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Un poeta alla (ri)scoperta della conversazione

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La scuola di scrittura Omero ha organizzato, lo scorso 16 novembre alla Casa delle Letterature di Roma, un incontro con il poeta e scrittore Valentino Zeichen dal titolo: "l’arte della conversazione per imparare a scrivere dialoghi in narrativa, cinema e teatro".

La scuola di scrittura Omero ha organizzato, lo scorso 16 novembre alla Casa delle Letterature di Roma, un incontro con il poeta e scrittore Valentino Zeichen dal titolo: “l’arte della conversazione per imparare a scrivere dialoghi in narrativa, cinema e teatro”.

Davanti ad una platea di quasi 50 persone, fra cui aspiranti autori ed allievi della scuola, Paolo Restuccia ha invitato il poeta a giocare con il pubblico sfidandolo a conversare su temi da lui lanciati ed a commentare e giudicare i risultati dialettici, in nome dell’arte della conversazione.
“L’intento di questo giuoco”, ha spiegato Zeichen, “è di reagire di fronte all’impoverimento della forma di comunicazione umana più alta e più nobile: il dialogo”.

Secondo il poeta, una società che conversa è una società evoluta. Ma nella società italiana, nei suoi mass media, ripiegati su una continua violenza verbale, sul turpiloquio, sulla sovrapposizione di parole e di concetti, il dialogo è scomparso. Scomparso dal cinema, dalla televisione, dai libri e dai giornali.

“È questo il sintomo di un impoverimento sociale. La gente non sa più dialogare”.

Rivolgendosi al pubblico, Zeichen ha quindi descritto l’importanza del dialogo nella letteratura e nel cinema, soffermandosi  sulla necessità di ripensare all’interazione comunicativa tra le persone per creare un effettivo spazio comune fra gli interlocutori.

L’idea che deve guidare un autore è che il linguaggio non sia solamente lo strumento che consente di trasmettere informazioni, ma risulti piuttosto il luogo di una possibile compartecipazione, di una messa in comune di esperienze e di vissuti, che trasformi, coinvolgendoli, gli stessi interlocutori.

Secondo Zeichen, il dialogo non deve nascere da ciò che ci interessa, ma da ciò che non ci interessa. Non deve essere mai intimo, e la separazione tra il sé e l’argomento deve essere netta. E non deve presupporre nemmeno, da parte dei soggetti, un contenuto di competenze specifiche o la ricerca di una utilità. Se competenza bisogna avere, essa consiste nella disponibilità e nella volontà di dialogare nella libertà del prossimo di comunicare ciò che pensa, ciò che vuole.

Il dialogo è un impegno all’ascolto, all’attenzione verso la reciproca scoperta della propria umanità. Ecco perché, nell’interazione dialogica, vi è un rischio: quello insito nella necessità, che il dialogo vero implica, di esporsi alle parole dell’altro.

A questo punto, scelte tra il pubblico per giocare con Zeichen, quattro persone si sono sedute attorno al tavolo prestandosi a conversare su “le incursioni dei carabinieri nei ristoranti cinesi e la scoperta di topi e cibi avariati possono minare l’amicizia per la cucina multietnica?” e su “la frutta che acquistiamo non matura più”.

Alla fine il pubblico è stato invitato a carpire quei “frammenti di conversazione e spunti da trarre per una struttura narrativa” che sono emersi durante i dialoghi animati dal poeta.

Una domanda è rimasta senza risposta: se ogni società ha la conversazione che si merita, oggi in Italia sarà meglio fare silenzio?

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