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Teatro – Non è una voglia X: trovare se stessi per essere felici

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"Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me...

“Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?”

Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”

 

Uno, nessuno e centomila. Secondo Pirandello l’uomo non è unico e la realtà che lo circonda non è oggettiva bensì è il ritratto del punto di vista attraverso il quale viene osservata. Nel romanzo pubblicato nel 1926, quando il protagonista passa dal considerarsi uno per tutti al realizzare finalmente che non è nessuno, poiché assume ruoli ed aspetti diversi in ciascuno degli infiniti rapporti con gli altri, egli non può che impazzire: il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, che si dissolve completamente e, giocoforza, non senza dolore.

Non è così invece per il personaggio centrale di “Non è una voglia X”, spettacolo in programmazione alla Sala Gassman del Teatro dell’Orologio, a Roma, fino al 20 dicembre.

Il testo, che ha ricevuto una segnalazione fuori concorso al premio di scrittura teatrale Fàrà Nume 2008, è stato scritto da Gerolamo Alchieri, che ne è anche regista, e da Roberto Favaroni (fra l’altro allievo in passato della Scuola Omero) ed è stato già rappresentato prima in versione ridotta al Martelive 2008 ed in seguito al Piccolo Teatro Campo d’Arte ed al Circolo degli Artisti.

Lo spettacolo, recitato da Alessandro Catalucci, Giulia Adami ed Alberto Querini, è la storia di Sara che inaspettatamente sparisce con un post-it attaccato al frigorifero, lasciando il compagno Andrea in uno stato di prostrazione profonda. L’uomo, dopo essere stato abbandonato senza alcuna spiegazione, si fa mille domande e non  riesce più ad avere un rapporto sincero e diretto con nessuno se non con  Dario, il suo fisioterapista. Ma non sa che anche Dario è implicato nella scomparsa di Sara…

L’opera, che non è un semplice triangolo, parla di sentimenti, del significato del dolore e del senso dell’amore, che dev’essere innanzitutto verso se stessi, perché, se prima di darsi non ci si accetta e non ci si piace, amare un altro diventa impossibile. Ma per volersi bene bisogna conoscersi e allora: “io chi sono?”, si chiede il protagonista, “cosa mi definisce?”. È questo il dramma universale dell’adolescente, che soffre, sbaglia, è goffo e rabbioso perché si sta costruendo. E nessuno ha mai detto che l’impresa sia facile.

Bene, quello che fa di noi quello che siamo sono i nostri desideri, innanzitutto ciò che sentiamo e vogliamo essere, a partire dal sesso cui abbiamo coscienza di appartenere. Solo cercando noi stessi, realizzando la nostra identità, possiamo aspirare ad essere felici. Perché l’importante non è chi ci attrae né come ci vedono e preferirebbero gli occhi del mondo: l’essenziale muove da chi ci piace essere. Alla faccia della frantumazione dell’io.

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