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Los Abrazos Rotos. Gli abbracci spezzati

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Un film è tante cose: una storia, delle immagini, degli echi nello spettatore che ne fanno un mito per sempre o il ricordo di una sola scena...

Un film è tante cose: una storia, delle immagini, degli echi nello spettatore che ne fanno un mito per sempre o il ricordo di una sola scena – ritagliata tra tante – conservata nel proprio personale portfolio dei momenti indimenticabili del cinema.

Un film – il nuovo film – di Pedro Almodovar, è tutte queste cose e in più uno sguardo privilegiato sul mondo che un ‘mangiatore di cinema’ come lui si porta dentro.

La storia e la costruzione sono insieme semplici e molto elaborate. Entriamo nella vita di uno sceneggiatore cieco, Harry Caine: assistiamo ad una sua conquista estemporanea, conosciamo una donna (Judit) con cui ha un sodalizio di vecchia data, un ragazzo (Diego, il figlio di lei) che lo aiuta nelle incombenze pratiche. Costituiscono a tutti gli effetti ‘una famiglia’, ma di questo solo Judit si rende conto. Vediamo Harry rifiutare con violenza la sceneggiatura per un film che un giovane uomo gli propone in cambio di molti soldi; riceviamo insieme a lui, dal giornale, la notizia della morte di un certo Ernesto Martel, un ricco industriale senza scrupoli. Ed ecco un flash-back su un frammento di vita del magnate e della sua segretaria Lena (Penelope Cruz)

Non capiamo tutto immediatamente, ma capiremo.

E’ uno dei pregi di Almodovar far dipanare progressivamente la storia sotto gli occhi dello spettatore, fino a che tutto si sistema al posto giusto: un puzzle così confuso all’inizio, quanto perfetto alla fine.

 

Apprendiamo che Harry Caine è solo uno pseudonimo. Il nome dell’uomo è Mateo Blanco; è stato un fascinoso uomo di cinema e non è stato sempre cieco. Quattordici anni prima, quando era un regista di successo, la sua vita è stata sconvolta da un evento drammatico che l’ha cambiato per sempre.

La storia per intero comincia a raccontarla lui stesso al giovane Diego – sempre tenuto all’oscuro di tutto dalla madre e dallo stesso Harry-Mateo – che semplicemente gliela chiede in un momento particolare.

Seguiamo così la storia di Lena, bruna bellezza di modesta famiglia e dal passato burrascoso, di cui l’industriale si incapriccia e poi follemente si innamora. E’ la passione di Lena per il cinema che la porta ad incrociare la strada di Mateo Blanco, il regista che la sceglie per un film – “Ragazze e valigie” – che lo stesso industriale finanzia, evidentemente per non perdere Lena. In cambio impone di mantenere un suo occhio sul set: il figlio Ernesto Martel Jr., un ragazzo timido e pieno di complessi che anela all’approvazione del padre, si occuperà di filmare con la sua cinepresa a mano tutte le fasi della lavorazione. Un film (il making-off) del film nel film!

Tra Lena e Mateo è subito amour fou, violentemente osteggiato dal magnate, tanto che i due devono fuggire su un’isola delle Canarie. Ma anche qui, dove i due amanti vivono i giorni più belli del loro amore, arriva la lunga mano dell’uomo che li contrasta.

Oltre non si può raccontare…

Su questa trama romantica, più da rotocalco che da feuilleton, Almodovar mette in scena alcuni dei suoi temi ricorrenti: la rappresentazione di ‘famiglie’ alternative, il rapporto problematico tra figli e padri, il tema del doppio, la donna forte e affascinante, segnata dalla fatalità.

Su tutto un grande amore per il cinema, nei suoi molteplici aspetti.

I personaggi, che a vario titolo lavorano tutti nel/per il cinema; il film nel film (anzi moltiplicato per tre, come abbiamo visto); la citazione di diversi generi: romantico, comico, drammatico, thriller,  che poi si diverte a scompaginare secondo il suo stile; il ricorso ad alcuni topos e strumenti classici del cinema, come per esempio la scena sulle scale, il montaggio in moviola.

Fino alla ricomposizione finale, senza odio e recriminazioni; dove anche il ‘cattivo’ del film viene rimosso fuori campo, con un titolo sul giornale, senza infierire. E una esortazione programmatica, soprattutto per se stesso: “Un film, una volta che si è cominciato, bisogna finirlo, anche alla cieca!”.

 

Rispetto ad altri film dello stesso regista, molti (troppi?) dialoghi e spiegazioni; personaggi forse più reali di molti altri suoi, trasgressivi ed estremi; una storia molto elaborata… Ma la stessa felice capacità di dirigere gli attori, la fluidità e la magia delle immagini.

E se qualcuno cita altre opere di film nel film come ‘Effetto Notte’ di Truffaut o Fellini di 8 e ½ , Almodòvar precisa che no, essi non hanno costituito la sua ispirazione; ma è evidente che è stata una analoga passione a muovere la sua fantasia.

Si diceva, uno sconfinato amore per il cinema, una dichiarazione forse esagerata, ma d’altronde un eccesso in cui cadono solo gli innamorati veri, se sono queste le sue parole:

“Sento che è la prima volta che faccio una dichiarazione d’amore così esplicita al cinema: non con una sequenza specifica, ma con tutto un film. Amore al cinema, ai suoi materiali, alle persone che si fanno in quattro sulle luci, agli attori, ai montatori, ai narratori, a quelli che scrivono, agli schermi dove si vedono le immagini che muovono intrighi ed emozioni. Ai film come si facevano nel momento in cui furono fatti. A qualcosa che sebbene dia da vivere, non è solo una professione, ma una passione irrazionale”.

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