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Biennale 53: Fare Mondi/Making worlds

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Voliamo Easy Jet, tre biglietti Roma-Venezia a soli 120 euro. Paolo è un appassionato d’arte moderna, possiede una piccola collezione, che chiama di arte povera, in cui figura anche...

Voliamo Easy Jet, tre biglietti Roma-Venezia a soli 120 euro. Paolo è un appassionato d’arte moderna, possiede una piccola collezione, che chiama di arte povera, in cui figura anche un’opera di Michelangelo Pistoletto. Mia madre compie 80 anni e il viaggio a Venezia fa parte dei festeggiamenti previsti per l’occasione. Mamma è una donna molto giovanile, ha imparato di recente ad andare su Internet e si annoia davanti alla televisione. Ha perso mio padre da poco e le pesa questa nuova solitudine.

 

Faccio del mio meglio per alleviarla.

 

Scopo del viaggio è  visitare la 53ma Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo ‘Fare Mondi/Making Worlds’, che ha chiuso domenica 22 novembre.

 

Siamo ospiti in casa di amici; una casetta al piano terra situata proprio vicino alla stazione ferroviaria. Così facciamo finta che la melanconica bellezza di Venezia in autunno ci appartenga, che noi si faccia parte di quella pioggia, dei canali grigi e dell’acqua alta che un pomeriggio invade  Piazza S. Marco.

 

Viaggiamo in vaporetto per risparmiare le energie sapendo che la Biennale si sviluppa in un percorso lunghissimo, da percorrere a piedi. È suddivisa in due sezioni: quella dei Giardini e quella presso l’Arsenale. Mia madre cammina di lena ma ha una schiena così malridotta che si fa fatica a credere che possa stare in piedi. Però ce la fa e la sera, tornati a casa, Paolo e io, cinquantenni vigorosi, siamo stracchi. Lei invece ripassa le brochure degli artisti, mandando a memoria i nomi.

 

È fatta così, per fortuna.

 

I Giardini sono la sede tradizionale delle Esposizioni d’arte della Biennale. Realizzati da Napoleone, ospitano 29 padiglioni di paesi stranieri oltre al Palazzo delle Esposizioni. Alcuni padiglioni dei Giardini sono stati ideati  da celebri architetti. Li visitiamo nella  prima giornata, e mentre Paolo corre avanti a guardare quel che più gli interessa, con mamma ci attardiamo nella visita ai padiglioni meno glamour, lasciandoci guidare solo dal piacere della scoperta, dal gusto di vedere in mostra tante buffe ma interessantissime cose strane che hanno, come scopriremo ben presto, poteri di evocazione quasi magici.

 

Nel padiglione polacco ci sono plaid fatti con capelli raccolti a chili da parrucchieri e barbieri. Vengono messi sotto una pressa e compattati. Costano 100 euro l’uno e fanno schifo solo a pensare di poterseli adagiare in petto per proteggersi dal freddo.

 

In quello tedesco ci sono mobili di legno chiaro che riempiono gli spazi come in un supermercato. Solo su un mobile un gatto impagliato. Un misto di Borselli e Ikea.

In quello americano ci dicono di ritornare più tardi perché è troppo affollato. Espone Bruce Nauman, un allestimento chiamato Topological Gardens. Ci sono mani poggiate su parallelepipedi, teste nella stanza vicina sospese sopra una fontana in cui l’acqua è raccolta in un bacino di asfalto.

 

In quello spagnolo troviamo un tavolo e delle sedie, come fossimo in una casa. Ci accomodiamo volentieri, dato che ci duole già un po’ la schiena.

 

Si fa buio e sullo schermo appeso sopra le nostre teste parte un video in cui vediamo Miguel Barcelò, acclamato artista spagnolo, creare il suo proprio universo su un enorme  pannello di argilla morbida.

Miguel, dal viso intenso e molto bello, si muove seguendo un’accurata scenografia,  condivisa da  un compagno in giacca nera; si spiaccica in testa vasi di argilla fresca che si modellano e prendono vita. Il compagno lo imita e quando i vasi sono colati al punto giusto li lanciano contro la parete di fronte, li infilzano con dei bastoni, li pitturano con una pistola a spruzzo, la creazione diventa bianca traslucida come una medusa. Una perfetta creazione da seguaci di Isaac Luria, famoso cabalista che vedeva nell’universo gli stessi vasi di argilla.

 

 

Nel padiglione dei giapponesi ci accolgono cupe atmosfere di donne in guerra, create da un’artista donna, Miwa Yanagi. L’opera si chiama ‘Windswept women: the old girls troupe’. Il padiglione è in vetro e metallo nero e le gigantografie delle donne guerriere appese intorno sono foto in bianco e nero. Alle loro spalle, oltre il vetro, il verde del giardino e un cielo grigio fanno da perfetto sfondo e rasserenano la tempesta di forza primigenia che emana dalle foto.

