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Fotografia: Dream street

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William Eugene Smith sarebbe potuto morire ricco e felice: durante la Seconda Guerra Mondiale era il fotografo di punta di Life, aveva una moglie, 4 figli e una bella casa...

William Eugene Smith sarebbe potuto morire ricco e felice: durante la Seconda Guerra Mondiale era il fotografo di punta di Life, aveva una moglie, 4 figli e una bella casa in un sobborgo vicino a New York. Ma Smith decise di morire solo, povero e dimenticato da tutti. Infelice? Non si sa. Sicuramente a questo straordinario talento della fotografia mancava qualcosa: era incapace di seguire le regole. Quelle maledette regole che lo fecero licenziare a soli 18 anni dal Newsweek. Il direttore gli aveva lasciato carta bianca, con un’unica eccezione: poteva usare solo un tipo di macchina fotografica, ma Smith, testardo, era convinto che una fotocamera  piccola fosse più adatta. Morale della favola? Il Newsweek si ritrovò con delle splendide foto e con un talento in meno. Ma a Smith in fondo non interessavano né i soldi né la fama: voleva solo catturare la realtà. Così partiva e andava ovunque ci fossero guerre, bombe, morti e feriti. Life gli pagava a peso d’oro le foto dal Pacifico: i capi sapevano di avere a che fare con un genio, perciò gli lasciavano la massima libertà. Ma si sa i geni, soprattutto quelli ribelli, non sanno apprezzare quello che hanno: così un bel giorno, nel 1957, Smith fece i bagagli, lasciò la moglie, i 4 figli e la bella casa nel sobborgo. Si trasferì al quarto piano di uno squallido palazzo a Sixth Avenue a New York. Abbandonò la civiltà per occuparsi unicamente delle sue due grandi passioni: la fotografia e il jazz. Doveva essere solo una crisi passeggera, una pausa di riflessione. A volte, si sa, gli artisti sono strani. Invece Smith rimase in quell’ appartamento fatiscente fino al giorno della sua morte, nel 1978. Lo lasciò solo un paio di volte per realizzare due servizi sul manicomio di Haiti e su Minamata. E la cosa straordinaria è che riusciva a fare delle fotografie meravigliose senza muoversi da casa sua, dal suo piccolo appartamento pieno di droga, alcool e qualche amico svitato fissato col jazz. Si sedeva vicino alla finestra e da lì catturava tutto ciò che vedeva. Aveva girato il mondo per anni, aveva fatto l’autostop per arrivare a Okinawa, impresso nella storia il bombardamento di Tokyo ma adesso il suo progetto più ambizioso era vedere oltre l’apparenza, fotografare la città così come si presentava, senza pensarci su troppo. In fondo affacciandosi da una finestra del quarto piano di un qualunque appartamento della Sixth Avenue, chiunque avrebbe visto un’insegna luminosa, un poliziotto che camminava, un bambino che giocava. Ma Smith era capace di vedere tutte queste cose come solo un grande artista può fare: nella loro semplicità. Alla sua morte tutto il materiale venne trasportato all’Università di Pittsburgh: foto, stampe, film, nastri, incisioni di jazz fatte all’una di notte insieme ai suoi amici musicisti del piano di sotto. Un piccolo tesoro fu sepolto negli archivi di un’università, finchè nel 1997 un giornalista incaricato di fare un pezzo sugli anni bui di Smith, non lo ritrovò.  Il mondo scoprì un genio dimenticato, delle foto straordinarie e dei brani inediti di  Thelonius Monk e  Sonny Rollins, i vicini di casa che facevano musica nel piccolo appartamento.  Così nel 2009 è stato pubblicato “The Jazz Loft Project”: la folle storia  di un uomo che voleva fotografare il mondo da una finestra, ascoltando dell’ottimo jazz.

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