Andrea Frediani: “La storia è un romanzo, è un film, basta saperla presentare come tale”

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Il romanzo storico ha conquistato un posto non indifferente fra gli amanti della narrativa. Tanto che le case editrici sfornano ormai un titolo dietro l’altro; sembra di assistere a quel fenomeno che pochi anni fa riguardò il noir.

Il romanzo storico ha conquistato un posto non indifferente fra gli amanti della narrativa. Tanto che le case editrici sfornano ormai un titolo dietro l’altro; sembra di assistere a quel fenomeno che pochi anni fa riguardò il noir. Fra gli autori italiani più prolifici e conosciuti, Andrea Frediani; alcuni dei suoi libri sono stati distribuiti in allegato a quotidiani; le sue ricerche riguardano i segreti dell’antica Roma, come le grandi battaglie di Napoleone. Frediani pubblica con Newton and Compton: il romanzo più recente si intitola Un eroe per l’impero romano.

Il romanzo storico sembra vivere un buon momento, quasi a soppiantare nei gusti l’ondata dei libri noir di qualche anno fa; quanto durerà?

È un problema che mi angoscia non poco, questo: una volta, l’appassionato correva a comprare il solo romanzo storico che usciva in un anno, adesso, ha solo l’imbarazzo della scelta. Il rischio dell’inflazionamento c’è, non v’è dubbio. Il buon momento durerà se gli editori non si lasceranno prendere la mano e avranno la saggezza di pubblicare solo i romanzi avvincenti, e non quelli noiosi…

Dal primo volume pubblicato nel 1997, e vincitore nel 1998 del premio Orient Express come miglior opera di Romanistica dell’anno, all’epopea descritta nei romanzi più recenti: da cosa nasce la passione per la storia, e Roma in particolare?

Quando ero bambino, non c’erano molte alternative ai soldatini. E giocando, mi figuravo il contesto storico nel quale ricreavo le mie battaglie. Poi, grazie a mio padre militare, i primi film che ho visto al cinema sono stati di carattere storico: ricordo La battaglia di Midway e Lawrence d’Arabia. Ho sempre trovato la storia molto avvincente: un eterno romanzo, con passioni e personaggi sempre in grado di catturare l’attenzione.

Si è occupato, con Trecento guerrieri, della battaglia delle Termopili: oltre 50.000 copie nel primo anno. Come spiega questo interesse dei lettori? Si tratta di un pubblico selezionato oppure eterogeneo?

Il pubblico di 300 guerrieri è molto eterogeneo. Inutile negare che il successo del romanzo è strettamente legato al film tratto dal fumetto – pardon, graphic novel – di Miller. Ma naturalmente, si tratta di un’opera profondamente diversa: a parte gli appassionati di storia, che lo avrebbero preso comunque, gli altri lo hanno acquistato aspettandosi un instant book legato al film: poi, c’è chi è rimasto deluso perché si aspettava un fumettone, chi invece è rimasto piacevolmente sorpreso perché vi ha trovato uno spessore inaspettato…


Lei è anche giornalista pubblicista, e il suo rapporto con la stampa è molto forte viste le numerose collaborazioni: come giudica l’attuale momento di diffusione di quotidiani e riviste specializzate: c’è veramente una crisi di interesse verso l’articolo cartaceo?

Al momento, sono uno dei responsabili della nuova rivista “WARS” di “Focus storia”, incentrata sulla storia militare. Ebbene, è partita con una risposta strepitosa da parte del pubblico, ben  al di là della semplice utenza di appassionati di polemologia. Certo, rispetta la formula della rivista madre, “Focus Storia” – che vende centinaia di migliaia di copie – , e quindi è riccamente illustrata e ha un taglio molto divulgativo. Siamo sempre lì: la storia è un romanzo, è un film, basta saperla presentare come tale. I film storici fatti in modo spettacolare ottengono successo: perché non dovrebbero anche le riviste? Per quanto mi riguarda, è proprio nel momento in cui si smette di pensare alla storia come a un argomento puramente accademico, che la si può divulgare con ottimi risultati. E pazienza se questo farà storcere il naso a chi passa giornate intere a dissertare sulla forma esatta della fibbia della cintura di un soldato romano…”.

Ancora a proposito di quotidiani, ricordiamo che nel  2004 cinque suoi volumi, sui cinquanta della collana di storia antica, sono stati allegati a “Il Giornale” e altri al “Messaggero”. Ritiene valida questa forma di offerta al pubblico?

Per la diffusione di un’opera, la sua presenza in edicola è fondamentale. La gente va sempre dal giornalaio, ma non è detto che entri in libreria. Almeno 250.000 copie dei miei libri le ho vendute in questo modo e, anche se la percentuale spettante all’autore, in questi casi, è risibile, il nome circola… eccome se circola!


Come procede nel suo lavoro? Quanto è importante la ricerca storica e la fedeltà nei dettagli, e quanto la trama avvincente? In altre parole, si può giustificare uno strafalcione se poi il racconto ottiene il gradimento dei lettori?

Avendo una formazione accademica, non posso permettermi di “stuprare” la storia, diciamo così. Ci sono dei paletti da rispettare, paletti che, alle volte, mi impediscono di andare dove vorrei per rendere più avvincente e coerente il racconto: se, per esempio, scrivendo un romanzo su Cesare, leggo su una lettera di Cicerone che Tizio era ad Atene in un determinato momento, non posso permettermi di farlo essere a Roma, anche se la sua presenza nell’Urbe mi è utile ai fini della trama. Tuttavia, rimango convinto che un romanzo storico sia pur sempre un romanzo e, come tale, deve avere tutte le caratteristiche di un thriller. Mi annoio perfino io, quando leggo lunghe descrizioni sugli usi e costumi del tempo, che l’autore sciorina soprattutto per dimostrare di essersi ben documentato. Se voglio sapere nei particolari come mangiavano i romani, mi leggo un saggio.  Un romanzo storico altro non dovrebbe essere che un romanzo “normale” ambientato in un’altra epoca, con personaggi che, pur rispettando la mentalità di allora, abbiamo pulsioni e passioni in grado di avvincere il lettore “.


Se vede Russell Crowe “Gladiatore” mulinare la spada come un samurai pensa: “è una bella idea”  oppure esce dal cinema?

Ho smesso da tempo di vedere un film o leggere un romanzo e fargli le pulci. È una cosa piuttosto gretta che rovina il piacere della fruizione dell’opera e ci preclude la possibilità di cogliere il messaggio che l’autore vuole lanciare o l’emozione che vuole suscitare. Il Gladiatore è un gran bel film, che rivedrei in continuazione, anche se contiene errori storici macroscopici. Alexander ha una ricostruzione storica molto accurata ma non sono riuscito a vederlo più di due volte.

Le capita mai, scrivendo i saggi sulla storia di Roma, di pensare che forse oggi la Capitale è meno bella ed affascinante di un tempo? Non c’è il rischio di una nostalgia nel raccontare i fasti e le battaglie dell’Impero, che allontani dal presente?

Credo proprio che il successo dei romanzi storici e il rinnovato interesse per la storia sia legato alla nostalgia per gli eroi. Oggi mancano personaggi pubblici di cui essere fieri, da cui ci sentiamo degnamente rappresentati e che possiamo considerare davvero più in gamba della gente comune. E così, andiamo a cercarli nel passato… In realtà, non era affatto un mondo migliore del nostro, ma qualche uomo notevole, nel bene o nel male, l’aveva prodotto.

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