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La purificazione dei corpi

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Lo slum di Kawangware è al centro di una grande valle che un tempo doveva essere splendida.
© Riccardo Ganagale

Lo slum di Kawangware è al centro di una grande valle che un tempo doveva essere splendida. La collina che dà verso nord è coperta di erba verdissima e acacie e alberi di carrubo dalle chiome slanciate. Delle volte più o meno al tramonto, sulla cresta, si vedono delle sagome nere scorrere veloci e litigare fra loro, tante piccole scimmie che non si avvicinano e rimangono a una certa distanza ricordando come doveva essere il posto cento anni fa.

Le altre tre colline che circondano la valle sono coperte dalle baracche in lamiera che circondano il mercato di Kawangware. C’è anche qualche costruzione in muratura, come alcune scuole che tengono una bandiera alzata sopra al tetto, ma la maggior parte delle abitazioni fino al centro della valle sono in lamiera.

Si può dire che dove finisce il mercato inizia lo slum, dove finisce lo slum inizia la campagna della collina nord.

Venendo da Naivasha rd e andando in direzione di ‘Ngong rd il mercato lo trovate alla vostra sinistra. La strada davanti all’entrata è carica di gente e matatu e City Hoppa. Non ci sono insegne o cartelli, in qualche modo si sa che sotto Naivasha rd e per tutta la discesa fino alla valle, c’è il mercato più grande di Nairobi ovest.

Su Naivasha rd qualunque strada prendete vi porta nella valle, in viottoli stretti e in pendenza e più ci si avvicina allo slum, al centro della valle, più la pendenza aumenta. Si può paragonare il posto a un piccolo cratere vulcanico spento, dove al centro, ormai da secoli, si è formato un lago artificiale. Lo slum di Kawangware è un lago artificiale e come tutti i laghi artificiali ha il fondo molto profondo, quasi infinito.

Dopo avere preso una delle vie laterali da Naivasha rd ci si trova nel mezzo di corpi umani pressati l’uno con l’altro e tutti diretti verso un’unica direzione come un grande fiume; e come un fiume si deviano gli ostacoli che bloccano il percorso, un’auto parcheggiata da cui due tizi stanno scaricando casse piene di merce o una macchina che sta tentando di andare nella direzione opposta.

Lungo le vie che portano al mercato si trovano prodotti di ogni tipo, dagli zaini alle saponette, dai vestiti usati, ai quarti di carne dal pessimo aspetto stesi al sole e coperti di mosche. La passeggiata è tutta sotto il sole, non ci sono piante, se non sulla collina nord dove finisce lo slum. Le tende dei banchi coprono a mala pena i prodotti stesi sui tavoli in legno marcio, dal sole che riscalda l’aria asciutta del mattino.

In questa parte che precede il mercato l’unico cibo che si trova è la carne venduta nelle piccole macellerie dai nomi buffi tipo Neghbores Choice Butchery. Una macelleria gestita da un uomo grasso che ogni mattina pulisce la sua vetrina mal ridotta.

Dopo circa cinque minuti di cammino in discesa, da Naivasha rd, si entra nel mercato di Kawangware.

C’è un muro alto mezzo metro in mattoni di cemento che lo delimita. Lo slargo è ampio circa cinquanta metri per cinquanta, un grande quadrato in cui sono riuniti tutti i commercianti della zona. Non vendono la loro merce sui banchi, ma a terra, sopra teli di plastica che portano impressi i marchi delle grandi ditte del petrolio.

Una catasta di mango sopra un telo con la conchiglia gialla della Shall oil. Una diecina di limoni mal messi sopra lo stemma della Exxon oil. Ananas sopra il telo blu dell’Africa gas.

Nel mercato si trova di tutto: legumi, riso, frutta, vestiti, stoviglie, attrezzi per il lavoro manuale. Ogni venditore cerca di superare la concorrenza inventandosi il riso già pulito o la frutta già tagliata e imbustata o cercando di intrattenere il cliente con molta simpatia.

Per muoversi all’interno del mercato c’è un percorso obbligato, una serpentina che si muove dentro il quadrato larga circa trenta centimetri. È impossibile perdersi o cambiare strada. I mercanti con i loro teli coperti di merci sono uno attaccato all’altro e nel viottolo c’è sempre tanta gente, il fiume di prima ora è diventato un piccolo affluente, ma non meno forte.

Vicino a un chiosco di ananas, c’è un tizio seduto di prima mattina sopra al suo telo della Total oil, ha il viso coperto da centinaia di rughe come la testa di una tartaruga. Non sorride mai e se ne rimane in disparte mentre vede la gente sfilare nel piccolo percorso. Vende magliette usate e ascolta la radio tutto il tempo. Non guarda in faccia nessuno, fissa il terreno, con le gambe incrociate, mentre le magliette dell’Adidas che espone si scoloriscono sotto il sole.

I prezzi sono tutti molto bassi rispetto ad altri posti. Un mazzo di sukuma wiky, un’erba che somiglia, come sapore, alla nostra cicoria viene venduto a cinque scellini. Un casco di banane grandi a quindici. Le persone che abitano nei quartieri vicini vengono a fare tutti i giorni la spesa o a sentire qualche pastore che predica tra un telo e l’altro con un altoparlante.

” La redenzione è vicina, pentiti e sarai salvo, perché io non pregherò per te quando sarai nell’abisso “.

Ci sono sempre piccoli gruppi che si fermano ad ascoltare i pastori. Delle volte diventano tanti e bloccano il piccolo fiume. Gli uomini sembrano rapiti dalle parole della bibbia e annuiscono con la testa, i loro occhi sono carichi di tristezza e li chiudono, alzano la faccia al cielo e iniziano a pregare dondolando il corpo.

Ogni volta davanti a un banco della frutta i venditori sono disponibili, sorridono e permettono di assaggiare la loro merce. Un uomo altissimo, taglia i frutti della passione con velocità, poi li spreme nella bocca di chi vuole provarli e tutto soddisfatto rimane a guardare la faccia del cliente.

Una grassa mamy indossa una maglietta dell’Adidas con impressa la faccia del calciatore Torres, tiene tra le gambe una grande grattugia e ci passa sopra con forza delle piccole noci moscate, l’aria antistante profuma della spezia e lei non smette di parlare con la sua vicina e di sorridere ai passanti.

Il mercato finisce in una via che non ha nome, che finisce in un’altra via senza nome. Gli edifici che delimitano queste vie sono tutti uguali, basamento in cemento e muri fatti di tavole marce e sconnesse, col fango a terra tutto diventa monocromatico. Un marrone intenso che copre ogni cosa, solo il cielo sopra i tetti in lamiera spezza i colori.

Dietro il mercato di Kawangwale la pendenza della collina aumenta. Anche qui è pieno di negozi, ma le vie sono quasi sempre vuote e nei piccoli empori sembra che non ci sia mai nessuno e che la merce sia molto vecchia o abbandonata.

C’è un uomo che vende galline e polli. Dentro due gabbie lunghe cinque metri ci sono gli animali e l’uomo su richiesta gli torce il collo e l’imbusta in dei sacchi neri per la spazzatura. I polli vengono tirati fuori che emettono delle grida, ma in un attimo è tutto finito. Se non deve vendere l’uomo è in una stanza nel retrobottega a masticare, non vuole vedere ne sentire nessuno. È un uomo piccolo, dai lineamenti vivaci e senza parecchi denti, lo vedete solo se c’è qualche compratore nei paraggi.

Questo è l’ultimo posto, poi le vie si perdono. Tutte senza nome, tutte uguali, senza identità, tutte in pendenza fino nella bocca dello slum. È qui che i bambini si perdono.

