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Biennale 53: Fare Mondi/Making worlds (seconda parte)

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Il mattino seguente, dopo una colazione senza fretta consumata nel salotto della casa di Venezia, ci rechiamo in vaporetto all’Arsenale, altra sede storica della Biennale d’Arte.

Leggete qui la prima parte dell’articolo

Il mattino seguente, dopo una colazione senza fretta consumata nel salotto della casa di Venezia, ci rechiamo in vaporetto all’Arsenale, altra sede storica della Biennale d’Arte.

Mentre navighiamo sul Canal Grande mi chiama mio nipote che ha il compito in classe d’italiano e vuole qualche spunto. Deve parlare dell’amore, il panorama di palazzi fatati che si riflettono sull’acqua mi ispira particolarmente e insieme concordiamo una traccia di spunti su cui scrivere.

Nelle Corderie dell’Arsenale, costruite nel 1303, si producevano gomene, cavi e cordame. L’edificio è imponente, coperto da capriate in legno, con una struttura ripartita in tre navate e un’altezza di sette metri. Lo spazio espositivo ospita le opere di 37 artisti, in uno spazio complessivo di 6400 metri quadri.

Presentato il biglietto all’ingresso ci troviamo di fronte una porta schermata da pesanti tendaggi neri. Sembra di entrare in un cinema e appena dentro troviamo una enorme sala buia attraversata da fasci di luce dorata, in perfette simmetrie che si intersecano. In un silenzio irreale diventiamo presenze rarefatte dal buio dorato, se esiste è questo il paradiso: pace, silenzio luce e naturalmente, amore.

Come fantasmi giriamo attorno ai fasci luminosi,  attratti dalla forza magnetica  della eterea composizione geometrica che ci trasporta in una terza dimensione, in cui tutti i sensi e solo quelli, ci fanno da guida. L’opera, intitolata TTÉIA 1,  è di Lygia Page, un’artista brasiliana.

 

Lasciata quella magia  entriamo nella seconda sala, piena di luce e adorna  di grandi specchi tutti uguali e tutti rotti, tranne uno. È l’installazione di Michelangelo Pistoletto, “Seventeen less one”.

 

Paolo, che è un esperto anche se non lo da a vedere, spiega che Pistoletto è un esponente della cosiddetta arte povera, da non confondersi con l’appellativo dato a quei mobili fatti in serie in Indonesia, che trovate da Mondo Convenienza e dal Tucano, negozio molto in auge prima di essere soppiantato da Ikea. Movimento artistico sorto in Italia intorno alla metà degli anni ’60, quando il flusso inarrestabile del benessere  riempie le case degli italiani di elettrodomestici, è in polemica con l’arte tradizionale e con la nascente società dei consumi, usa materiali “poveri”- gli artisti del gruppo ecologisti ante litteram – quali legno, ferro, stracci, plastica, con l’intento di ridurre ai minimi termini, impoverire i segni, per ridurli ad archetipi.

In questa sala,  Pistoletto e i suoi specchi si  aprono al mondo, assorbendo tutto ciò che vi si trova di fronte  e cambiando al variare dell’ambiente che li contiene.  Mamma si aggiusta la frangetta nell’unico specchio rimasto illeso, civetta quanto basta dei suoi ottanta anni portati alla grande. Fa un verso con la bocca che conosco bene, quando si guarda nello specchio e atteggia il suo bel viso in una posa plastica.  Paolo, che in quanto esteta del minimal veste solo Prada, ci lascia per continuare la visita con passo veloce,  mentre con mamma ce la prendiamo comoda.

Su un muro bianco un proiettore disegna un film a luci rosse, sono solo ombre ma quello che stanno facendo è inequivocabile. L’opera è di Paul Chan, nato a Hong Kong nel ‘ 73. Si chiama “Sade for Sade’s sake”

Seguendo una struttura ritmica, la scena cambia ogni 45 secondi: le immagini si collegano alle successive come strofe in una poesia e  il ritmo è quello di una ballata con schema ABCB.

Nella parte hard del video degli uomini si masturbano in gruppo mentre una donna si dimena in  terra. Accanto altri due uomini fanno l’amore a turno con un’altra,  conquistatori saraceni appena sbarcati dopo una lunga navigazione.

 

Una bambina che avrà otto anni osserva la proiezione incantata: immobile  stringe nelle mani una reflex professionale, troppo grande per lei, scatta foto e poi ritorna a guardare, divertita e stupita, quella performance di violenza che è molto buffa e non le fa paura, le stesse scene ripetute, le ombre sono cartoni, caricature che rendono quella visione pari a un gioco.

“Ma guarda se sono cose da far vedere ai bambini” dice mia madre.

