All’arrivo in stazione Upali aveva timidamente chiesto il numero di telefono e Svetlana aveva risposto che, se fosse stato destino, si sarebbero incontrati ancora.

Erano passati mesi quando una sera Svetlana aveva accompagnato la sorella e un gruppo di amiche in discoteca.

Il locale era buio, fatta eccezione per la postazione del dj, da cui un enorme faro puntava un tunnel di luce rossa sulla pista da ballo.

Pentita di essersi fatta convincere a venire, nessuno con cui le piacesse ballare, si era alzata per un drink.

Sorseggiando la sua bibita aveva girovagato per la sala, quando ad un tratto, in un angolo ancor più buio della discoteca aveva “sentito” che lì c’era qualcuno per lei.

Si era avvicinata e da quel buio era spuntato il sorriso luminoso del ragazzo incontrato in treno: Upali per l’ appunto. Era veramente destino, era amore e Svetlana non gli aveva voltato le spalle.

Ci dice di quando insegnava in Russia, di quanto le piacesse. Di come abbia provato ad ambientarsi in Sri Lanka, a lavorare nel liceo di Matara: “Ho dato le dimissioni”.

Si è sentita discriminata, in quanto straniera estromessa dai giochi di parentele e conoscenze che garantiscono, qui forse più che altrove, un lavoro.

Ci ha raccontato che spesso sogna la neve del suo paese, cammina e le sembra a tratti di volare, di potersi librare in quel freddo limpido, che non riesce a scordare.

Il furgoncino riparte con una sgasata non appena Svetana sposta la macchina.

“Ma cosa ne pensi Svetlana, dell’arresto del generale Fonseca?” le chiediamo, mentre un’anziana con fiori appena recisi entra nel tempio per offrirli al Budda.

Il Generale Fonseca, avversario di Mahinda Rajapaksa nella corsa alla presidenza, è stato trascinato via di peso dal suo ufficio qualche giorno dopo la sconfitta e si trova tuttora agli arresti in un carcere militare. Lo accusano di avere cospirato contro il governo ma prove a sostegno di questa tesi non sono ancora state rese ufficiali.

Anche molti militari a lui fedeli sono stati arrestati. Sfogliando i giornali locali colpisce vedere quanto la questione dell’autoritarismo di Mahinda sia taciuta. La libertà di stampa è un miraggio in Sri Lanka, paese appena uscito da una guerra civile fratricida.

Ci sono state proteste, la gente è scesa in strada, per chiedere a gran voce il rilascio del generale. Ma con la scusa delle elezioni, il governo ha bandito ogni forma di manifestazione politica per ragioni di sicurezza. Le strade sono pattugliate più che negli anni in cui infuriava la guerra civile e gli attentati si succedevano a ritmo serrato.

“A volte si desidera un paio di scarpe nuove e non ci si accorge che quelle che abbiamo ai piedi vanno benissimo” dice Svetlana che per la storia del suo popolo sembra saperla lunga di regimi autoritari.

Un raggio di sole si fa strada tra il fogliame dell’albero Bo, che ombreggia il piccolo tempio buddista. Colpisce il viso di Svetlana come una freccia alata mentre la figlia, seduta in macchina, fa andare la radio.

“Questa gente ha bisogno di un capo carismatico, come per noi era lo Zar fino ad arrivare a Putin; ci vuole polso per governare e Mahinda ha fatto molto, soprattutto per il sud del paese”.

Dobbiamo ammettere che le strade che erano tutte buche sono state asfaltate e fornite di un segnaletica di prim’ordine. Turisti che non si erano fatti vedere per anni affollano le località più in voga, attirati dai costi ridotti e dal clima impareggiabile. Investitori stranieri fanno a gara per arrivare a fare i migliori affari, favoriti dall’entusiasmo innescato dall’economia post bellica. A patto che la pace sociale non venga sovvertita da un nuovo caos.

“È vero” continua Svetlana “è autoritario, ma è sempre stato un politico. Se avesse vinto Fonseca, lui sì avrebbe adottato metodi di governo militareschi. Ci sarebbe stata veramente una dittatura”. Lo dice convinta e aggiunge: “Quella dichiarazione che ha rilasciato durante la campagna per la presidenza gli è stata fatale. È quella la vera causa del suo arresto”.

“Quale dichiarazione?” le chiediamo.

“Fonseca ha accusato il governo di avere sparato, nell’ultima fase del conflitto, sui Tamil che alzavano bandiera bianca. Che ci sono state violazioni dei diritti umani”.

Il volume della radio aumenta di qualche decibel, un messaggio musicale con cui la figlia manda a dire alla mamma che è il momento di andare a casa.

“Ma perché stiamo qui a parlare di politica? Noi, due straniere. E poi – aggiunge con un sorriso – ci piace più parlare d’amore, no?”

Il clacson dell’utilitaria rompe d’un tratto il silenzio. Per Svetlana si è fatta l’ora di andare.

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