Kevin parcheggia la macchina dopo cena accanto alla macelleria Neghbores Choice Butchery. Anche quella via dove si ferma è in discesa e ci sono due fuochi accesi che la illuminano per un tratto e la vecchia Starlet Toyota ci sta proprio nel mezzo.

La signora Everin dice di avere visto Kevin aprire il porta bagagli della Starlet e di avergli visto tirare fuori due fusti di metallo.

“Tutto quello che so è che l’ho visto quella sera entrare con i due fusti di metallo. Non l’ha aiutato nessuno. Era solo”.

“Che ore erano?”, chiede la signora Patricia, sua vicina di casa.

“Stavo lavando i piatti nel vicolo qui dietro insieme a Mildred. Parlavamo della troppa pioggia che sta impantanando le strade in questi giorni e che i nostri mariti tornano a casa sempre con le scarpe infangate e fanno un disastro”.

“L’hai visto bene era Kevin?”.

“Certo che l’ho visto bene. Era lui, il figlio di Miriam Omondi”.

Dopo avere appoggiato i due fusti a terra nel fango, la figura alta e snella li ha portati dentro uno per volta. Dovevano essere belli pesanti perché il ragazzo bestemmiava e faceva rotolare i fusti come una ruota prendendoli a calci.

“Ha portato dentro il primo fusto, poi è riuscito e ha portato dentro anche il secondo”.

“Che c’era secondo te nei fusti?”, chiede Patricia.

“Che vuoi che ne sappia. Quelli fanno affari tutto il giorno. Glieli ho visti portare dentro la porta accanto alla macelleria”.

“Non c’era nessun altro fuori?”.

“C’era mio marito, ma era troppo stanco per vederci qualcosa. Quando è stanco si addormenta fissando il vuoto. Alle nove di sera è già secco da qualche parte. Quella sera era dietro di me, ma dormiva”.

“È una famiglia strana quella di Miriam”.

“Chiamala strana. Il marito di lei è disoccupato per via di un problema che ha agli occhi. Gli diventano bianchi la sera e non ci vede più. Anche Clifford non ci vede più la sera, ma dalla stanchezza”.

Il fuoco dei due bidoni doveva illuminare solo l’inizio della via dove Kevin ha parcheggiato la macchina, il resto del quartiere, del cratere, era illuminato solo dalle stelle. La luna doveva essere tramontata dal un bel pezzo.

Marcy è alta un metro e sessanta, ha le gambe lunghe e cammina tenendo il sedere in fuori. È nata tra il mille e novecento novanta cinque e il novanta sette. Non lo ricorda di preciso. La sua faccia è nera, più nera della media dei keniani.

Non è originaria di Nairobi, c’è arrivata per vie traverse e perché era allo sbando. I suoi genitori sono scomparsi non si sa dove e lei non lo ricorda. Dice di venire da un piccolo paesino a nord di Nairobi chiamato Thika, a circa un’ora di macchina. Ha preso un passaggio finita l’estate su un camion che trasportava limoni e ha iniziato a lavorare come ragazza delle pulizia in un ristorante dalle parti di Lavinghton. La pagavano cento trenta scellini al giorno e il primo periodo ha dormito in una pensione distante duecento metri dalla macelleria Neghbores Choice Butchery.

La stanza in cui dormiva era larga quindici metri quadri. Non era una stanza di un hotel occidentale: le pareti in lamiera, il tetto poggiato su travi di acacia e fatto di alluminio scadente. Nel periodo delle piogge è uno di quei posti che si allaga dopo pochi minuti; nel periodo di agosto e settembre è uno di quei posti in cui fa molto freddo.

Nei primi di settembre, nel mercato di Kawangwale, mentre cercava di comprare un casco di banane a dieci scellini, gli si è avvicinata una signora che l’ha riconosciuta e l’ha abbracciata. La donna era grassa e con una faccia gonfia.

“Sono tua zia Miriam Omondi, ti ricordi di me? Non puoi ricordarti, eri troppo piccola. Sono la sorella di tua madre”.

Marcy l’ha riconosciuta, forse perché la donna assomigliava alla madre. Sono andate a casa insieme, poco distante dal mercato e hanno bevuto un paio di tazze di te, mentre la zia le faceva vedere l’album fotografico. Marcy deve essersi messa a piangere guardando le foto dei suoi, ma non lo ricorda.

“Che lavoro fai qui nella città?”, gli ha chiesto la zia.

“Faccio le pulizie nel ristorante Free Food”.

“Hai un posto dove dormire?”.

“Dormo in una pensione, ma non ci sto bene. È pieno di prostitute e ho paura che mi attacchino qualche malattia”.

“È un guaio dormire con le prostitute. Ti prenderai senz’altro qualcosa”.

“Non so dove andare”.

La zia deve averla guardata con aria piena di compassione e deve avergli versato un’ altra tazza di tè. Dopo il tè gli ha preparato una scodella di sukuma e gli ha dato un piatto di polenta di mais avanzata dal pranzo.

Lei era affamata e ha mangiato con ingordigia, spingendo nella bocca quanta più roba possibile, prima di addormentarsi.

All’alba si sveglia di colpo e un grosso uomo è al suo fianco. Deve averla svegliata mentre si sdraiava, ma ora l’uomo dorme. Ha il corpo lungo e ha la faccia pulita, deve avere pochi più anni di lei. Il ragazzo ronfa buttando fuori l’aria con la bocca e Marcy si guarda intorno e riconosce il piccolo salotto dove ha cenato. Si accorge di essersi addormentata senza volerlo prima del tramonto. È sdraiata su un letto a una piazza e mezzo e il ragazzo le sta molto vicino. Marcy osserva il suo vestito, una camicia a scacchi rossa e dei pantaloni infangati. Sembra un blocco di marmo per quanto è profondo il suo sonno. Marcy lo fissa finchè l’uomo non apre gli occhi e le sorride.

Steven è sotto di trecento scellini e la cosa non gli va giù. Continua a fissare gli altri tre che gli sono davanti e poi guarda ancora le carte.

“Che fai ci vieni?”, chiede Alex.

“Certo che ci vengo”, gli risponde.

“E allora metti i soldi”.

“Ecco i tuoi maledetti soldi”.

Cambia le carte e le fa scorrere una per una e si accorge che gli stanno tremando le mani.

“Quel fesso quanto ci mette con quei fusti?”, chiede Alex.

“Ci mette il tempo che ci vuole, non ti distrarre”, dice James Wanjiku.

“Dici a me di non distrarmi. Guardami in faccia quando me lo dici e poi guarda i soldi che hai sul tavolo”.

Steven ricontrolla le carte e guarda i due otto, un jack, una donna di cuori e un re.

“Dai amico”.

“Tocca a te”.

“Io dico cento”, dice Alex.

“Hai rotto il cazzo di puntare forte”.

La faccia di Alex diventa seria, poggia le carte sul tavolo e lascia cadere un braccio dietro il poggia schiena della sedia come per stirarsi, poi con velocità colpisce alla sua sinistra la testa di James Wanjiku.

“Sei un maledetto bastardo”.

“Che ti sta togliendo tutti i soldi”, gli risponde Alex.

La stanza è illuminata da due lampade a petrolio e i tre sono attorno a un tavolino di legno, seduti su quattro sedie. La luce delle lampade si riflette sulla lamiera dei muri i centinaia di riflessi.

“Coraggio, fatemi vedere come state messi”, dice Alex.

James si accende una sigaretta, dà un lungo tiro e controlla le carte. Le facce degli altri tre sono serie. Poggia la mano libera sui pantaloni, si asciuga i palmi dal sudore e riprende in mano le carte. Il punto che ha è basso.

“Potremmo far giocare il tonto”, dice Steven.

Gli altri rimangono immobili fissando le carte.

“Devo rientrare di un po’ di soldi e lui è quello giusto”, aggiunge Steven.

