Condividi su facebook
Condividi su twitter

Sri Lanka: 26 gennaio 2010 – Elezioni presidenziali

di

Data

La città di Matara così deserta non è mai stata. Niente autobus in corsa sulla Galle Rd., trafficata nonché unica arteria che unisce Colombo, la capitale, al sud del paese.

ÈLa città di Matara così deserta non è mai stata.

Niente autobus in corsa sulla Galle Rd., trafficata nonché unica arteria che unisce Colombo, la capitale, al sud del paese. Spariti i Tuc Tuc – piccole Api Piaggio con funzione di taxi, che portano i bambini a scuola. Quasi a livello zero lo smog che avvolge in permanenza ogni angolo della città, assediata finché c’è luce da un formicolio continuo di pedoni, biciclette, motorini con famiglie complete a bordo, odore di fritto, di riso, di olio di cocco, di profumi d’Oriente.

È il giorno delle elezioni e tutto si è fermato, la città è in silenzio.

Un nuovo grandioso grattacielo sorto all’incrocio principale della Galle Rd. riverbera in riflessi argentei il sole del mattino, bagliori grigio azzurri, da City newyorkese. Testimonial delle nuove alleanze commerciali del Presidente, – con la Cina e persino l’Iran – il palazzo svetta sul verde britannico del campo di cricket, dove alcuni bambini si esercitano con mazze improvvisate. Poco distante c’è il Tempio di Matara, affollato di fedeli. Pregano con un sommesso mormorio il Buddha, perché il paese resti in pace e non ci siano stravolgimenti. Ne hanno avuti fin troppi e sono stanchi, la guerra civile per trent’anni, la distruzione dello Tsunami. Non vogliono che si interrompa quella lenta ripresa iniziata con la fine della guerra (maggio 2009). Vogliono vivere in pace.

Ma è calma apparente, questa sospensione quasi magica che avvolge la città: la posta in gioco è altissima, la guida del paese per i prossimi sei anni.

Il pane è finito da un pezzo, i negozi di alimentari presi d’assalto per paura che venisse indetto il coprifuoco. Chiusi gli uffici, le scuole, i negozi. È stata così aspra la lotta tra i due contendenti, un corpo a corpo senza precedenti, per le prime elezioni indette a pace raggiunta. Il nostro cellulare singalese riceve sms a firma del Presidente, pura propaganda, il suo volto in mostra ovunque si vada. Una sorta di Grande Fratello Orwelliano.

Una battaglia combattuta tra due personaggi d’eccezione: Mahinda Rajapaksa, presidente uscente e il Generale delle Forze Armate Fonseca, da poco pensionato.

Rajapaksa ha voluto le elezioni anticipate, profittando del successo d’immagine riportato dopo la vittoria sui Tamil

 

In cerca di una riconferma plebiscitaria, ha usato nell’ultimo anno poteri straordinari per gestire il paese in guerra. Di questi poteri, chiamati “Excellency Power”, la gente ha paura. Come pure di quel manifesto in cui il Presidente compare accanto al busto di Ottaviano.

 

In Parlamento siedono uno stuolo di parenti molto prossimi, più di un fratello ha un proprio dicastero, di quelli che contano, tra cui la Difesa.

 

Ha messo a tacere ogni voce contraria, il presidente, fisico da attore di Bollywood nella parte del padre, capelli nero corvino pettinati all’indietro, vestito tradizionale bianco – casacca e sarong – con stola rossa legata al collo. Figura quasi mistica, a volte ritratto in camicia sportiva, niente pantaloni ma quella sorta di lenzuolo bianco annodato in vita.

Il suo rivale, il Generale Sarath Fonseca, compare nei manifesti in alta uniforme, sul petto una costellazione di onorificenze. Eroe di guerra, ha guidato le forze armate durante il conflitto che ha portato il governo alla vittoria contro i separatisti Tamil. È appoggiato dagli USA, ha la Green Card e due figlie che vivono a Houston. Gli americani sono preoccupati che il petrolio trovato di recente nei mari del Nord Est (zona appena liberata dai Tamil) vada a finire ai Cinesi, padrini politici dell’attuale presidente.

Ago della bilancia di queste elezioni sono proprio gli umiliati Tamil, con l’elettorato singalese spaccato in due tra chi voterà il presidente e chi il generale. I Tamil (14 per cento dell’elettorato) devono scegliere  tra chi ha ordinato una guerra genocida contro di loro, il mandante Rajapaksa e chi l’ha condotta con cinico zelo, l’assassino Fonseca.

Una bella accoppiata.

Ho solo eseguito gli ordini – ha detto il generale a un giornalista che gli contestava l’efferatezza usata per vincere la guerra.

Sembra che la maggior parte dei Tamil abbiano deciso di disertare le urne.

I negozi che vendono alcolici sono stati presi d’assalto. Resteranno chiusi  per impedire che l’ebbrezza alcolica elettorale favorisca scontri e disordini.

