Condividi su facebook
Condividi su twitter

Gaia Manzini: “Più parole usi e più riesci a far sentire il silenzio”

di

Data

Nudo di famiglia è il libro di esordio della trentacinquenne milanese Gaia Manzini, uscito qualche mese fa per Fandango, una raccolta di racconti, "quindici storie esemplari che si compongono in un grande affresco dove sono rivelate tutte

Nudo di famiglia è il libro di esordio della trentacinquenne milanese Gaia Manzini, uscito qualche mese fa per Fandango, una raccolta di racconti, “quindici storie esemplari che si compongono in un grande affresco dove sono rivelate tutte le caratteristiche più intime come in un nudo, un nudo di famiglia”, come recita la bandella del libro. In realtà, accomunati dal grande insieme della famiglia contemporanea, Nudo di famiglia sono racconti eterogenei e temi molto diversi tra loro: c’è la vecchiaia (il racconto d’apertura Ada) come condizione di infermità fisica ma non mentale, anzi come tentativo di rielaborazione della memoria a partire dal corpo; si affronta la perdita dell’amore in uno stato a due, testimonianza di un rapporto soffocante e impossibile tra uomo e donna in Dietro il vetro e La manovra di Heimlich; con coraggio si scava nei non detti del ritorno a casa (forse il racconto più bello Salmoni), l’ambiente dei vecchi genitori chiuso a qualsiasi comunicazione con la figlia; oppure la solitudine di una donna di mezza età (La cassapanca) che coltiva desideri di viaggi esotici e di avventure galanti all’insaputa di un marito completamente assente; o ancora la depressione di un padre che lo porta al suicidio in un clima da “grande freddo” (Bergson), raccontata attraverso gli occhi di un adolescente; e anche il tentativo di elaborare il lutto di una perdita di una persona amata, vissuta come una amputazione (ancora la fisicità nel forse più ottimista La mano destra); o infine l’assenza di consolazione di un racconto toccante come Prime volte, sull’abuso sessuale dei minori.

 

Nudo di famiglia sono quindici storie che si propongono come parti di un tutto che è la famiglia contemporanea, ma nei tuoi racconti si possono trovare altri denominatori comuni come la femminilità. Mi sembra che la tua scrittura sia molto femminile, in alcuni casi uterina. Mi hanno subito fatto pensare al minimalismo americano, in particolare a Carver, ma ci sono molto scrittrici americane di quella corrente. L’ultima che ho letto, ad esempio, è Amy Hempel. Riconosci queste influenze nella tua scrittura? E in particolare quali altri scrittori?

Ho sempre guardato al minimalismo americano come a qualcosa di molto distante dalla mia scrittura. Certo, ci possono essere dei tratti comuni nelle ambientazioni famigliari e in qualche secchezza stilistica. Tuttavia in Nudo di famiglia ho cercato di alternare lo stile scabro a un certo lirismo, all’ipotassi, a metafore più o meno insistenti. Credo che la differenza stia nella posizione dello sguardo. I minimalisti hanno uno sguardo esterno. Molto attento e sagace, ma esterno. Io, invece, ho costruito le mie storie partendo dall’interno: dalla coscienza e dalle contraddizioni dei miei personaggi. Non a caso gli scrittori che da sempre ho amato di più sono gli indagatori dell’animo umano: Guy de Maupassant, Anton Checov e Nabokov. E venendo ai giorni nostri la Munro. Stilisticamente poi, ho sempre ammirato la potenza di fuoco dei racconti di Dürrenmatt e, con sguardo più trasversale, la letteratura fatta di particolari. I dettagli che si caricano di un significato altro: simboli che pian piano svelano la geometria soggiacente a un racconto, pur mantenendo intatto un certo senso di mistero. A mio parere, la maestra assoluta di questo uso dei particolari è Flannery O’Connor.

 

Il corpo mi sembra uno dei nodi centrali dei tuoi racconti. Tutti i personaggi devono farci i conti, in un modo o nell’altro, ma sembra prevalere una visione negativa e compromessa del rapporto con la fisicità. Il corpo entra anche nella tua scrittura. “La parola non serve solo a descrivere la realtà, ma anche a spezzarla”: non è forse una dichiarazione di poetica?