“Se quello viene gli togliamo anche le mutande”, dice James Wanjiku mostrando la dentatura che piano piano sta scomparendo divorata da qualche malattia.

“Non parlate troppo e fatemi vedere quei punti che avete in mano”, dice Alex.

In quel momento la porta della baracca si apre e un uomo di spalle, alto e magro, entra arrancando.

“Fa un freddo boia stasera”, dice l’uomo.

L’uomo trascina un fusto di metallo pesante, lo tiene per le maniglie e un po’ lo fa rotolare e un po’ lo fa scorrere sul cemento della baracca. La sua faccia spunta fuori dal colletto della camicia come il collo di una cicogna.

Dopo essere arrivato vicino a un altro fusto ci poggia vicino quello che tiene in mano e ci si siede sopra. Fa un sospiro che gli svuota i polmoni e da una delle tasche dei suoi jeans tira fuori un fazzoletto e si soffia il naso.

“Fa proprio un freddo cane, stasera”, ridice l’uomo.

“Che cazzo vi siete imbambolati, che avete per le mani?”, chiede Alex.

L’uomo riprende fiato, poi si alza va verso la porta e la chiude. Steven lo guarda, poi prende la banconota da cento e la mette nel mezzo del tavolo sopra altri soldi.

“Vedo”, dice Steven.

“Anche io”, dice James.

“Io non ho un cazzo”, aggiunge James Wanjiku.

“Nemmeno io”, dice Steven mostrando il punto.

“Allora vi faccio secchi un’altra volta”, Alex mette giù le carte e scopre il tris di donne.

“Mica male come serata”, dice Alex.

“Tonto dammi una sigaretta”, chiede James guardando l’uomo che è tornato a poggiarsi sul fusto e si sta pulendo le mani con il fazzoletto.

“Non chiamarmi tonto e prenditela da solo la cazzo di sigaretta”.

“Si ribella”, dice James Wanjiku.

Alex prende i pezzi da cento e da cinquanta, li piega e se li mette a cavallo dell’anulare e inizia a contarli.

“Tonto allora ti va di unirti a noi?”, chiede James Wanjiku allungando un braccio verso il pacchetto di sigarette.

“Non ho problemi a unirmi a voi, non mi faccio nessun problema, so che posso andare bene”, dice l’uomo.

“L’hai sentito. Sembra pronto”, dice Steven che guarda l’altro contare i soldi con avidità.

“Allora sei pronto a perdere anche le mutande?”, chiede James Wanjiku.

L’uomo è in piedi alle sue spalle e li fissa muovendo nelle mani il fazzoletto di cotone.

“Secondo me te la stai facendo sotto, tonto”, dice James Wanjiku.

“Falla finita di chiamarmi così. Ho portato due fusti di gasolio e alle dieci di sera, poteva vedermi qualcuno, invece è andata liscia”.

“Che vuoi che ti dicevano per due fusti di gasolio?”, chiede James.

“Non li potevo giustificare. Che gli dicevo, mi servono per la macchina?”.

“Tu dici? Potevi dirgli che sei ritardato e che devono lasciarti andare per forza”.

“Ti prendo a calci nel culo se non la fai finita”.

“Ma lo sai dov’è il culo? Dico lo sai riconoscere. Per me ad esempio è difficile, in un corpo grande come il tuo, ma forse è quella cosa che hai avvitata al collo”.

“Coraggio alzati così ti prendo sul serio a calci in culo”.

“Ma sei sicuro di sapere dov’è, voglio dire, se mi prendi a calci sull’uccello perché non sai dov’è il culo, dobbiamo parlarne un attimo”.

Alex finisce di contare i soldi, tira su una gamba e poggia il piede su una delle sedie, tira giù il calzino e ci infila il rotolo di banconote. Poi rimette giù il piede e fa all’uomo in piedi:

“Allora Kevin te lo insegno io come si fa a prendere a calci in culo uno come James”.

Alex afferra alle spalle Kavin e lo mette piegato a novanta gradi.

“Ecco devi mettere uno in questa posizione. Proprio questa, né più, né meno, poi mette il tuo piede più potente di piatto e lo prendi dove finisce la schiena le gambe”.

Alex è più veloce di Kavin e lo centra in pieno sulle natiche, l’uomo fa un salto di pochi centimetri e emette un gemito.

“È facile Kavin, devi fare un po’ di pratica, ma è facile. Ti ho insegnato un bel trucchetto. Non mi devi ringraziare. Allora a chi tocca dare le carte”.

Lo slum di Kawangwale è distante dieci minuti a piedi dalla macelleria Neghbores Choice Butchery. Lo taglia una grande strada principale senza nome che arriva ai piedi della collina nord. Ci sono altre dieci strade che si intersecano a questa e tutte non hanno nome.

Nello slum di Kawangwale ci vivono circa duemila persone, in baracche fatte di lamiera e fango, edificate sopra un terreno cosparso di immondizia che col tempo si è stratificata. Quando vengono fatti i fori nel terreno per piantare i tronchi di acacia che faranno da impalcatura alle nuove case, si scava nei rifiuti e i pali stessi si reggono in piedi grazie alla compressione dei rifiuti.

Sulla via principale che non ha nome ci sono tutti i servizi di cui un quartiere ha bisogno. C’è l’Upendo Saloon dove per cento scellini le donne possono farsi stirare i capelli; c’è Lisa Mini shop dove su due ripiani coperti di terra rossa si trovano i sacchi di riso e di farina di mais; c’è Fair Pirce, un posto gestito da un uomo a cui è stato cavato un occhio in una rissa e in cui si possono acquistare prodotti di ogni tipo, dal lucido per le scarpe alle chips di banane.

L’ultimo posto prima della collina nord è Forniture Island, una baracca larga trenta metri quadri in cui sono esposti scheletri di mobili. I falegnami lavorano fuori, all’aria aperta e intagliano i tronchi e le tavole fino alle otto di sera, poi si chiude tutto, si spengono le luci e lo slum, coi suoi tetti in lamiera, sembra davvero lo specchio di un lago.

Le famiglie vivono in compound, agglomerati di tre quattro baracche circondati da palizzate e filo spinato. Chi è fortunato all’interno del compound ha alcune bestie che durante il giorno pascolano indisturbate nell’immondizia del terreno insieme a qualche pastore mal ridotto.

Ci sono circa sei compound alla fine della strada principale senza nome, prima della salita della collina nord. In sei compound ci vivono più o meno cento persone. Nessuna di loro ha sentito niente la sera in cui Kevin ha portato i due fusti di gasolio dentro la baracca accanto al Neghbores Choice Butchery, ma doveva essere stato molto tardi.

Marcy ha continuato a lavorare al Free Fod restaurant fino alla sera in cui Kevin ha portato dentro la baracca i due fusti da venti litri di gasolio, regalandoli ad Alex per una scommessa persa due settimane prima.

Ogni giorno, compresa la domenica, staccava alle sette e mezza e ogni sera e per tornare a casa Marcy doveva prendere o il matatu tre o il cento sei. Percorrono un tratto della James Kichuro e poi prendono la ‘Ngong rd fino a Naivasha rd, la fermata è davanti al mercato.

Marcy ricorda molto bene lo zio, ogni sera seduto davanti alla radio, con gli occhi bianchi che fissa il vuoto. L’aspettava davanti alla porta d’ingresso e le chiedeva come era andata la giornata. Era appassionato di un programma sul calcio keniano. Ogni cinque minuti muovendo le braccia come un ceco, prendeva la radio e gli dava la carica girando la manovella, poi tornava a fissare un angolo vuoto della baracca.

Marcy ricorda gli occhi bianchi e liquidi, incavati nella pelle nera e il suo sorriso.

