Mahinda un anno dopo

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Ramsi non è più lo stesso. Perduta l’aria d’adolescente ora li dimostra tutti, i suoi cinquant’anni.

Ramsi non è più lo stesso. Perduta l’aria d’adolescente ora li dimostra tutti, i suoi cinquant’anni. È trascorso quasi un anno dall’attentato in cui è rimasto ferito (compiuto da un kamikaze Tamil vicino Matara, in Sri Lanka).

In piedi nel salotto della sua casa di Matara, sotto le pale del ventilatore acceso,  non riesce a star fermo per più di un secondo. È magro, lo sguardo smarrito, quando racconta di Mahinda Wijesekara, coinvolto come lui nell’attentato e molto meno fortunato.

Non glielo lasciano vedere Mahinda, ministro delle Telecomunicazioni ancora in carica ma a riposo, confinato nella casa di Colombo sotto le cure di un medico ayurvedico e della moglie, Ajanta.

Sa che riesce a camminare  per brevi tratti, che può parlare ma che si stanca facilmente e deve poi riposare. Che metà del suo corpo possente non risponde ai comandi del cervello.

Racconta come la moglie  protegga la sua privacy, ammettendo poche visite.

– Non ho il coraggio di chiamare, chissà se si ricorda di me? So che altri dell’ufficio sono andati. – negli occhi schermati dagli occhiali lo sguardo si oscura un istante, come in quei cieli ripieni di pioggia del monsone.

– L’uomo bomba era proprio dietro di noi, imbottito di tritolo. –

Solleva la camicia sulle spalle e mostra le ferite sulla schiena,  le schegge che lo hanno colpito. Alcune non gliele hanno ancora estratte.

– Schegge impazzite che ci hanno cambiato la vita. – continua Ramsi. –  Eravamo sempre insieme –  gli occhi gli brillano di nuovo ricolmi di una  ammirazione smisurata per il capo, che è anche padre, fratello maggiore, amico.

Quando mostra la foto di Mahinda sul cellulare, la studia un istante come fosse una fidanzata molto amata,  prima di far girare il telefono nel salotto, con nessuno che trova niente da dire.

– Da solo non sa stare, Mahinda. Dopo giornate frenetiche, impegni con la gente, stanco morto ma incapace di mettersi a dormire, mi mandava a chiamare, noleggiavo un dvd e ce lo vedevamo insieme, fino a che non gli si fossero chiusi gli occhi. Due giorni prima dell’attentato eravamo andati a Kandy per una gara di canto in televisione. Mahinda doveva esibirsi. Lo avevo aiutato a provare ed era stato un successo. Spesso la sera  mi chiedeva di suonargli qualcosa, il mio sitar che spargeva melodie indiane nel patio della sua casa sul fiume finalmente silenziosa, dopo la confusione di gente dei giorni di ricevimento. Si stava bene insieme.

 

Ramsi è un musicista eclettico  prestato alla politica, un attivista devoto al partito di Mahinda, qualunque esso sia, perché, ci dice: – se mi viene dato un bicchiere d’acqua e io posso bere, sono riconoscente, fino alla morte. –

– Ci sono state tante chiacchiere: gli altri impiegati gelosi per quella nostra amicizia, chissà cosa avranno raccontato alla moglie. – continua Ramsi, che pur avendo una famiglia da mantenere e nessuno stipendio su cui contare, si aggira per casa, mangia poco e niente in attesa che tutto torni come prima, quando le sue giornate erano piene, purché stesse accanto al gigante Mahinda, come Davide e Golia in un dipinto di Caravaggio.

 

La guardia del corpo di Mahinda  si è accorta all’ultimo momento delle intenzioni  dell’attentatore perché lui si è trovato sbalzato in avanti, in posizione diversa da coloro che gli erano accanto e che sono  tutti morti. La guardia ha perso la vita, era giovane e con un figlio piccolo. Sua madre, nell’apprendere la notizia, è morta anche lei sul colpo e in quella casa si sono celebrati due funerali contemporaneamente.

– Non avremmo dovuto esserci quel giorno ad Akuressa. – continua Ramsi. – La sua agenda era piena quando lo hanno avvisato, solo tre giorni prima, della celebrazione per la nascita del profeta Maometto e della marcia per la pace. La notte prima si è studiato la vita del profeta, che non sapeva né leggere né scrivere ma conosceva a memoria tutto il Corano, a lui dettato dagli angeli. È arrivato da Colombo alle 6 del mattino quel giorno, alla casa di Matara, mi ha fatto chiamare mentre si concedeva un sonnellino prima di recarsi alla cerimonia.  Alle  9.30 eravamo  sul posto, schierati con gli altri ministri davanti alla Moschea  in attesa dell’arrivo del corteo.