Sì, credo di avere una visione molto fisica della realtà. Vivere è prima di tutto sentire. Nella mia esperienza, il corpo sa tutto in anticipo, prima della mente. Contiene già i segnali di un disagio o di una gioia. La parola serve a decriptare quello che ci suggerisce il corpo: viene dopo.

La parola forte è quella che spezza, è vero. Pensa al teatro di Beckett: le parole sono in contrasto con le azioni, le battute sono sfasate rispetto alla logica di un dialogo, ma è in quelli sfasamenti che emerge qualcosa di profondo. La sua è parola che apre crepacci sul mistero dell’esistenza.

 

Le reticenze rappresentano un elemento di tensione costante nei tuoi intrecci, soprattutto per raccontare una condizione di non comunicabilità in una coppia o tra genitori e figli. Ci si trova di fronte a una umanità compromessa e sola: non mi interessa sapere quanto c’è di esperienza biografica, ma quanto di studio e quanto di ideologia da parte tua per descrivere queste condizioni.

Da un lato, l’omissione e la reticenza fanno parte della tecnica del racconto. Come in un iceberg: mostri una parte, fai “sentire” quella mancante e sommersa. Questo fa del racconto una forma narrativa estremamente seducente, per chi scrive e per chi legge. Qualcosa che c’è, ma rimane in parte velato e sfuggente. Per questo motivo, considero il racconto il genere più “realistico”. La realtà, nostra e degli altri, così come la vita di tutti i giorni, non è mai qualcosa che si riesce veramente a cogliere nella sua interezza. Non ho una visione pessimistica del mondo e delle relazioni, ma è un fatto che la comunicazione contenga in sé un paradosso (come diceva D.F.Wallace). Più uno tenta di comunicare se stesso agli altri e più si rende conto che le parole non saranno mai sufficienti. Eppure, più parole usi e più riesci a far sentire il silenzio: l’incomunicabile che c’è nell’esistenza di ognuno di noi. E che in fondo ci accomuna.

 

La famiglia è, sfortunatamente, l’istituzione più forte del nostro paese, politicamente influente, socialmente fondamentale, “luogo del delitto” di molte delle nevrosi sociali che rovinano il nostro vivere civile. La famiglia fa più danni che altro, danni spesso irreparabili per chi vuole risolvere i suoi conflitti interni e costruire un futuro. Nudo di famiglia è allora un libro necessario per capire più su noi stessi. Da dove ti è venuta l’idea per scriverlo?

L’idea non è la famiglia. La famiglia è piuttosto un’ambientazione che (diciamo così) mi viene naturale. L’idea, come ti dicevo prima, è lo sguardo interno e il ribaltamento: situazioni comuni o banali che si trasformano nel loro esatto contrario. La paura come unica forma di amore. La violenza subita che nasconde la libera scelta della vittima. Il senso dell’andare avanti che è solo un regredire all’infinito. La famiglia perfetta che si costruisce a patto di un’assoluta indifferenza per le sofferenze del singolo. Il mio libro non è un atto d’accusa contro la famiglia, piuttosto un’esaltazione dello sguardo interno e dell’autocoscienza. La realtà si svela guardandola, accettandone la complessità, facendosi entomologi della propria esistenza. I danni di cui parli non li fa solo la famiglia. I danni spesso li fa il singolo e la sua incapacità critica.

 

L’adolescenza è uno dei tanti temi trattati nei tuoi racconti. Non è curioso che alcuni scrittori giovani italiani ne facciano sempre più spesso il loro orizzonte di narrazione e il quid di cui vogliono parlare? Uno ad esempio è Cognetti, tuo coetaneo e collega e anche lui milanese. Qual è il tuo rapporto con gli scrittori di adesso? Quali ti piacciono?

A parte Ammaniti (non l’ultimo, però), Giordano e appunto Cognetti, non me ne vengono in mente molti altri che parlano d’adolescenza. Cognetti ha una scrittura curatissima: i suoi racconti sono meccanismi a orologeria. Calibrati alla perfezione. In linea di massima prediligo gli scrittori che mi fanno sentire l’orchestralità della nostra lingua. L’italiano è assolutamente polifonico: citando a caso pensa a Gadda. Testori, Bufalino. Oggi come oggi, tra gli autori che impastano con la lingua senza risparmiarsi, mi saltano in mente subito i grandissimi Mari e Siti, i “guizzanti” Parrella e Veronesi, i “nostalgici” Lagioia e Vasta.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'