Sua zia Mildred le preparava una bacinella di acqua per pulirsi e poi l’aspettava in cucina, vicino al marito. Insieme dicevano la preghiera della cena e mangiavano seduti sul divano. Il cibo caldo la rimetteva al mondo e i discorsi della zia la rilassavano. Delle volte lo zio pescava il cibo dal tavolo e Marcy doveva indirizzarlo nella giusta direzione.

“Vorrei aspettare Kevin, ma fa sempre tardi con questo nuovo lavoro”, diceva spesso zia Mildred fissando l’orologio inchiodato su uno dei travi di acacia.

Per Marcy era un sollievo non dover aspettare il cugino, perché lo sentiva rientrare e sdraiarsi accanto a lei tardi la notte.

“Sai ha trovato un lavoro che lo tiene parecchio in giro. Ha anche la macchina ora, una vecchia macchina, deve fare delle consegne in tutta la città e io e suo padre siamo molto fieri di lui”, diceva la zia fissando il marito che rideva del programma sportivo fissando il vuoto.

Un giorno dei primi di ottobre Marcy deve avere comunicato alla zia che fino a natale il Free Fod sarebbe rimasto aperto anche la sera fino alle ore dieci. La zia deve averle detto qualcosa di questo tipo: “È pericoloso tornare per quell’ora, c’è un sacco di gentaccia in giro. Però se non ne puoi fare a meno. Promettimi che starai attenta”.

Marcy deve avere pensato che non avrebbe mai fatto niente per deluderla.

James Wanjiku lavora al mercato di Kawangware e trasporta pannocchie per tre commercianti della zona. Ha un piccolo carretto fatto di tubi di ferro saldati assieme e due ruote rimediate da un vecchio fuori strada. Sul battistrada delle ruote è ancora leggibile Bridgstone.

Due volte al giorno trasposta sacchi di pannocchie lungo Naivasha rd. Spinge il carretto chinato in avanti e molto spesso per noia parla da solo. Ogni dieci minuti si deve fermare per riprendere fiato.

Le pannocchie arrivano da fuori città e un vecchio camion Isuzo le trasporta in uno slargo dalle parti di Lavinghton dove vengono a comprarle i grossisti della zona.

Il primo banco che rifornisce è gestito da una signora magra e alta che porta sempre un cappellino per tenersi i capelli stirati. Lei non lo guarda mai in faccia, conta i sacchi che ha portato, ci guarda dentro e assaggia i chicchi di qualche pannocchia a campione per essere sicura di quello che compra. James rimane chino a guardarla nelle operazioni, come se sulle spalle avesse una scimmia pesante. Non dice una parola, finchè non dice il prezzo della sua merce e quando l’affare è concluso se ne rivà per la sua strada.

Ha preso l’aids due anni fa e la malattia gli ha cambiato la faccia. Non dimostra trentadue anni, ma settanta e da un occhio non vede più da parecchi mesi.

La sera in cui Kevin ha portato i fusti dentro la baracca dove stavano giocando a poker doveva sentirsi bene con due aspirine nello stomaco, che gli erano state regalate da un’associazione cattolica.

Era lì per cercare di scroccare la cena, ma uno dei padri l’aveva allontanato, perché l’ultima volta aveva litigato con un altro uomo per una storia di soldi. Lungo la strada padre Mwangi l’aveva visto ridotto male e per alleviargli qualche pena gli aveva dato le due pasticche da trecento milligrammi.

James deve avere cenato in qualche altro posto, probabilmente a casa di Alex, mentre cercavano di mettere in piedi qualche affare. Poi dentro la baracca accanto al Neghbores Choice Butchery aveva cercato di superare la serata bevendo Janga, un liquore fatto unendo li avanzi di vari liquori e mettendoli a fermentare con la frutta sfatta e metanolo.

L’inizio doveva essere stato con le bottiglie di janga da svuotare che dovevano essere da qualche parte nella baracca. Poi aveva chiamato Kevin dicendo che era pronto a saldare il debito e che stava in coda dal benzinaio per riempire i fusti di gasolio.

James deve aver riso di quella situazione. Non ci credeva che il tonto in qualche modo sapesse pagare i debiti.

Padre Mwangi gestisce la chiesa Maria immacolata a Kawangware. La chiesa è una costruzione fatiscente fatta in lamiera e muratura, costruita dieci anni fa con l’aiuto di fondi europei. Si trova su una piccola via che parte da Naivasha rd e che si collega a una delle tante vie che portano al mercato.

I muri della chiesa sono stati dipinti con alcune illustrazioni del vangelo che da poco sono state rinfrescate. Dietro la chiesa c’era un campo di pallone che ora e coperto dai rifiuti, si vedono solo le traverse delle porte spuntare fuori.

Padre Mwangi è un uomo grassottello dalla faccia simpatica. Mi aspetta sotto uno dei portici della chiesa e lo trovo seduto con una bottiglietta di Fanta tra le mani che fissa la via davanti alla chiesa. Mi fa accomodare davanti a lui e manda un ragazzino della parrocchia a comprarmi da bere.

“Fa un caldo del demonio oggi”, mi dice.

“Già”, gli rispondo.

“Devi bere molto quando fa caldo come oggi o il sole ti stacca la testa dalle spalle”.

Accanto a padre Mwangi c’è un uomo che ascolta la radio. Sembra assorto nei suoi pensieri e la sua faccia è come addormentata, poi ogni tanto sbotta a ridere, sembra una risata nervosa.

“Non ci fare caso. È matto”, mi dice padre Mwangi.

Davanti al portico della chiesa la via è piena di polvere, che si alza portata dal vento e copre la facciata delle altre case, sembriamo tagliati fuori dal mondo.

“Te l’ho detto per telefono quello che avevo da dirti, si è presentato qui verso le tre di notte. Ha fatto un chiasso infernale. Io di solito non esco quando sento casini qui fuori. Ma lui aveva esagerato, così sono uscito, con un bastone in mano si intende, perché un paio di volte mi hanno fregato. L’ho trovato sotto la pioggia, perché pioveva a dirotto quella notte. L’ho trovato sotto la pioggia che piangeva e annaspava nel fango”.

“James Wanjiku”.

“Il nostro James Wanjiku. Sembrava che gli fosse preso un attacco. Con quella malattia ogni tanto gli prendono questi attacchi, inizia a piangere e a tremare, poi sviene”.

“E tu cosa hai fatto?”.

“L’ho portato dentro e l’ho fatto sedere sulla panca. Gli ho dato un bicchiere d’acqua e lui l’ha tracannato. Piangeva e blaterava. Gli ho messo la mano sulla fronte, ma non scottava più del solito, così mi sono fatto spiegare che era successo”.

“E lui?”.

“Ha iniziato parlando delle pannocchie che doveva vendere l’indomani, poi mi ha chiesto di confessarlo e di pulirgli l’anima”.

“Ha detto proprio così?”.

“Sì, una roba del genere. Così gli ho detto che non era orario e che se non aveva fatto qualcosa di grave doveva andarsene a dormire”.

“E lui?”.

“Blaterava di una bellissima partita a carte che aveva fatto in cui erano riusciti a barare, lui e Alex Samaki. Poi è stato un po’ in silenzio e mi ha chiesto a che ora poteva passare per la confessione. Io gliel’ho detta e lui è rimasto in silenzio. Ho visto che stava senza scarpe, così gli ho messo ai piedi un paio di ciabatte che usano i ragazzi e da allora è sparito”.

Il vento arriva sotto il portico e dobbiamo coprirci per non essere accecati dalla polvere. Il ragazzino con la Fanta spunta fuori dal marrone dell’aria e mi dà la bottiglietta e mi chiede se può tenersi il resto. L’altro uomo, il matto seduto accanto a padre Mwangi, riprende a ridere, sembra che la tempesta di polvere lo rende felice.

