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La fiction: La carica dei giovani e perdenti: “Glee”

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E così anche il musical è finito tra le trame narrative delle serie tv. Dopo dottori, preti, investigatori e casalinghe disperate la fiction diventa corale, nel senso più...

E così anche il musical è finito tra le trame narrative delle serie tv. Dopo dottori, preti, investigatori e casalinghe disperate la fiction diventa corale, nel senso più letterale del termine. Stiamo parlando di “Glee” (in italiano allegro, gioioso) nuovo prodotto della Fox che ha debuttato giovedì scorso su Fox Italia. La serie, creata da Ryan Murphy, lo stesso di Nip/Tuck e Popular, è diventata in poco tempo un vero e proprio fenomeno sia televisivo che musicale. Partita con due sole puntate, la talent- series ha da subito ottenuto elevati ascolti negli Stati Uniti fino ad arrivare agli otto milioni (la maggior parte nella ricca fascia 18-34 anni).

Ambientata in un campus americano, protagonista della storia è un professore di spagnolo idealista e creativo animato dalla volontà di mettere insieme un gruppo di giovani per far rinascere il club universitario di canto e partecipare alle gare regionali di coro (così come accade in America). Prende vita, in tal modo, il glee club formato da secchioni/nerds, solitamente dimenticati e sbeffeggiati, giovani felici e perdenti, insoddisfatti della loro vita ma con uno straordinario talento vocale, la loro “arma” contro i pregiudizi della società. Il loro show choir, caratterizzato da una coreografia che accompagna l’esibizione canora, contagia puntualmente l’intera Università e fa da colonna sonora a storie di amori, amicizia e persino a partite di football americano. Si pensi che uno dei video più visti sul Web nelle ultime 24 ore è stato estratto proprio da Glee e ha per protagonista un’intera squadra di football alle prese con la coreografia di Single Ladies (Put a Ring On It), il tormentone di Beyoncé Knowles. Una serie che ha la sua forza sorprendente nella costruzione dei personaggi; sempre sopra le righe, originali e sorprendenti . E così abbiamo Rachel, talentuosa ed egocentrica cantante spesso vittima degli atti bullismo delle Cheerios, le cheerleader; Kurt (Chris Colfer), tanto bravo quanto attento ai dettagli della moda; Artie (Kevin McHale), chitarrista costretto da quando era piccolo sulla sedia a rotelle. Del club fanno parte anche Mercedes Jones, interpretata da Amber Riley, cantante con manie di divismo, Kurt Hummel, interpretato da Chris Colfer, gay dichiarato con la voce da soprano; Tina Cohen-Chang (Jenna Ushkowitz) studentessa di origine asiatica punk e balbuziente.

Di fianco alla classica narrazione, la serie rispolvera in ogni puntata classici di cantanti famosi (dai Journey, con il loro classico Don’t stop believin’, prima hit della serie, a Madonna, passando per Rihanna) dando vita a mini musical, mettendo in download su iTunes brani che, in America, hanno raggiunto la vetta delle classifiche di vendita.

Quindi, non solo le classiche dinamiche scolastiche che si dimenano fra canti e balli alla ricerca del talento migliore, ma una vera e propria officina-laboratorio di musical dal grande valore artistico e umano. Una serie che si inserisce in quel percorso narrativo di critica ed autocritica delle molteplici accademie del successo andando ad esasperare, in particolar modo, gli aspetti più comici ed isterici. Come ha dichiarato l’ideatore Murphy: “tutto è così oscuro e triste nel mondo oggi. E’ per questo che American Idol funziona. Per chi guarda è una fuga. E lo stesso discorso vale per Glee. Non c’è niente di simile in onda, è un genere totalmente diverso da tutto quello che abbiamo visto finora”.

“Glee” rappresenta un ottimo esempio di satira intelligente in quanto, attraverso uno stile narrativo poco rassicurante e del tutto irriverente, prende in giro la tv, i suoi meccanismi più perversi come l’ossessione di trasformare il diverso in celebrità. Una tv che, seguendo il filone cinematografico di High School Musical, riesce a fare autocritica irridendo gli stereotipi americani, ridotti a macchiettistici peccati di una nazione frivola, che educa alla popolarità e al successo piuttosto che alla sostanza, che pone a fondamento della piramide sociale un riconoscimento che è quantitativo e spesso illusorio e dove si crede che l’anonimato sia più grave della povertà.

Una scrittura fresca, spumeggiante, a tratti comica e farsesca, che rende questa serie fuori dalle righe e dagli schemi tradizionali della tv, e che permette di riconoscere ed affinare un’arma indispensabile per affrontare la vita: l’ironia.

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