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La fine del mondo e i pop-corn. A proposito di “2012”, il nuovo film di Roland Emmerich

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Si chiacchierava proprio qualche giorno fa con un amico, della civiltà etrusca, per essere lui un buon conoscitore dell’argomento e dei luoghi...

Si chiacchierava proprio qualche giorno fa con un amico, della civiltà etrusca, per essere lui un buon conoscitore dell’argomento e dei luoghi: “Le tombe del periodo arcaico di quella civiltà – diceva – sono gioiose, le pareti sono affrescate con giovani atleti ed eteree figure femminili danzanti, banchetti e libagioni. Quanto diverse dalle tombe del periodo della decadenza! Qui ambienti cupi, tristi, con demoni e senso di morte. A quel tempo, la supremazia degli etruschi cominciava ad incrinarsi, sia sul mare che per terra, fino alla completa perdita dell’autonomia nel 90 a.C..

Si diceva in quell’occasione di come le civiltà manifestino la paura della fine e l’insicurezza del futuro nelle forme dell’arte, prima ancora di esserne consapevoli. Con opere più o meno metaforiche.

Il ricordo e il senso di quella conversazione si sono focalizzati meglio, guardando l’ultimo film di Roland Emmerich da poco nelle sale: “2012”: l’anno fatidico, secondo le profezie Maya, per ‘la fine del mondo come lo conosciamo ora’.

La rappresentazione dei tanti futuri possibili non è stata mai così fosca; a cominciare della ‘fantascienza catastrofica’ degli anni ’50, da parte di scrittori come James G. Ballard, John Christopher, Richard Matheson, Philip K. Dick…

Persa l’illusione nelle ‘magnifiche sorti e progressive’ dell’umanità; le ferite della memoria ancora aperte sugli orrori della seconda Guerra Mondiale, le antenne più sensibili della civiltà occidentale stanno ancora rimuginando sul senso di vuoto e sull’incertezza del futuro.

Evidentemente le paure di fine millennio continuano a farci compagnia anche nel nuovo, se sono stati prodotti negli ultimi anni – ed hanno avuto grande successo – numerosi film su questo tema.

Sui motivi per cui la paura evocata dalla letteratura e dal cinema abbia un così grande potere di attrazione si possono proporre diverse ipotesi -catartiche e paradossalmente rassicuranti – in analogia con la funzione delle fiabe, che pure sono piene di mostri e di eventi terrificanti. Ne abbiamo già parlato su queste pagine di “O”, e tentato di riconoscerne i molteplici fattori [V. su “O”: Giardini di mostri. Una guida per riconoscere i propri Mostri del 25.10.09].

Negli ultimi anni anche la letteratura mainstream ha ripreso il tema con varie opere. Due tra le più recenti sono state trasposte in film, ancora non distribuiti in Italia (…lo saranno mai?).

‘The Road’ di Cormack McCarthy (premio Pulitzer 2006) narra di un mondo degradato dopo una catastrofe imprecisata – freddo e inospitale -, in cui un padre e un figlio vagano alla ricerca di un sud dove sperano – ma non è certo – la vita sarà ancora possibile. Il film di John Hillcoat (2009), con Viggo Mortensen e Charlize Theron, è passato all’ultimo Festival di Venezia con lo stesso titolo: ‘The road’.

Anche il meno recente ma sempre attuale romanzo di Josè Saramago, ‘Cecità’ (1995), è diventato un film: ‘Blindness’ (2008), di Fernando Meirelles, con Mark Ruffalo e Julianne Moore (Cannes 2008). Qui l’umanità è colpita da una forma di cecità – non buia, oscura, ma di un biancore lattiginoso – che all’inizio spinge i sani a relegare i contagiati in un ex manicomio, dove ha luogo una allucinante regressione a comportamenti e istinti primordiali; fino a che non è l’umanità intera a diventare cieca…

L’approccio al tema, in relazione a sensibilità e attitudine personali dell’Autore, può dare risultati del tutto contrastanti: un quadro fosco e disperato oppure un registro spettacolare con la speranza di un nuovo inizio.

Con tale background – utile ma non indispensabile – siamo andati a vedere il film di Emmerich, e l’abbiamo apprezzato.

 

“2012”. Il film muove da premesse scientifiche inappuntabili, comunque nell’ambito del possibile – come già in un film precedente dello stesso regista: ‘The day after tomorrow’ (2004) – nella migliore tradizione della fantascienza: una abnorme attività solare produce onde elettromagnetiche capaci di aumentare ad un livello critico la temperatura del nucleo centrale del nostro pianeta (come l’ebollizione dell’acqua nel forno a micro-onde, viene spiegato). Questa instabilità del nucleo mette in movimento le masse continentali con conseguenze – come ben vedremo – catastrofiche. In definitiva un impianto razionale, mentre la profezia Maya è servita solo per il titolo e da richiamo pubblicitario.

Il film si sviluppa su situazioni e caratteri stereotipati – la famiglia americana, con padre separato che va a prendere i bambini per una vacanza, il magnate russo violento e senza scrupoli con amante al seguito, un presidente americano nero e buonista, con una vaga somiglianza ad un Obama invecchiato. Il tutto rappresentato tra avventure tese allo spasimo e colpi di scena, in bilico tra il film catastrofico vero e proprio, i film della serie 007 e lo stile slapstick  tipo ‘Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo’.

Il film decolla in realtà solo con l’inizio delle eruzioni e dei terremoti, con le improbabili gesta dei ‘nostri eroi’ per sfuggire al disastro e raggiungere le agognate ‘navi’, immense strutture che i potenti del pianeta hanno apprestato in tutta segretezza per salvare il salvabile. E’ il mito dell’Arca che ritorna in versione tecnologica.

La spettacolarità del film è fuori questione e i risultati ottenuti dal regista e dai tecnici degli effetti speciali non dovrebbero essere sottovalutati. Il fatto che le immagini siano ottenute al computer non sminuisce, anzi dovrebbe moltiplicare l’apprezzamento per la visionarietà dell’Autore; per la genialità di aver prima immaginato quegli scenari, che poi un programma informatico ha reso così simili ad una realtà possibile.

Giunge notizia di un grande successo di pubblico per questo film; gomito a gomito per il record di incassi con il secondo film della saga dei vampiri (‘Twilight. New moon’), che sta attirando torme di adolescenti.

Abbiamo visto il film in una sala fuori Roma (zona Castelli). Anche qui code di giovani, poco più che ragazzi, all’esterno del cinema e al botteghino, e grande partecipazione durante lo spettacolo, anche se inquinata dal profumo dei pop-corn. Brusìo in sala al crollo del cupolone di S. Pietro (…pare sia stata eliminata una scena simile per la pietra nera della Mecca per paura di una fatwa); franche risate alla notizia che il Presidente del Consiglio italiano – una nota comica involontaria, o premeditata? – ha rifiutato di mettersi in salvo insieme agli altri vip e ha scelto di perire insieme al suo popolo.

Il pubblico in sala si gode – a ragione – il film come un super-videogame, con lo slalom dell’aereo tra i grattacieli, la tensione spasmodica, immersioni subacquee inverosimili, i salvataggi all’ultimo secondo nella tradizione del migliore James Bond. Senza alcun pensiero né partecipazione umana alla catastrofe che coinvolge milioni di persone: in quel contesto davvero assimilabili alle pedine di un videogioco. Che forse – chips, pop-corn e burp da Coca-cola a parte – è il modo migliore per guardare il film.

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