Kavin doveva avere in mano un punto abbastanza buono. Non ci teneva a mollare il tavolo senza essere rientrato dei soldi persi nei giorni passati e deve avere fatto finta di avere le tasche piene fino all’ultima mano.

James si è ritirato e si è messo in disparte a guardare la partita e a bere.

Steven ha appena alzato la posta in gioco puntando forte, trecento scellini per vedere il suo punto.

Non si sente volare una mosca intorno al tavolo, le tre facce sono incassate nelle spalle e fissano le carte che hanno in mano come tre uccelli del diavolo.

“Io rilancio di altre cento”, dice Alex fissando James dietro al tavolo.

“Cazzo quattrocento per giocare”, dice Steven.

“Allora ci state?”, chiede Alex.

Steven alza la testa e guarda in faccia Kevin che non ricambia lo sguardo.

“Io ci vengo”, dice Steven sicuro del suo punto.

“Bravo così adesso ti tolgo anche le mutande. Bravo. Hai fatto proprio bene a venirci”, dice Alex.

“E tu tonto che fai?”, chiede James Wanjiku. Doveva essere sbronzo da un pezzo.

Kevin si alza e guarda alle sue spalle e punta un braccio contro di quello.

“Non mi devi chiamare tonto hai capito figlio di puttana?”.

“Perché altrimenti che fai…che fai piscia sotto?”, gli chiede James.

“State zitti. Kevin li vedi o no?”, chiede Alex.

Kevin torna a sedersi, riprende le carte e controlla il punto. Deve avere pensato che poteva farcela in quel momento e che gli altri con una puntata così alta stavano bleffando.

“Non posso coprire la puntata. Ma ci vengo”, dice Kavin.

Alex si toglie dalla bocca lo stecchino e poggia la mano sul tavolo. Deve essersi sentito un padre eterno mentre faceva quel gesto.

“Che vuoi dire? Non è un tavolo per femmine questo. Non dovevi nemmeno iniziarla questa mano se non potevi coprire una puntata del genere. Dovevi saperlo che giochiamo forte”.

Kevin rimane in silenzio fissando le carte. Alex alza lo sguardo e James da dietro gli ammicca un paio di volte e poi si mette a ridere.

“Allora, che vuoi dire che non ci arrivi a coprirlo?”, chiede Alex.

“Mi sono rimasti cento scellini. Non lo copro il punto”.

“Dobbiamo mandare a monte la mano”, dice Steven sbuffando.

“Aspetta, aspetta un attimo”, dice James e ammicca di nuovo ad Alex.

“Ok, stasera mi sento buono e possiamo fare che te li presto io. Mi li ridarai nei prossimi giorni”, deve avergli detto Alex.

Kevin deve aver pensato che si stava cacciando in brutto guaio, ma che non c’era altro modo per vincere. Deve avere controllato il punto un paio di volte prima di accettare. Doveva essere molto sicuro del bluff.

“Ecco i tuoi soldi, goditeli”, gli dice Alex gettandogli cinquecento scellini sul tavolo, proprio fra le mani.

Kevin li prende, li punta e aspetta che la fortuna giri. In pochi secondi vede i punti degli altri due. Quello di Alex batte il suo, non di molto, ma lo batte. Deve avere sentito tutta l’emozione scorrergli via da qualche buco e Alex non deve avere perso tempo:

“C’ho ripensato fratello. Perché non mi paghi stasera…li voglio subito i miei soldi. Voglio andarmeli a godere da qualche parte”, deve avergli detto.

I tre rimangono un po’ in silenzio, sulle parole del più forte di loro.

“Voglio andarmi a fare una cena esagerata da qualche parte”, devi avere aggiunto Alex.

Kevin deve avere fatto una faccia sorpresa e deve avere detto qualcosa come:

“Lo sai che non li ho con me tanti soldi”.

“Allora è un problema”, dice Alex.

“Un problema tonto. Perché non è vero, sei tonto. Lo sanno tutti in giro”, aggiunge James.

“Falla finita o ti ammazzo”.

“Il tonto ora lavora per Alex, quanto è contento di guidare la macchina”.

“Ti ho detto che ti ammazzo”.

” Ma come Kevin. Io ti tratto come un amico, ti insegno a prendere a calci nel culo quelli come James e ti presto i soldi e tu mi rispondi così?”.

“Come faccio a pagarti subito, ti ho detto pochi minuti fa che non avevo i soldi per coprire la puntata. Come faccio ad averli ora?”.

“Allora è un bel problema fratellino”, deve avergli detto Alex.

“Ti pago domani”, dice Kavin.

“È un bel problema perché i soldi li voglio stasera”.

La ventola inchiodata al soffitto si muove senza sosta dondolando come se fosse mal fissata. La donna è seduta davanti a una scrivania coperta di carte. Ha un bel viso e non smette di fissarmi. È una dei sociologi che lavora al Child Office su Naivasha rd. Si chiama Nancy e da sette anni si occupa di bambini nel quartiere di Kawangware.

“Nello slum di Kawangwale spariscono circa sei bambini al mese”.

“Più maschi o più femmine?”, gli chiedo.

“Non importa per loro è uguale, importa che siano vergini. Ieri è venuto qui un bambino di tredici anni. L’hanno violentato in una delle baracche. Si era perso nel mercato e un paio di tizi l’hanno trovato e l’hanno massacrato. Era qui ieri dove sei seduto te ora e non riusciva a sedersi”.

“Io sto tentando di ricostruire la storia di una ragazzina stuprata due mesi fa qui nello slum. Marcy Ijimere. Ma lei non si era persa”.

“Anche questo non importa. I bambini vengono venduti per sanare debiti, si perdono nei vicoli dello slum, nascono in famiglia affollate di gente fuori di testa. Noi cerchiamo di aiutare le famiglia che arrivano qui. Cerchiamo di indirizzarle per gli ospedali, di non farle pagare. Cerchiamo di fargli denunciare il fatto alla polizia, anche se non è molto utile”.

“Perché in un villaggio di duemila persone vengono violentati così tanti bambini?”.

“Credo sia un fatto culturale. Chi viene dal Kenia occidentale è convinto che fare sesso con una persona vergine purifichi il suo corpo. Molto spesso di fatti sono gente che ha l’epatite o l’aids. Sono molto convinti di purificare se stesssi violentando un minore. Pagano anche le povere famiglie per passare una notte con i loro figli”.

“Ma non parliamo di gente ricca che compra gente povera. Parliamo di gente povera che compra altra gente povera”.

“Anche questo è vero. Ma negli slum c’è il traffico di tutto ciò che è illegale, quindi queste bestie qualche soldo lo vedono e con quelli si concedono i loro vizi”.

“È vero che la polizia non inizia quasi mai le indagini?”.

“Vengono pagati anche loro. Ma la cosa più atroce è che viene pagata la famiglia della vittima per tacere. Pochi soldi per non denunciare l’accaduto. I bambini si riprendono in qualche modo e piano piano dimenticano. Ma comunque quando arrivano qui io li vedo subito. Hanno un’espressione che ho imparato a riconoscere”.

“La bambina che sto seguendo è stata rifiutata dalla famiglia, dalla zia con cui viveva”.

“Sì, non li vogliono più vedere in molti casi e finiscono in orfanotrofio. Sono convinti che il diavolo dal corpo del disgraziato che gli ha fatto del male sia passato nel corpo del ragazzino. Quindi non li rivogliono e li chiamano disgrazia. I bambini violentati si chiamano disgrazia, non hanno più la grazia e finiscono ad affollare gli orfanotrofi o le strade. Tante ragazze diventano prostitute”.

