Condividi su facebook
Condividi su twitter

Rosetta Loy: “Scrivere vuol dire inseguire il tempo”

di

Data

Il nostro interesse per Rosetta Loy è cominciato sfogliando La prima mano, il suo ultimo libro pubblicato in Italia. Sulla copertina un bel volto di donna nella foto in bianco e nero.

Il nostro interesse per Rosetta Loy è cominciato sfogliando La prima mano, il suo ultimo libro pubblicato in Italia. Sulla copertina un bel volto di donna nella foto in bianco e nero. Le parole che ci sono rimaste impresse le abbiamo poi trascritte su un taccuino: “È bellissimo, ma nel suo sguardo stretto tra le ciglia non c’è posto per me. Io ho perso ogni spavalderia e il mio fisico sgraziato e ingombrante si frappone adesso tra ciò che sono e ciò che vorrei apparire“.

La prima mano ha così dato l’avvio alla lettura degli altri suoi romanzi, a partire da La bicicletta, con cui ha esordito nel 1974.

L’appuntamento con lei è gentilmente concordato da un’amica di famiglia che si offre anche di accompagnarci a casa sua. È una mattinata gelida, l’aria è limpida, la luce tersa sui prati smeraldini di Saxa Rubra, a Roma.

Sono le dieci e, in perfetto orario, ci troviamo nel tepore della grande sala che immette – in un gioco di piani sfalsati – ai vari salotti pieni di libri e di fotografie. Il nostro sguardo è attratto da una stanza in fondo dove troneggia un tavolo da biliardo sul cui bordo si allineano pile diseguali di libri; una lampada rettangolare diffonde una luce aranciata sulle librerie che rivestono le pareti: una sorta di sancta sanctorum, la visione di un istante prima di accomodarci nel salone dalle grandi vetrate che si aprono sul giardino.

Rosetta Loy entra col passo svelto di una ragazzina, è snella nel pantalone marrone, la maglietta chiara sotto un cardigan color castagna. I capelli bianchi, morbidi intorno al viso, incorniciano l’espressione di una persona  che sembra in pace con se stessa.

La nostra amica l’avverte che, da vere fanatiche, abbiamo letto tutti i suoi libri e siamo pronte a interrogarla su ogni dettaglio.

“Benissimo” risponde “la scrittura è il mio argomento preferito” il suo sorriso tradisce il piacere di cominciare a raccontarsi, la disponibilità al dialogo e all’ascolto.

“Io vivo di scrittura” continua “vivo in un mondo immaginario…” e poi, dopo una pausa “un mondo inesistente…” precisa, e un velo inaspettato di malinconia per un attimo le si ferma sul sorriso.

Le diciamo:

“Scrivere significa avere a che fare con le parole. È questo che risalta subito dalle sue pagine: la scelta di quelle giuste sia per il senso che evocano, sia per il ritmo che imprimono alla frase”.

Annuisce: “Lavoro molto sulle parole. La scrittura, per me, è una forma di artigianato. Chi scrive è come un falegname che dall’uso costante dei suoi strumenti si affina nel mestiere. È scrivendo che si impara a scrivere”.

È arrivata una cameriera col caffè. Rosetta Loy riempie le tazzine intanto che le chiediamo:

“Ne La bicicletta si ha l’impressione che siano proprio le parole, il loro stare insieme a far camminare la storia: è come se la trama si facesse fluida per calarsi nello stampo del metro, del ritmo”.

La bicicletta è ritmo” risponde passandoci la zuccheriera “La lingua è ritmo. Proust – che per me è un grande modello di riferimento – è ritmo dalla prima frase; ogni parola, in lui, è un’onda di un mare che avanza” e le sue mani compongono nell’aria il moto incessante dell’onda.

“Dunque il ritmo è così importante?”.

