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Giornalismo: Il papello dei Georgofili

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Ci sono libri che, ripresi a distanza di tempo, sorprendono per la loro attualità. Le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, i documenti annunciati da Ciancimino junior...

Ci sono libri che, ripresi a distanza di tempo, sorprendono per la loro attualità. Le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza,  i documenti annunciati da Ciancimino junior sulla trattativa fra Cosa nostra e Stato hanno riportato l’attenzione sulla “stagione delle bombe” della mafia.

Diario della paura – Da via dei Georgofili la storia di un biennio di sangue è il libro firmato da Silvia Tessitore, edito da Zona nel 2003. Sono passati quasi sette anni, quindi, dalla pubblicazione, eppure la lettura del breve reportage non è noiosa, tutt’altro, ed il motivo è semplice: Silvia parla di stati d’animo che ognuno di noi può aver provato in quel periodo così tragico e misterioso, e che potrebbero ritornare  – ma si spera di no – se fossimo investiti da quelle tensioni, da quel sangue di innocenti sparso nelle strade d’Italia.

L’autrice, prima di dedicarsi in modo stabile al mondo dell’editoria, è stata giornalista freelance in Campania, caporedattore di radio Città Futura e Primarete Stereo a Caserta, territorio campano già ai tempi di Silvia difficile e complicato da vivere soprattutto per chi voleva raccontare la realtà, ben prima che Caserta ed i casalesi fossero protagonisti di altre pubblicazioni e di altri fatti di cronaca sulle prime pagine dei giornali. Firenze, per la giornalista, è città adottiva, vissuta intensamente con i parenti più stretti e così quando scoppia la bomba in via dei Georgofili, scatta in lei l’esigenza di sapere, di conoscere, di cercare di capire. L’autrice è onesta con i suoi lettori: non pretende di svelare nuove verità o retroscena, piuttosto intende percorrere la strada che ogni cittadino potrebbe intraprendere dinanzi a quell’orrore, ovvero, porsi delle domande, confrontarsi con chi ha trattato la strage da varie angolazioni, si tratti di un cronista che ha firmato l’inchiesta, come di un parente di una delle vittime. Il libro proponeva, al momento della sua pubblicazione, nomi noti oggi ai più quali i fratelli Graviano e Spatuzza, ed il termine “papello”,  così comune da qualche mese sulle pagine dei quotidiani. Per questo motivo non è mera operazione nostalgica togliere dallo scaffale e rileggere il Diario di Silvia, oppure andarlo a cercare apposta, per ritrovare la tensione morale di una giornalista che oggi ha scelto di cambiare mestiere e pubblicare libri, di un cittadino che non è rimasto indifferente dinanzi ad un gioco mortale di cui purtroppo, a distanza di anni, si ignorano alcuni passaggi determinanti per una lettura priva di ombre della storia del Paese.

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