“È difficile anche indagare su certe cose, nessuno ne vuole parlare”.

“Qui il sesso è un tabu. Non se ne deve parlare. Non c’è un’educazione che supporti un discorso sul sesso. Quindi finisce tutto per essere deviato e frainteso. Però la cosa più grave è il silenzio. Qui riceviamo sei denunce per stupro a carico di ignoti al mese…siamo solo un quartiere, non uno stato. Ma Io mi chiedo quanti ce ne sono non denunciati. Questa ragazzini di cui mi parli io non l’ha ricordo, eppure le pratiche passano tutte per questo ufficio. Secondo me, nessuno ha mai denunciato quello che gli hanno fatto. Ma può darsi che l’abbiano fatto, mi passano sotto il naso tante di quelle denunce che non le ricordo”.

In una delle baracche dello slum di Kawangware vive Perry. È un uomo brutto, alto poco più di un metro e mezzo. Ha gli occhi semiaperti e quando si muove sembra un ceco che va a tentoni. Lui in realtà ci vede benissimo.

Tutte le famiglie degli slum gli hanno affidato i loro animali. Il suo lavoro da venti anni è quello del pastore. La mattina all’alba prende il piccolo gregge composto da tre vacche e una quindicina di pecore e lo porta al pascolo nella collina nord.

Lasciano la via principale che è ancora notte e salgono dietro i sei compound che chiudono lo slum di Kawangware ai piedi della collina.

Quella mattina una delle vacche si era piantata vicino a uno dei canali di scolo e non riusciva a tirarsi su. Il buio pesto che circondava la zona non dava modo a Perry di vedere come fosse messa. Aveva raggiunto l’animale seguendo il rumore del corpo che batteva sul terreno tentando di rimettersi in piedi.

Con la mano destra aveva sentito che la zampa sinistra gli si era incastrata in qualche trappola, in qualche aggeggio metallico. Perry aveva provato a vederci qualcosa con un piccolo accendino, ma la vacca si muoveva troppo e l’aveva urtato più volte fino a fargli cadere l’accendino dalle mani. Lui aveva annaspato nel fango per circa dieci minuti, poi aveva perso la pazienza e aveva messo le mani direttamente sulla zampa dell’animale. La vacca si era iniziata ad agitare e con la testa gli dava dei colpi sul petto per allontanarlo.

Perry aveva capito che era ferita.

Il gregge intanto si era sistemato in alto sul pascolo, ma ogni tanto sentiva l’urlo di qualche bestia e qualche sagoma nera venire giù per la collina. Aveva piovuto tutta la notte, un vero temporale che aveva reso il terreno della collina nord un pantano.

Perry continuava a togliersi le zanzare dal collo e a cercare di capire che diavolo era successo a quello stupido animale. La vacca respirava a fatica e non si muoveva dalla posizione rannicchiata in cui era finita. L’uomo l’aveva presa a calci sulle magre ossa delle anche e la vacca aveva tentato di alzarsi, ma era caracollata nel fango gemendo.

Il sole stava sorgendo e si iniziava a vedere la sagoma dell’animale e qualche oggetto sommerso nel terreno fangoso. Si rimise con le mani sulla zampa incastrata, ma l’animale era spaventato e muoveva la testa cercando di morderlo.

Perry aveva lasciato perdere e si era chinato a cercare di nuovo l’accendino che aveva perso e dopo un quarto d’ora lo ritrovò e si mise a una certa distanza dall’animale a cercare di capire dove diavolo avesse infilato la zampa anteriore.

Alla luce della piccola fiamma vide un pezzo di ferro arrugginito che spuntava dal terreno. Aveva la forma quadrata, una cornice di ferro coperta da una guarnizione di plastica mal ridotta. La zampa della vacca era dentro quella trappola.

Perry si mise a tirargliela fuori, mentre l’animale gemeva dal dolore e alla fine l’aveva liberata. La vacca zoppicando si era riunita al gruppo, scuotendo la testa innervosita.

L’uomo aveva studiato la figura metallica a terra e aveva riconosciuto lo sportello di una macchina che sporgeva dal terreno come una lapide. Poi aveva alzato lo sguardo e si era concentrato si quelle sagome nere che gemendo scivolavano giù per la collina come tanti fantasmi nella sua mente.

Il fango gli spezzerà le gambe, deve avere pensato Perry.

Salendo sulla collina l’uomo tentava di recuperare le pecore che venivano giù, ma mentre si stava lanciando per prenderne un’altra che si era fermata dopo uno scivolone di un paio di metri era inciampato in qualcosa.

Si era sporcato la camicia e gran parte dei pantaloni. Aveva guardato alle sue spalle, lì nel terreno dove il piede destro si era puntato, ma non si vedeva niente. A tentoni aveva fatto un paio di metri indietro fino a toccare qualcosa di morbido e compatto. Quella cosa al tocco si era fatta da parte, emettendo un gemito. Perry era convinto che una delle capre si era fratturata le zampe con quegli scivoloni e non riusciva più ad alzarsi. Gli erano saltati i nervi a quel pensiero.

Aveva tirato fuori dalla tasca sporca di fango l’accendino e alla luce della piccola fiamma mossa dal vento aveva visto un corpo rannicchiato in posizione fetale. La cassa toracica si alzava e abbassava in piccole convulsioni e era coperta di fango e resti di albero.

Perry l’aveva toccata per essere convinto che non fosse una sua capra mal ridotta con qualche sporcizia addosso, ma alla luce dell’accendino aveva visto il viso di una ragazzina.

Kevin si è diplomato alla Good Smaritan school nel duemila e uno. Aveva preso un punteggio insufficiente all’esame di fine corso, ma il padre lavorava per una piccola ditta che si chiamava Fresh Milk che aveva appena firmato un contratto per rifornire la scuole per i prossimi due anni.

Il padre di kevin era un semplice autista di camion prima che la malattia gli rovinasse gli occhi, ma era stato preso in simpatia dal capo della ditta, un tale di nome Jackson che aveva fatto promuovere Kevin con un punteggio adeguato per entrare all’università.

Kevin si era iscritto al primo anno di scienze economiche e il padre era molto fiero di lui, senza parlare di quanto lo fosse la madre Miriam. Nel tempo libero Kevin iniziò a coltivare la passione per la musica e per i locali notturni.

Lavorando come cuoco era riuscito nella primavera del duemila tre a mettere insieme abbastanza soldi per potersi comprare un mp3 usato e delle cuffie Cvc. Doveva essere una cosa che lo rendeva fiero perchè andava in giro in quel periodo sempre con le cuffie sulle orecchie.

Era entrato in un giro di amici che cercavano di fare i dj. Lui era l’ultimo arrivato e si deve essere messo a imparare il mestiere. Pare che una sera dello stesso anno abbia messo musica per più di un’ora nel locale Tuna Tree, con decenti risultati.

La madre e il padre gli avevano messo come unico obbligo quello di andare bene a scuola, ma lui non riusciva a star al passo con gli esami. Un solo esame nel semestre duemila due, e due esami nel primo semestre duemila tre. Il padre non sapeva nulla della sua passione della musica, ma più volte deve averlo sgridato, anche per sfogarsi della vista che lo stava abbandonando per via di un fungo che intacca la retina.

La grande occasione di Kevin deve essere stata nel duemila quattro quando suo cugino Samy, gli ha chiesto di sostituirlo per un’intera serata nel locale Gipsy, uno dei locali più quotati di Naiorbi. Deve essere andata bene quella serata, perché da lì sono iniziate parecchie serate ed è arrivata anche la prima ragazza.

Dorin doveva essere una prostituta redenta in cerca del ragazzo giusto. Kevin era in ascesa e lei deve avere colto la palla al balzo, giocando anche sulla sua ingenuità.