“In Proust il contenuto in sé è scarso, quasi nullo, è invece attraverso la forma che egli ricrea la vita, attraverso quel ritmo che non si ferma mai” sembra concentrarsi su un punto davanti a sé come a voler trovare le parole che esprimano esattamente il suo pensiero “Vi racconto com’è nato La bicicletta. All’inizio era scritto in prima persona e aveva anche un altro titolo. Ho cercato di farlo pubblicare ma senza risultato. Nel frattempo mi era stata affidata la traduzione di un libro di Fromentin. Lavorando a essa – tradurre è faticosissimo – ho imparato ad affinare la mia capacità di usare le parole. Così, grazie a quell’apprendistato, ho riscritto il mio romanzo – in terza persona – che è piaciuto ed è stato pubblicato”.

“Lei è molto legata alla Francia, alla cultura e alla letteratura francese, tanto che il suo nuovo libro, La prima mano, è stato proprio scritto per il mercato francese”.

“Sì, è vero, all’inizio ero un po’ titubante perché una biografia così diretta forse non l’avrei mai scritta” esita, come se le restasse ancora il dubbio d’aver fatto bene. “Mi hanno invitato a tentare assicurandomi che ognuno poteva raccontare di sé ciò che voleva, e a riprova mi hanno mandato due autobiografie già pubblicate: mi sono sembrate bellissime. Così mi hanno convinto” ci guarda con quei suoi occhi limpidi pieni di entusiasmo “anche se le autobiografie mi sono sempre parse inutili, ogni scrittore, infatti, si rivela nei suoi personaggi e in essi si mimetizza. Naturalmente è una rivelazione parziale, perché poi la fantasia prende il sopravvento e allontana dai fatti, ma in un romanzo è giusto che sia così. Solo ne La parola ebreo mi sono imposta di restare fedele a quanto accaduto perché volevo raccontare con esattezza la Roma delle leggi razziali.

 

“Perché la condizione degli ebrei l’ha così colpita?”.

“Perché è stata terribile per chi l’ha vissuta. La cultura tedesca, così sviluppata, così capace di creare grandissimi capolavori, ha poi messo quelle competenze a servizio dello sterminio di massa, è questo che mi è sempre sembrato terribile”.

La nostra amica le chiede se nel suo palazzo vivevano famiglie ebree.

“Due” risponde “i Levi e i Della Seta. Ho cominciato a scrivere La parola ebreo partendo proprio dal ricordo delle urla della portiera – (occhi azzurro scuro limpidi e feroci) – contro Giorgio Levi perché non mettesse la bicicletta nell’ascensore: non ne aveva il diritto! Quella donna, fino ad allora una subalterna, adesso, proprio perché Ariana, poteva permettersi di imporre la sua volontà”.

“La sua famiglia era cattolica, lei ricorda che, durante la sua infanzia, in casa si parlasse di quanto stava succedendo?”.

“Poco. Mio padre – che pure ha aiutato molte famiglie ebree – diceva quasi niente per il timore che noi bambini potessimo riferire altrove discorsi pericolosi. Nel nostro palazzo, infatti, oltre ai Levi e ai Della Seta, abitava anche una spia dell’OVRA”.

“Che reazione ha provocato questo suo libro così esplicito nell’accusa di un certo comportamento del Vaticano?”.

“All’inizio non ho pensato alle reazioni cattoliche, temevo più quelle ebraiche: l’accusa di essermi occupata di cose che non mi appartenevano, invece gli attacchi più forti sono venuti dal mondo cattolico: dicevano che non mi ero documentata abbastanza su Pio XII. In realtà ho avuto modo di documentarmi a fondo a Parigi, consultando anche il testo relativo all’enciclica di Pio XI (l’unico che ha veramente contrastato Mussolini e Hitler) di cui a lungo si sono perse le tracce”. Poi, con un sorriso: “Anche la morte di Pio XI, proprio in quel momento, mi è sembrata alquanto strana…”.

“Misteriosa…”.

Sorride:  “Era un uomo non pavido e non malleabile, si è scontrato con Mussolini con durezza. Ma era anche vecchio e malato, perciò ha affidato al gesuita La Farge la redazione di quell’enciclica sul razzismo suggerendogli a grandi linee il tema, il metodo da seguire e i principî da osservare”.

“Un’enciclica che improvvisamente sparisce”.