– Le indagini hanno ricostruito che l’attentatore si deve essere unito alla parata a Weligama,  la sicurezza era scarsa, si cominciava ad assaporare la vittoria prossima e la guardia si era abbassata.

– Erano mesi che aspettava l’occasione giusta, si fingeva mendicante vicino al tempio di Matara, è stato riconosciuto in seguito da testimoni oculari a cui hanno mostrato la foto della testa dell’attentatore, decapitata dall’esplosione.

– Se non fossimo andati – continua Ramsi con un sospiro, mentre ripesca nella memoria ogni istante che ricordi di quel giorno. Ma non c’era stato verso, Mahinda aveva urlato alla segretaria che sarebbe andato, che quella dei musulmani è una minoranza e che per questo non poteva mancare. Che sarebbe stato solo il tempo necessario, tra le 9 e le 10 per rispettare la sua agenda.

– Quando è esplosa la bomba, poco dopo le 10, stavamo per andare via, mi aveva fatto chiamare la macchina.

–  Ammirava le danze che precedevano il corteo, i corpi esili di adolescenti bianco vestiti, accompagnati da tamburi e musica araba, potremmo assoldarli per un meeting a Dondra (suo luogo natale) che ne pensi? – . quelle sono state le ultime parole che mi ha rivolto prima dello scoppio.

 

È musulmano Ramsi, figlio di Jezima Mohamed, acclamata artista di batik.

 

La loro è una famiglia molto religiosa che cerca di vivere secondo coscienza, senza trascurare gli aspetti pratici della vita, gli affari, loro che di traversie economiche ne hanno subite tante. Nei lunghi anni della guerra civile che ha tenuto i turisti lontani da questa terra e con l’economia del paese in ginocchio. Un paese talmente bello che si dice sia questo il Paradiso Terrestre del racconto biblico.

Ramsi di affari non ha mai capito niente, la musica in testa e la politica: – Con lo scoppio della bomba ho perso un quaranta per cento dall’orecchio destro. Per me che sono musicista è un problema. Mi hanno riconosciuto una invalidità relativa, compensato per le ferite con 20.000 rupie, circa 200 dollari.

Nelle foto di repertorio la progressione dell’esplosione cristallizza in un istante  il corteo di ministri ignari del botto, che ancora non hanno udito, mentre alle loro spalle le fiamme già lambiscono il bordo  dei pantaloni di uno dei  ministri.

I visi inconsapevoli, lo sguardo puntato in avanti, mentre alle loro spalle succede il finimondo.

Ramsi si sente un miracolato, Maometto lo ha protetto. Incredibilmente, tutti i bambini che agitavano le bandierine ai bordi della strada sono rimasti illesi. Tra i sei ministri che guidavano il corteo, i rappresentanti del governo locale e circa 2000 civili ci sono stati 16 morti e 50 feriti.

Dopo l’esplosione Ramsi è catapultato al lato della strada, pezzi di corpi dappertutto e fumo, grida, pianti. Cerca dove sia il ministro e lo trova a pochi passi. È disteso a terra, il corpo ricoperto di membra umane smembrate dallo scoppio. Gli prende la testa e lo chiama: – Sir, Sir.

Mahinda apre gli occhi e Ramsi si accorge che è vivo, anche lui respira di nuovo.

– In mezzo a quella confusione arriva un’ambulanza, ci caricano il ministro e anche lui sale a bordo.

Ma l’ambulanza si ferma dopo poco per un guasto. Sopraggiunge l’auto di Mahinda che carica il ferito e parte a tutta velocità verso l’ospedale. Quando arriviamo, Mahinda viene adagiato su una barella e portato in sala operatoria.

– Ho spinto la lettiga fino alla sala operatoria, non l’ho lasciato fino a che hanno chiuso le porte. E sono svenuto, kaput, finito. Non mi ero accorto di essere ferito. Quando mi sono svegliato è stato il viso di Shairani la prima cosa che ho visto.

E Shairani, sua moglie, compare in quel momento come per magia, un vestito di mussola leggera, silenziosa come una gazzella di montagna, nella mani il vassoio del thé al cardamomo.

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