Da quella sera al Gipsy, fino al disastro di Kevin passano sei mesi. Primavera duemila tre, inverno duemila quattro.

A febbraio, dall’università arriva un foglio ai genitori di Kevin in cui il figlio veniva espulso per reddito insufficiente. Miriam deve essere saltata su tutte le furie e pare che ci sia stata una lunga litigata col preside di quella scuole, che se bene le facesse vedere i risultati scarsi degli esami, lei non capiva come potesse essere possibile.

Kevin è stato espulso dalla Univesrity of Nairobi nella primavera del duemila quattro, dopo che la madre e il padre avevano tentato con i pochi soldi da parte di ungere chiunque fosse alla loro portata.

Deve essere rimasto a casa per un paio di mesi. Nella baracca formata da quattro camere a circa un chilometro dal Neghbores Choice Butchery, prima di trovare altri lavoretti.

Per fortuna continuava ad andare bene il lavoro come dj e la storia con Dorin, anche se lei a quanto sembra avesse più uomini da cui tornare.

Non si sa il perché della litigata, ma una sera dell’estate del duemila quattro, Kavin è stato preso a calci dal padrone della discoteca Tuna Tree davanti a tutta la folla. Pare che mentre lo colpiva chiedeva ai buttafuori di non intromettersi perché quello era un suo affare. Kevin deve essere stato sbattuto fuori con violenza e dopo quella sera la vita di Kevin è cambiata.

Duemila sei lavora come benzinaio per sei mesi davanti al Chicken hinn a Westland, per circa sei mesi. Il capodanno del duemila sette lo passa a lavare i piatti in un ristorante, in cui ha lavorato fino al duemila nove, dalle parti di Nairobi down town.

Deve essergli sembrato oro colato quando Alex gli ha chiesto se voleva lavorare per lui come autista. Kevin deve avere sempre avuto la testa del sognatore, di quello che è convinto che prima o poi capiterà l’occasione. Deve avere pensato che poteva fare bei soldi con un amico come Alex, anche se Alex non l’ha mai considerato un amico.

L’altra faccia di Kevin è la voglia i coprire il suo passato e di non riconoscere gli insuccessi. La sera della partita a carte con Alex, Steven e James, deve essere stata dura mandare giù l’idea che non stava vincendo. Senza nessuna lucidità, deve avere pensato che gli altri stavano bluffando e che lo stava considerando un idiota.

Pare che questo atteggiamento sia stato alla base di parecchie vicende della sua vita, la voglia di non guardare in faccia la realtà l’ha sempre spinto oltre, in una zone dove perdeva il controllo di ogni cosa.

Le indagine sulla maggior parte degli stupri nello slum di Kawangware partono dal distretto di polizia di Naivasha rd, a circa seicento metri dal Child Office. È un posto in cui sono assegnati un trentina di poliziotti, con in dotazione un solo fuori strada.

Vengo ricevuto da un uomo basso e tarchiato, che ha la divisa sporca di sugo. Mi è stato indicato come il maggiore esperto nei casi di bambini smarriti e di stupri avvenuti nello slum di Kawangware.

“La tua amica si fa vedere spesso qui per la storia di Marcy”, mi dice dopo avere firmato quattro carte stropicciate.

“Lo so. Ci tiene a lei. Vorrebbe che fosse fatto qualcosa”.

“Di persone come lei ne entrano ogni giorni tre o quattro. Sì delle volte anche quattro, pronte a denunciare quello stupro e a giurare che sanno chi è stato. Io le ascolto, prendo nota della loro deposizione. Ma non posso fare altro”.

“Perché ci sono così tanti stupri nello slum di Kawangware?”.

“È difficile dirlo con precisione. La prima causa è l’alcol e la droga. I bambini iniziano con la colla a dieci anni, poi passano al Janga a quattordici. Chi si può permettere altro continua la sua carriera. Chi è povero, come tutti loro, si ferma al Janga”.

“È vero che nello slum di Kawangware vive una forte comunità che viene dal Kenya occidentale e che queste comunità sono convinte che fare sesso con una ragazzina vergine gli purifichi il corpo?”.

“Sai che novità. Non è solo per le persone del Kenya occidentale. Secondo me avviene in tutta l’africa questa cosa. Non si può ragionare in questi termini è un usanza comune”.

“Ma allora perché in un piccolo slum come quello di Kawangware avvengono tanti stupri?”.

“È gente che beve, che non ha studiato. Che è violenta per nascita, che non conosce altro modo per comunicare. Solo quello degli affari e della violenza. Negli altri slum i numeri sono gli stessi. Anche peggiori”.

“Che indagini state facendo su Marcy?”.

“Quelle che facciamo su tutti i bambini violentati. Abbiamo il referto del medico che dice che c’è stata una violenza sessuale. Abbiamo interrogato il cugino, Kevin Omondi, ma dice di non sapere niente e io gli credo. Quel ragazzo è un bravo ragazzo, ha solo la testa per aria, ma non lo vedo a fare quello che la tua amica denuncia”.

L’uomo si china sulla sedia e si accende una sigaretta. Deve avere fatto colazione da poco, perché ha la faccia soddisfatta. Sulla targhetta leggo il suo nome.

“Cosa dice la zia di Marcy, la signora Miriam Omondi?”, gli chiedo.

“Quella donna ha già avuto troppi guai nella sua vita. Con il marito che non può lavorare. Non l’abbiamo sentita. Non ce n’era bisogno. Già sentendo Kevin e il pastore che l’ha ritrovata, abbiamo fatto tanto per la tua amica che viene qui a darci fastidio. Glielo leggo negli occhi, quella è una che non si fida di noi, della nostra professionalità. Noi abbiamo un metodo da seguire che cosa crede e sta dando i suoi risultati”.

“Cioè?”.

“La ragazza viveva fino a un mese fa nel Hotel Mamy Lost, in Kibiria rd. Chissà che incontri avrà fatto lì dentro. Quel posto è un bordello a celo aperto. La signora Omondi deve avere visto qualcosa e l’ha cacciata via di casa. Io anche avrei fatto lo stesso. Non si tradisce chi cerca di aiutarti”.

“Il pastore cosa ha detto?”.

“Che era piovuto tanto quella sera. Che le pecore venivano giù dalla collina come se fossero su uno scivolo. Che era convinto di avere trovano una sua pecora con le zampe spaccate quando ha trovato Marcy”.

“Quanti casi per stupro vengono risolti in questo distretto?”.

“Il numero non è male. Diciamo un sessanta per cento. Ma molte persone ritirano le denunce alla fine. Si accorgono che la situazione era diversa da quello che avevano ipotizzato. Molto spesso i bambini finiscono in questi giri perché si drogano e non possono pagare i debiti”.

“Quante denunce vengono ritirate?”.

“Sono abbastanza. Su cinque tre vengono ritirate nel giro di pochi mesi. Sì ma non ci devi vedere nessun complotto dietro a tutto questo. Le cose vanno così. Se una persona si pente e torna sulla sua via allora noi possiamo fare qualcosa. Ma se, come nel caso di questa Marcy, non succede tutto questo, be’ il giro è grosso. Prostituzione, droga, alcol. Si accomodi e si metta lei a fare delle indagini in un campo così vasto. Qualche bambino che non c’entra niente ci finisce per sbaglio dentro Kawangware e allora noi ricostruiamo com’è andata e cerchiamo di prendere chi è stato. La maggior parte però, ci finiscono perché sono predestinati. Cominciano con la droga, rubando o prostituendosi e quello è un giro talmente enorme che non si può smantellare”.

“Cosa ne pensa della storia che sta circolando?”.