“Perché nel frattempo Pio XI è morto e il suo successore si comporta in modo molto diverso da lui”.

“Si avverte nel libro una sorta di suspense, una narrazione che prevede anche qualche colpo di scena”.

Si stringe nelle spalle.

“Una suspense” continuiamo “che ci sembra di trovare in molti dei suoi romanzi, così in Fiori d’inverno, incerti fino alla fine riguardo al destino di Asia, o in Nero l’albero dei ricordi, azzurra l’aria a proposito di Lucia, di cui all’improvviso non si parla più e la si ritrova solo alla fine. Ci sembra che lei scriva le sue storie creando pathos e aspettative di cui l’epilogo raccoglie tutti i fili ponendosi come unica soluzione possibile”.

Sorride, si schermisce, come se il nostro fosse un complimento esagerato:

“Eppure quel libro non ha avuto molto successo anche se io lo amo molto.” dice “Il suo finale è venuto dopo. Non sapevo se aggiungere le ultime due pagine, poi ho capito che non poteva essere diversamente”.

“Ed è bellissimo: quel ridere dopo tanta tragedia, e in mezzo a tanta tragedia, dà il senso di una speranza possibile…”.

“È vero. Per me è così. Anche ne La prima mano il finale è arrivato alla fine. Solo dopo capisci che la strada ti porta lì, che è così che deve essere. Ma devi aspettare, devi lasciar decantare…”.

“Le sue storie nascono tutte da un progetto ben definito?”.

“Non è mai la stessa cosa. A volte un libro nasce da un progetto, come La parola ebreo; Le strade di polvere, invece, è nato da sé: all’inizio mi interessava scrivere la storia dei due fratelli che finiscono per sposare la stessa donna, una storia che mi avevano raccontato, poi però è apparsa la possibilità di raccontare anche il Monferrato, la campagna, i fantasmi. Sono stata fortunata perché proprio in quel periodo qualcuno mi regalò i Comandini, otto volumi che descrivono minutamente la vita quotidiana del Monferrato nell’Ottocento. Una fonte preziosissima di cui mi sono servita per conoscere per esempio le condizioni meteorologiche dei mesi che mi interessavano, la vita dei soldati, le notizie relative alla guerra. Una fonte preziosissima, sicuro… ma a volte anche così noiosa” ci confida ridendo. E continua: “Mi aveva affascinato il racconto di uno dei due fratelli che era stato in Russia con Napoleone e che poi, tornato a casa, non ne aveva mai parlato, mai mai mai. Solo in punto di morte si è tirato su dal letto e ha gridato: «I cosacchi! I cosacchi!…»” spalanca gli occhi e imita il gesto dell’uomo che si erge dal letto e rivive il terrore di quella guerra di cui in vita non aveva mai voluto parlare. Forse per pudore?

Le chiediamo:

“Il pudore sembra essere un tratto ricorrente dei suoi personaggi. Ne Le strade di polverelei dice: “Abbandonarsi alla sofferenza non serve a niente, serve ancora meno farla vedere agli altri, le piaghe vanno tenute nascoste altrimenti nugoli di mosche scendono a succhiarne il sangue“.

“La discrezione mi viene dalla mia educazione piemontese: nulla si manifesta se non è proprio necessario. Se hai un grande dolore, e lo tiri fuori, quel dolore si contamina. Dico molto poco di me nei miei libri. Però ci sono tante cose che una persona non sa di se stessa e che scrivendo vengono fuori. E sono i lettori che se ne accorgono. I lettori, non i critici, perché i critici hanno un occhio diverso”.

“Ne L’estate di Letuché lei dice che esistono degli elementi di continuità in una persona, qualcosa che nel tempo resta identico, nel senso di identificabile. Una specie di filo interno che uno si porta appresso tutta la vita. Qual è per lei il senso del tempo, il senso della memoria?”

