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De Magistris: un giudice a Barcellona

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Un incontro ufficialmente aperto alla comunità italiana stabilitasi a Barcellona, ma che di fatto ha contato la partecipazione di molti residenti catalani interessati per le più disparate ragioni

Un incontro ufficialmente aperto alla comunità italiana stabilitasi a Barcellona, ma che di fatto ha contato la partecipazione di molti residenti catalani interessati per le più disparate ragioni (desiderio di informazione, sostegno politico, simpatia per il personaggio, lavoro, coscienza personale) ad ascoltare una voce amaramente ironica che per un paio di ore piene ha tracciato un disegno marcato della giustizia in Italia, senza tralasciare un profilo storico dei momenti decisivi, di svolta e regresso, che hanno coinvolto il nostro paese dalla fine degli anni ’80 fino ad oggi.

L’europarlamentare partenopeo si è rivolto al discreto pubblico in ascolto (nemmeno troppo esiguo considerate le condizioni, forse un numero approssimativo di cinquanta persone) con toni informali, facendo spesso cenno, approdandovi per forza di cose, alla democrazia nata e plasmata dalla polis greca, e si è avvertita la sensazione di trovarsi riuniti a una tavola rotonda per non far altro che discutere, richiamati da un’eco lontana.

Ognuno dei presenti ha avuto modo di esprimere dubbi, di formulare domande, proposte, di lasciarsi andare a commenti sconsolati e prolissi, il tutto in un’atmosfera di solidale ascolto, in primo luogo dal deputato de “L’Italia dei valori”, che ha lasciato la parola a tutti, soddisfacendo scrupolosamente ogni domanda, quelle scomode comprese.

La panoramica si è posata più volte sul trattamento dell’argomento mafia, non più raccontata in termini di grandiosità scenica e scenografica, perché passati quei tempi, di cui è bastato far cenno agli attentati dei giudici Falcone e Borsellino, scolpiti nella memoria storica ed emotiva dei più, oggi, si parla della mafia che investe la “pratica della scomparsa dei fatti“, una mafia tanto invisibile quanto pericolosa, che tende agguati all’interno dei circuiti economico-finanziari delle istituzioni stesse, una mafia senza sangue, “che rincorre tecniche di regime attraverso l’utilizzo paradossale della legge” dice De Magistris.

Ricorda con un sorriso di sdegno gli ostacoli incontrati durante il suo lavoro di magistrato, i continui trasferimenti, l’occultamento di fascicoli, il periodo della scorta, di cui tiene a sottolineare gli aspetti grotteschi: di quando faceva in modo di allontanarla all’uscita del tribunale, “andavo a prendere il caffè e non ho mai avuto paura del popolo, sapevo anche molto bene che non sarei mai stato un bersaglio per la mafia militare”, e di quando invece gli raccomandava di non perderlo di vista dentro il luogo di lavoro, quello che avrebbe dovuto rappresentare un covo di sicurezza e che invece non ha esitato a tradirlo, dunque, la mafia che corrode le istituzioni alle fondamenta, che le affetta.

E invece che sfoderare armi politiche d’effetto, scagliandosi magari contro i più attaccabili avversari politici, “perde tempo” a parlare di cultura, della sua esperienza diretta con i ragazzi calabresi quando ricopriva l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Catanzaro dal 2002. Di una società consumistica proiettata verso falsi e vuoti miti che permette con indifferenza che un ragazzo giovane e coraggioso come Saviano viva in condizioni di massima sicurezza, ossia, non viva, non tanto perché abbia raccontato qualcosa di esclusivamente nuovo, bensì perché all’apparenza, allo scoperto, risulta essere da solo e ben più precisamente perché ha scelto di servirsi di uno strumento di massa per farsi ascoltare: la cultura, la scrittura, la faccia.

Giustizia e cultura, appunto. De Magistris insiste sul fatto che concentrandosi sul rafforzamento della cultura della legalità, sarà sempre più difficile cadere nella trappole mafiose e complottiste delle mala informazione, della disinformazione e del falso progresso scintillante di ignoranza.

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