“Una partita a carte e pagano il debito con una ragazzina? Sì sono cose che succedono da queste parti e inutile scandalizzarsi. Ma non ci vedo il nostro Kavin a fare questo. È un ragazzo che ha studiato e non frequenta certi giri. Certe cose le trovi solo negli slum, fatti dai disperati che vivono lì dentro. Qui su non c’è gente in grado di arrivare a tanto”.

Joy versa ancora del tè nella tazza di Stevenson, il suo sguardo è severo e pieno di odio in questo momento. Ha una faccia allungata e coperta di rughe che non fanno capire la sua reale età. Indossa un vestito viola che le copre il collo fino al mento.

Stevenson la guarda e prende un sorso dalla tazza. L’espressione della sua faccia è attenta e ingenua, deve sentire tutta la distanza nei discorsi della sua vecchia maestra.

“Non pregherò per loro. Si sono già conquistati l’abisso su questa terra e nessuna anima può venire fuori da lì dentro. Quando ero giovane come te, ci credevo che potevano farcela. Ma non voglio pregare per loro. Il signore non deve avere orecchie per questi diavoli”, dice Joy.

“Questa settimana il pastore Paul ha detto che se il diavolo scorre in mezzo a noi è solo perché abbiamo bisogno di ricordarci che esiste il signore”.

“Erano in quattro e Kavin era armato quando è andato a prenderla alla fermata dell’autobus. Gli ha messo un coltello tra le costole e le sorrideva. Non ricorda cosa le ha detto, ma l’ha portata dentro la baracca accanto al Neghbores Choice Butchery e gli hanno fatto bere a forza tante di quelle schifezze. Ma ringrazio Dio che le ha bevute, perché adesso non ricorda quasi niente”.

Stevenson è sempre il ragazzo che era nel orfanotrofio. È alto più della media e ha gli occhi grandi coperti appena da dalle palpebre. Col tempo sul suo viso si sono disegnati i baffi e un accenno di barba. Durante le vacanze estive di dicembre viene spesso a trovare la sua vecchia insegnante Joy, che lavora al Martyrium Orphanage. Lei non ricorda l’insegnate che lui ha conosciuto sui banchi di scuola quindici anni fa.

“Non sono mai partiti dal fatto che potesse essere armato e averla trascinata nel mezzo dello slum con la forza. Massacrandola di botte. Non hanno mai pensato che Kevin potesse spaccare la faccia a una ragazzina. Per certa gente è troppo pensare certe cose. La loro testa fa un passo indietro appena sente la profondità del pozzo. Tu li hai chiamati vigliacchi, forse è un termine che una volta andava bene, ma questi qui di oggi non so più come chiamarli”.

Joy fa un sospiro e si tocca la pancia, con una mano spinge in dentro lo stomaco. Qualcosa le fa male, poi continua:

“Invece quei quattro dovevano avere bevuto, o forse erano sobri. Non mi interessa. Alla fine certe scappatoie il diavolo le ha create solo per mandare giù meglio lo schifo. Come in una cena in cui non ti piace quello che stai mangiando e per ingoiarlo bevi un sacco di acqua”.

“Se erano sbronzi vuol dire che si rendono conto di quello che fanno e cercano solo di dimenticarlo”, dice Stevenson.

“Bevono perché non hanno nessun sentimento per ricordare le loro azioni, così le lasciano al bando, qualcosa di peggiore dell’ istinto. Hanno iniziato già dentro il locale accanto al Neghbores Choice Butchery. Avranno tentato di farla stare zitta, ma qualche urlo deve essergli scappato e loro hanno continuato. Non hanno dovuto combattere contro niente, era già tutto predisposto in questo mondo e loro hanno solo deciso di andarci incontro. Una loro scelta e io non riesco a provare niente per questi uomini”.

“Perché pensi che sia Kevin?”.

“È l’unico che ha studiato tra quegli animali. L’unico. Hai mai visto Alex Samaki , sembra un idiota con la bava alla bocca. Non ci credo che è il capo della combriccola. Kavin sa il fatto suo, ha studiato e ha fatto centinaia di lavori. Poi la sua famiglia viene dal Nord del Kenya giusto, da Thika. A un’ora di macchina da qui. Si voleva purificare l’animale. Me l’ha detto lei, lui le teneva la testa di sbieco in modo che il collo fosse tutto allungato, come quello di una gallina prima che gli viene torto. Lui la guardava negli occhi e le chiedeva se gli piaceva”.

“Da cosa si voleva purificare?”.

“Tu non l’ho vedi mai. La mattina quando vengo qui, lo incontro spesso mentre carica quella piccola macchinetta con cui fa affari. È da un paio di mesi che gli vengono in alternanza della macchie più scure sulla pelle. Non si vedono bene, vista la nostra pelle, ma c’ho fatto caso. Allora mi sono ricordata che era stato un bel po’ di tempo con una prostituta di nome Dorin”.

“Dorin Mwangi”.

“Le teneva il collo e la faccia schiacciati sul tavolo e rideva, rideva di piacere. Nessuno, nelle case lì accanto ha sentito niente. Non l’hanno picchiata in una delle baracche nello slum, ma sopra, in una via in cui vivono tanti miei amici e conoscenti. Quando è arrivata nello slum doveva essere svenuta o qualcosa di simile. Gli sono montati sopra a turno, gemendo come maiali e mentre facevano questo, erano veloci nel passarsi il coltello a turno. Chi le stava sopra le teneva la testa e la montava. Senza che ne sapessero qualcosa, l’hanno marchiata. Anche lei è un animale ora”.

“Per noi non lo è”.

“Per noi. Non metterci compassione o misericordia Sevenson, perché non c’è in questa storia. Se quella ragazzina si rimetterà in piedi e imparerà un mestiere come si deve sarà solo opera del signore, non di certo nostra”.

“Comunque col tempo vedrai che qualcuno si farà vivo, qualcuno che ha sentito qualcosa quella notte”.

“Contaci che verrà fuori qualcuno. È sicuro. Ma sarà solo uno sbronzo che dà fastidio alle persone e che non regge più quello che ha sulla coscienza. Allora una sera per strada tirerà fuori tutto, proprio nel mezzo di qualche via. Ma non l’avrà fatto per quella ragazzina, ma solo perché non regge più il peso delle sue azioni”.

La macelleria Neghbores Choice Butchery è formata da un insieme di assi di legno verniciate di rosso e inchiodate fra loro una sopra l’altra. È un posto largo pochi metri quadri, coperto da un tetto semi arrugginito in cui delle volte ci piove dentro e con una vetrina che dà sulla strada.

Appesi al soffitto ci sono due ganci che scendono per pochi centimetri, attaccato a uno dei ganci c’è un quarto di vacca e sull’altro alcuni polli già spennati. L’uomo che gestisce il posto è seduto su un piccolo sgabello in uno degli angoli, legge il Nation tutte le mattine e rimane a sonnecchiare per il resto della giornata. Ha un’aria sana e il suo corpo, nonostante la mole, è compatto.

I clienti che entrano dentro al Neghbores Choice Butchery sono persone medie che vivono nei dintorni del mercato di kawangware e vengono a prendere i loro pochi etti di muscolo per preparare lo stufato la sera. L’uomo che lo gestisce tocca per bene la coscia della vacca, la carne è rosso scuro, come se il sangue si fosse ossidato, e le mosche ci lavorano dentro cercando un posto dove deporre le uova.

Tranne quando piove la via è piena di polvere e la vetrina della macelleria ne è coperta, l’uomo deve uscire fuori ogni mattina con uno straccio e un po’ d’acqua per pulirla. Ma non appena arriva l’ora di pranzo è già sporca di nuovo. Per l’uomo non fa niente, la ritiene una missione, ogni mattina esce e la ripulisce mostrando i mal ridotti pezzi di vacca appesi ai ganci. Poi ritorna la polvere e copre tutto.

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