 

“Scrivere vuol dire inseguire il tempo, per questo io torno sempre sulla memoria dell’infanzia. I bambini vedono meglio perché non hanno pregiudizi, si limitano a registrare ciò che accade davanti ai loro occhi. Io ho ricordi nitidissimi dell’infanzia. Con l’età comincio ad avere qualche problema con la memoria recente, ma i ricordi di quando ero bambina sono perfetti. Scrivendo è inevitabile modificare, integrare il ricordo con elementi di fantasia. Al punto che un episodio, una volta scritto, acquista una tale forza che, a distanza di tempo, quando ci penso, pur sapendo di averlo inventato, mi sembra di averlo vissuto davvero.”

“C’è un primo lettore a cui sottopone le sue pagine, qualcuno di cui si fida?”.

“Finché c’era Cesare Garboli, col quale per tanti anni mi sono confrontata, sì: mi criticava molto, era severo, m’imponeva dei tagli. Io lo detestavo per questo”.

“Ma poi seguiva i suoi consigli?”.

“Sì” ammette subito “li seguivo. Adesso, ogni tanto, è mia figlia Benedetta che legge qualcosa”.

Un cane comincia ad abbaiare, in giardino si rincorrono alcune voci.

Le chiediamo se fa leggere i suoi scritti in corso d’opera.

“No, mai” si ritrae come se ci fosse davvero un occhio che curiosa tra le sue carte “se qualcuno sbircia io chiudo subito; è come se mi mostrassi nuda” solleva le mani come a proteggersi. Mani dalle dita sottili che assecondano le parole e le completano col gesto sempre appropriato.

“Pensa mai, quando scrive, che qualcuno della sua famiglia potrebbe riconoscersi?”.

Sorride, dice: “Certo, i figli sono sempre così attenti a quello che dici. Mi ha condizionato un po’, ma poi ho cercato di non pensarci…”.

“E scrive ogni giorno?”.

“Sì, ogni pomeriggio e spesso anche la sera. La mattina invece mi piace andare in giro, passeggiare con i cani per la campagna”.

Gli stessi cani, uno bianco e uno nero, che adesso spingono il muso contro una delle vetrate.

“Una storia inizia sempre con il suo incipit?”.

“Sì, e non lo cambio mai. Perché l’incipit è la nascita. Solo per L’estate di Letuché mi avevano imposto di cambiarlo. L’ho cambiato. Ma poi, nell’edizione successiva, ho rimesso l’attacco originario” e ride con gli occhi pieni di un trionfo sbarazzino.

“Quando capisce che è arrivata l’ora di dare alle stampe ciò che sta scrivendo?”.

“Lo capisci razionalmente” risponde con slancio “ma la tua anima non lo consegnerebbe mai. È il tuo giocattolo: non te ne vuoi separare. Però poi, per fortuna, ti viene la smania di vederlo pubblicato. E anche in fase di correzione di bozze, io continuo a correggere. L’editore non vorrebbe che si aggiungessero frasi, pagine, perché è un lavoro che poi grava sugli altri. Ma io continuo a farlo”.

“E poi è finalmente contenta del risultato?”.

“Continuerei a correggere all’infinito. Perciò non rileggo mai i miei libri una volta pubblicati” lo dice con fermezza, come a volersi proteggere da una delusione.

“I suoi personaggi maschili sono così vividi e intensi che si ha quasi l’impressione che in essi lei riveli molto di sé”.

Ci guarda un po’ disorientata:

“Eppure io ho più difficoltà a definire i personaggi maschili. Le donne le conosco bene: ho avuto tre sorelle e un fratello e, a mia volta, tre figlie ed un maschio. Quindi delle donne…” dice con un sorriso “ho avuto modo di apprezzare ogni aspetto, solo ne Le strade di polvere ho cercato di calarmi realmente in un personaggio maschile, mi sono ritrovata molto nel Pidrèn ad esempio; per il resto so per certo che ci sono dei lati di me che detesto e che mi permetto di tirare fuori in certi personaggi”.

Si ferma un istante, poi:

“Nei personaggi che creiamo” mormora “proiettiamo anche i nostri lati più oscuri”.

“Una sorta di catarsi?”.

“No, semplicemente un affidare alla pagina quella parte negativa che ognuno di noi ha dentro”.

“Quando è nata in lei l’idea, o il bisogno, di scrivere?”.