E ce ne sono tanti di bambini nelle sale, portano vita e rumore, opere d’arte loro stessi, in continuo movimento.

Ma mia madre procede oltre contrariata,  per niente convinta da quel sesso mostrato senza pudore, come fosse una cosa normale.

Dei bastoni da passeggio sono poggiati su mensoline di cristallo alle pareti,  sospesi in attesa di qualche visitatore volante: l’opera è di Richard Wentworth e  si intitola Thus.

Entriamo in una sorta di appartamento vuoto e senza porte, una sequenza di stanze che sono solo colore: giallo, viola, verde, blu fino all’uscita. Il cappotto rosso di mia madre mi precede e guardandola di spalle  ripenso a quando a Venezia eravamo state con papà, che da buon casalingo  non vedeva l’ora di tornarsene a casa. Anche perché aveva la macchina al parcheggio di Piazza Roma e costava una cifra.

Le installazioni in queste sale sono mischiate l’una all’altra, alcune sospese, altre appartate. Ce n’è una di grandi dimensioni, The Greater G8 (GG8) AD MARKET, che riproduce un villaggio africano: l’artista è dello Zambia e si chiama Anawana Haloba. In alcuni video le belle facce dei neri alle prese con il loro lavoro quotidiano, svolto in un setting che l’artista ha ricreato per noi: capanne di legno, un mercatino di prodotti venduti ai paesi membri del G8, telai che filano cordami, odori e rumori dell’Africa che pare di starci.

È un’altra magia, viaggiamo in un istante in altri luoghi, universi diversi di cui si entra, per un breve istante, a  fare parte.

Un’artista cileno, Ivan Navarro, ha allestito la sala a lui dedicata in un buio totale: delle porte di vetro illuminate da neon colorati spezzano lo scuro,  schierate una accanto all’altra in attesa che qualcuno le apra e ci entri, come in una fiaba, per andare chissà dove. L’opera si intitola “Death Row”.

Un pozzo nero riflette all’infinito la scritta “bed” letto, come a dire che nel buio che ci attende tutti dopo la morte ci si riposa finalmente.

C’è anche una bicicletta con seggiola al seguito, su cui pedala in un video un asiatico in mezzo a Times Square.

Nella sala dedicata agli Emirati Arabi, che espongono per la prima volta alla Biennale, c’è una mostra di fotografie che ritraggono interni di hotel ad una stella. Gli ambienti raffigurati sono arredati con gusto tipicamente arabo, colori e pizzi per noi inusuali, i toni del marrone declinati in tutte le salse, con schizzi di leopardato qua e là.

Di certo niente a che vedere con le stanze progettate per il faraonico progetto alberghiero delle Palme a Dubai, che ha messo in ginocchio l’economia di quel ricco paese con un debito che ammonta a diversi miliardi di dollari.

Nell’immagine: Lamya Gargash (Dubai, b. 1982), Al Jazira Lobby, from the Familial series, 2009) – Print 76.2 x 76.2 cm

Paolo, che ritroviamo in questa sala, ha una faccia contrariata, in mezzo a tutto quel barocco si sente mancare, lui che ha una casa che sembra un punto vendita di Armani.

Ha già visto tutto e il Padiglione Italia, che chiude il percorso dell’Arsenale non gli è piaciuto per niente.

Con Paolo ci diamo appuntamento al Book Shop e usciamo all’aperto, una strada di ghiaia di fiume piena di pozzanghere.

Il Padiglione Italia si trovava negli anni passati ai Giardini, nell’edifico che ora ospita la Biennale permanente.

Per la ricorrenza dei 100 anni dal manifesto di Marinetti, il padiglione è allestito come omaggio al movimento da lui iniziato, prima e unica avanguardia italiana del ‘900. Un movimento aperto alla coesistenza di tutti i linguaggi, da quelli storici come la pittura e la scultura, alle sperimentazioni del cinema d’artista, della fotografia, della performance, dei materiali anomali.

Il suono del messaggio ricevuto del mio cellulare ci coglie me e mamma davanti a un enorme pannello di armadietti del Pronto Soccorso che contengono statuine di ceramica di varie divinità, souvenir poco costosi di un viaggiatore in cerca di salvezza.

È mio nipote che mi chiede di scrivergli la frase finale del tema sull’amore.

Vero cuore di zia, lo aiuto spesso con i compiti in classe, inviandogli via sms, secondo il caso, versioni di latino che scarico da Internet, notizie e riposte ai quesiti dei compiti. Lo so non si fa ma amore è amore mica brodo di ceci, come diceva mio padre.

Lui qui alla Biennale non ci sarebbe venuto per tutto l’oro del mondo, eppure c’era anche lui, lì con noi.

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