 

C’è una tenda nera, come quella dei beduini del deserto al centro del padiglione, che non è molto grande. Per vedere cosa ci sia all’interno della tenda ci si deve accucciare.

In un video posto al centro ritroviamo le donne guerriere dei ritratti che danzano intorno al fuoco prima del combattimento. Quando mi rialzo mi sento un leone, sparito il male di schiena, e all’istallazione giapponese assegno seduta stante il primo premio.

 

Nel salone egizio ci sono faraoni e regine di altezza imperiale, enormi statue di paglia, che svettano con leggerezza sopra le nostre teste.

 

In quello rumeno c’è ancora da sedere e un bel tepore rispetto all’umido del giardino. La saletta è buia e vi si proietta un video in cui il protagonista è seduto sull’autobus e parla al cellulare con la sua fidanzata.

Lei lo ha tradito e lui le dice che andrà a casa e la ammazzerà. Che non provasse a scappare. La richiama di continuo e la interroga ogni volta sul suo tradimento e poi la minaccia, in un crescendo assurdo che toglie il respiro per la paura.

 

Mia madre però si spazientisce proprio mentre il rumeno scende dall’autobus, e quella poveretta della fidanzata chissà che fine avrà fatto.

 

Lo stomaco si fa sentire. Rintracciamo Paolo e ci diamo appuntamento in un bar-cafè  che chiude il percorso di visita al Palazzo delle Esposizioni, ex Padiglione Italia, ora spostato presso l’Arsenale.

 

A entrarci fa male agli occhi: è strabiliante! Pareti decorate in bianco e nero psichedelico, con tocchi di rosso, giallo e fucsia.

 

Sugli arredi, sugli  specchi, sul  bancone, puro futurismo modernista ci fa girare la testa. Ma forse è anche la fame.

Una cameriera nero vestita e molto trendy rimprovera con malcelato disdegno Paolo che sta facendo incetta di bustine di zucchero di cui fa collezione.

 

Pensare che proprio a quel Bar Caffetteria, ideato da Tobias Rehberger, è stato assegnato il primo premio della Biennale. Mentre addentiamo il panino, dopo aver accontentato delle signore spagnole che vogliono una foto nel bar, ci rendiamo conto che a stare lì seduti pare di essere in un altro mondo. Come fossimo dentro una scatola magica, senza riuscire quasi a percepire visivamente quanto c’è intorno a noi,  anche gli avventori si confondono in quel bianco e nero, tranne le signore spagnole che ci stanno sedute vicine, ben reali e ciarliere. Ci gira la testa.

 

Dopo il caffè d’obbligo riprendiamo la visita ai Giardini.

Paolo che ci ha preceduto nella perlustrazione dei Giardini dice che “La casa di Mr. B”  è un mito e lì ci dirigiamo.

 

Si tratta di una joint venture,  tra la Danimarca e i Paesi Nordici. In due allestimenti paralleli un duo di artisti, Elmgreen & Dragset ha curato il progetto chiamato ‘The Collectors’, composto da “On sale” e “The house of Mr. B.”.

Si tratta di due edifici vicini trasformati in ambienti domestici: nel padiglione danese “On sale”  la casa è stata frettolosamente lasciata da una coppia che si è appena separata. Sembra che nella separazione c’entri il loro vicino, Mr. B.

All’ingresso sullo specchio una scritta  col rossetto “I’ll never see you again”, “Non ti vedrò mai più.”

 

Nella sala da pranzo il tavolo  è segato a metà e anche i piatti, preziosissimi pezzi da collezione – e a questa mania del collezionismo che si ispira appunto il titolo delle due installazioni – sono segati. Nella cucina attigua al salone i resti di un banchetto ed i piatti abbandonati in un disordine selvaggio.

 

Nel decoro della casa, nei vestiti appesi negli  armadi, nei libri, troviamo le identità dei personaggi che la abitano, scopriamo le loro passioni e tristezze, pezzo dopo pezzo, stanza dopo stanza, come fossimo in un film.

 

Un agente immobiliare mostra la casa, è un attore e un po’ lo siamo anche noi visitatori, presi al laccio dal gioco di questa  finzione che è molto reale. Lasciata la casa “On sale”, convenzionale e ricercata, arriviamo alla casa di Mr. B., padiglione dei Paesi Nordici.

 

Mr. B. è uno scrittore gay, scrive romanzi erotici e ora galleggia morto nella piscina davanti casa. C’è stato un party – bicchieri e cicche e vodka intorno alla piscina – e gli invitati alla festa sono ancora lì: ragazzi in carne e ossa che incuranti del cadavere del loro ospite in piscina, si trattengono in quella casa senza nessuna fretta di andarsene.

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