 

Per fortuna la giornata trascorre senza gravi incidenti.

 

A urne chiuse l’arrivo della notte si fa annunciare da sporadici scoppi di petardi, fuochi d’artificio di breve durata. Arrivano attutiti dallo sciabordio del mare alla casa dove ci troviamo.

 

 

Matara 27 gennaio – Risultati elezioni presidenziali

 

Ruzaik arriva di buon mattino, ha notizie delle elezioni. Sembra che il Generale non ce l’abbia fatta, c’è un grosso divario tra i due già dalle prime proiezioni..

 

– Sembra che abbia vinto Rajapaksa. La gente è ignorante, non capisce. – Ha un’aria abbattuta, tifava per Fonseca.

 

Per una emergenza medica dobbiamo recarci all’Asiri Hospital, situato in centro, sulla Galle Road. Attraversiamo in Tuc Tuc il villaggio, che costeggia il mare. Sulla spiaggia di Polhena, il camioncino che vende gelati non suona la solita musichetta che attira i clienti, il padrone è seduto e ascolta la radio con attenzione.

 

Arrivati in città, ritroviamo lo stesso silenzio di ieri, negozi e uffici ancora chiusi e  pochi i pedoni e le auto per strada.  Sono tutti a casa, incollati alla tv a seguire l’esito del voto.

 

L’ospedale è moderno ed efficiente. Il disturbo, – un attacco di “Turista” come la chiamano gli anglosassoni – ci costringe ad un breve ricovero.

 

La stanza che ci viene assegnata ha la televisione, a colori e con telecomando.

 

L’aria condizionata soffia aria fresca sul letto. Sullo schermo scorrono le immagini di Mahinda Rajapaksa in tutte le salse: qui abbraccia un bambino, là bacia la mano al  vescovo, un attimo dopo s’inchina davanti al vegliardo buddista, avanti così, senza interruzione, a canali unificati.

 

Del generale Fonseca non c’è traccia in tv, appare solo il suo nome accanto a quello di Rajapaksa nelle proiezioni di voto, continuamente aggiornate,  che mostrano con il passare delle ore la schiacciante vittoria del Presidente.

L’infermiera che entra con il termometro sorride,  mentre ci chiede da dove veniamo.

Le chiediamo cosa pensi delle votazioni,  lei è contenta che non ci sia stato il coprifuoco, che la gente non si sia ammazzata: – L’uno o l’altro che cambia?

 

L’attore di Bollywood è ancora il capo supremo, annuncia formalmente in tv il Commissario elettorale: – Mahinda Rajapaksa ha vinto con il 58,77 % dei voti.-

Dopo l’annuncio, il Commissario elettorale si dimette dall’incarico, decisione che fa pensare che i possibili brogli, denunciati dopo i risultati ufficiali dal Generale, ci siano stati effettivamente.

 

–     È stato minacciato – ci dice una inserviente mentre passa il mocho sul pavimento – Ha occhi intelligenti e non si perde un fotogramma.

 

Viene letto un comunicato dell’Ambasciatore USA a  Colombo: si congratula con il Presidente eletto. Falliti i piani per cacciarlo se lo devono pur fare amico.

 

Ci arriva un sms sul cellulare, dice: “Non credete alle parole di Fonseca, non è agli arresti domiciliari. Firmato: Il Presidente”.

 

–       Ma perché, che è successo a Fonseca? – chiediamo al giovane medico che sta compilando la nostra cartella.

 

–       Il quartier generale del Generale, il Cinnamon Hotel di Colombo, è stato circondato da più di 200 poliziotti. Si teme che il generale possa ordire un colpo di stato, ha 400 sostenitori con sé nell’albergo e anche la sua famiglia.

 

Dall’albergo non esco – ha dichiarato Fonseca – finché non avrò la garanzia di poter lasciare il paese senza essere arrestato. Vuole chiedere asilo politico ma nessuna delle Ambasciate interpellate, Usa, India, Australia, ha dato una risposta ufficiale.

 

Un bussare leggero e alla porta compare il Dr. Ferdinand, magrissimo medico Burgher di età indefinibile. È una istituzione in città, di famiglia ricchissima, studi in Inghilterra e una reputazione da stakanovista: passa da uno studio all’altro della città per visitare le lunghe file di pazienti, che arrivano fin da remoti villaggi nella giungla per vederlo:  – Quando non ci sarà più lui chissà quanta gente morirà, dicono a Matara.

 

È appena tornato da Colombo, dove si è recato a votare. Non è neppure passato da casa, il bel viso da asceta stanco, c’era un’emergenza in ospedale, ci dice con quel filo di voce che è il suo tono abituale.

 

Facciamo fatica ad udirlo perché in quel momento per strada passa un corteo improvvisato, sono clacson di moto e tuc tuc,  premuti all’impazzata da un gruppo di giovanotti in camicia bianca.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'