 

“Ho scritto il mio primo racconto a nove anni. Mi piaceva sentire le storie, vivere di storie. Ho sempre avuto la propensione a rifugiarmi nell’immaginazione; la determinazione di scrivere è venuta prestissimo: a quindici, sedici anni leggevo i miei racconti ad un’amica, e ho sempre pensato che ce l’avrei fatta. Ero sicura che sarei riuscita a pubblicare.”

“Aveva coscienza del suo valore”.

“Non lo so, io mi piacevo solo quando scrivevo. Ho giocato con le bambole fino a diciassette anni, e questo non lo faceva proprio nessuna delle  mie amiche. Le vestivo, allungavo le gambe, mettevo loro in testa cappelli e pellicce, poi inscenavo storie drammatiche. Era un teatro che facevo solo per me, nella grande stanza in cui io e le mie sorelle studiavamo: ognuna di noi aveva il suo angolo con la sua scrivania. Il mio era un poco discosto dagli altri. Giocavo in silenzio per non disturbarle. Quando finivo di studiare, o scrivevo o giocavo con le bambole…”.

“Era anche questa una forma di scrittura”.

“Sì, credo di sì”.

Si è fatto tardi, eppure sono ancora tanti i fili sospesi e tale è il desiderio di continuare ad ascoltarla che le domande si affollano senza più un ordine:

“L’amore ha un peso così grande nelle sue storie: c’è quello coniugale e quello trasgressivo…”.

“L’amore è passione” afferma “poi ci sono gli affetti. L’amore non porta felicità: ti brucia, ti consuma. Si può trasformare in affetto, ma non è più la passione. C’è poi chi riversa tutto nei  figli, nel lavoro…”.

“E la famiglia, anch’essa così presente nella sua opera, cos’è: una protezione di cui non si può fare a meno o una custodia che si trasforma in prigione?”.

Rimane in silenzio, il suo sguardo indugia sulle foto di donne e bambini, uomini col fucile, uomini in barca, coppie che ridono guardando le montagne, allineate lungo le mensole e le pareti:

“La famiglia è una custodia preziosa…” il suo sorriso è insieme ironico e malinconico “dalle cui sbarre bisogna ogni tanto sapere uscire” e con la mano accenna il movimento di chi sguscia via all’aperto, oltre un invisibile ostacolo “ma famiglia vuol dire anche casa, stanze… Io sento tantissimo le case, assorbono ciò che siamo. Ci sono case dove entro e penso subito: qui non voglio restarci neanche cinque minuti. Avverto delle cose negative. Altre invece in cui dico: ah, come è bello stare qui! Sono case che ti fanno star bene”.

Noi ci sentiamo molto bene seduti in questa stanza.

“Da quanto tempo vive qui?”.

“Dal 1961, quando ancora attorno non c’erano le strade, una l’hanno costruita una decina di anni fa, l’altra l’anno scorso: è comoda certo ora ci arriva l’autobus, ma prima era meglio. Nel corso del tempo la casa è stata modificata per andare incontro alle esigenze dei figli, ma la mia zona è rimasta uguale, immutata”.

“E…”.

Ma uno sguardo della nostra amica ci fa capire che adesso è proprio il momento di andare.

Raccogliamo a malincuore l’invito.

“Tornate” esorta Rosetta Loy “tornate ancora a trovarmi”.

Ci accompagna fuori. E intanto le chiediamo dei suoi autori francesi preferiti.

“Emmanuel Carrère” risponde “La settimana bianca, e forse ancora di più L’adversaire,  e poi Modiano ed Eva Brun”.

“E la Némirovsky?”.

“La Némirovsky la conoscevo prima che fosse pubblicata e scoperta in Italia.”

I cani ci vengono incontro festosi, Rosetta Loy li accarezza, apre il cancello.

Nel salutarla l’abbracciamo. Ha un odore buono che  fa pensare alla pelle dei bambini, un odore leggero, come di acqua di Colonia, che ci accompagna ancora mentre imbocchiamo, con un po’ di malinconia, la strada del ritorno.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'