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La fiction – Eccezione, eccesso, eccezionalità: il caso 24

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È uscito nelle librerie «L’âge d’or della fiction televisiva contemporanea: il caso 24», scritto da Francesca Negri, dottoranda di ricerca in Studi teatrali e cinematografici presso l’Università...

È uscito nelle librerie «L’âge d’or della fiction televisiva contemporanea: il caso 24»,  scritto da Francesca Negri, dottoranda di ricerca in Studi teatrali e cinematografici presso l’Università degli Studi di Bologna.

Il volume indaga i motivi della popolarità delle serie televisive statunitensi, eleggendo 24 a caso emblematico. Secondo l’autrice negli ultimi decenni i palinsesti televisivi, italiani quanto esteri, sono stati completamente invasi da un numero considerevole di fiction seriali, in maggioranza di provenienza statunitense. Serie come Lost, House o Desperate Housewives hanno riscontrato un eccezionale successo di pubblico e di critica, dando vita a fenomeni di culto diffusi a livello internazionale. Il motivo di tale consenso è da imputarsi alla lunga tradizione di eccellenza che gli Stati Uniti possiedono nelle forme del racconto popolare, in grado di intercettare, rielaborando in forme e contenuti ogni volta diversi, lo «spirito del proprio tempo». Nello specifico, il saggio si focalizza sulla serie 24 da considerare ed esaminare sulla base di tre elementi: l’importanza rivestita, a partire dalla sigla, dell’esibizione costante delle nuove tecnologie; il ruolo della violenza e della tortura, anch’esse mostrate ma soprattutto giustificate  da vicende proprie di un mondo certo funzionale ma comunque molto vicino a quello “reale”; e sulla figura del protagonista, l’agente federale Jack Bauer, in cui si iscrivono molteplici caratteristiche sia di gender che di genre che fanno di questa serie un particolare tipo di techno soap (McPherson 2007).

Il nome della serie, nello specifico, sta ad indicare le ventiquattro ore che costituiscono il tempo coperto da ogni stagione. A livello teorico gli eventi avvengono in tempo reale con un orologio digitale che ci comunica dell’ora in cui si conclude l’azione prima della pausa e di quella in cui si ritorna a vivere e condividere le vicende che, nel frattempo, hanno continuato il loro corso. Nel volume, poi, la serie 24 viene presa in esame sia per la specificità delle forme di rappresentazione a cui ricorre, che per la qualità dell’intreccio narrativo, sua prerogativa peculiare.

Ad esempio, nel primo caso, la rappresentazione che ci viene offerta in maggior misura riguarda ciò che si muove dietro le quinte, ciò che rimane segreto e nascosto. Così come il rapporto con i media e la manipolazione delle notizie sono tra le isotopie tematiche e figurative ricorrenti nella serie. Guardandola noi siamo consapevoli e ci aspettiamo che una qualche forma di violenza brutale accada ed è questa consapevolezza è proprio parte della nostra competenza di spettatori modello. Proprio la violenza in 24 è costruita come una necessità, come un dovere non piacevole, ma inevitabile. L’essere testimoni di crudeltà enormi a livello finzionale porta lo spettatore ad individuarne le necessità e la legittimità. Probabilmente 24 affascina perché non va sempre tutto bene, mostrando fino a che punto una decisione sia necessaria per stabilire una misura eccezionale e la sua appropriatezza, ma anche lo spazio che si apre per la sua distorsione e per il suo abuso.

Per ciò che riguarda il secondo aspetto, al di là della costruzione narrativa tipica del thriller e del cop drama, la serie può anche essere letta come una versione moderna di un melodramma maschile, e, quindi, come una rilettura di una crisi contemporanea della mascolinità e della separatezza tra pubblico e privato. La scelta del terrorismo come soggetto del serial è sicuramente più funzionale alla scansione ritmica del racconto. Si vuole creare tensione, angoscia, paura. Si vuole lasciare lo spettatore senza fiato. Una narrazione in cui prevale la cosiddetta “etica dell’emergenza”. Il sonoro è martellante e scandito. L’inesorabile scorrere del tempo rende palpabile l’angoscia. L’interruzione momentanea dell’azione rafforza, anziché diminuire, la tensione.

Non si deve dimenticare che, dopo l’11 settembre, terrorismo e paura sono divenute un’ottima matrice narrativa mentre si preferisce eliminare alcuni dei dettagli che fanno di una narrazione qualcosa di ben fatto ed equilibrato e ci si dimentica degli effetti di realtà: nel plot narrativo, infatti, non ci sono le azioni più superflue e banali così come quelle più scontate. In questa serie l’eccesso sostituisce la realtà trovandosi di fronte una normalità eccentrica. Una serie che affascina e seduce, pertanto, proprio per il suo aspetto melodrammatico che la rende realmente eccessiva chiamando il pubblico a partecipare alla costruzione di una nuova cittadinanza televisiva, oramai non più sconvolta dall’etica dell’eccesso, dalla paura e dalla violenza necessaria.

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