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Il mondo è un posto immenso

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Devo andare a intervistare l’ex primo ministro della Somalia Ali Mohamed Ghedi. Mi hanno dato appuntamento in una villa a Spring Valley per un brunch.

Devo andare a intervistare l’ex primo ministro della Somalia Ali Mohamed Ghedi. Mi hanno dato appuntamento in una villa a Spring Valley per un brunch. Qui il pranzo della domenica si chiama brunch, così come il pranzo durante la settimana si chiama colazione e la cena, pranzo.

Per arrivare a Spring Valley devo prendere il matatu numero trentasei, proprio sotto la casa che ho preso in affitto con un’altra ragazza. Ci vogliono più o meno dieci minuti. Le fermate non sono calcolabili, perché i Matatu si fermano ogni volta che qualcuno alza un braccio.

I matatu sono uno dei mezzi di trasporto più famosi di Nairobi. Sono dei piccoli furgoncini Mitsubishi di metà anni ottanta, coperti di scritte. Quello che prendo ha scritto sul lunotto posteriore con degli adesivi fluorescenti: In Jesus there is the true.

All’interno ci sono solo due persone illuminate dal sole, se ne stanno buttate agli ultimi posti senza muoversi come due animali sonnacchiosi.

Mi siedo davanti, subito dietro l’autista. Nei matatu entrano circa dieci persone, ma durante la settimana ne portano anche sedici. Oggi è domenica però, quindi si viaggia comodi.

Di fronte a me, sopra la testa dell’autista, c’è uno schermo al plasma da quaranta pollici che manda in continuazione i video della G-Unit: la casa di produzione fondata da 50cent e Eminem. La prima canzone che passano si chiama: Get in my car.

In Italia non esistono cose di questo tipo. Sto parlando della netta differenza tra due posti, ma anche tra due oggetti. Ci si arriva per gradi alle cose, almeno in buona parte del nostro paese. Qui no. Si entra dentro un furgoncino scassato e dentro si trova quanto di meglio la tecnologia dell’intrattenimento possa offrire. Ma non solo.

Mi affaccio fuori dal finestrino e vedo i quartieri scorrere. Anche qui non c’è nessun avvertimento. Si passa dagli appartamenti nel Westland, alle baraccopoli multi colorate di qualche slum, senza averci fatto l’abitudine. Neanche la natura sembra in grado di presiedere a tutto questo. In certi quartieri, come kileleshua, è ricca e nasconde le ricche ville. È bellissimo stare con la testa fuori dal finestrino e gustarsi l’aria fresca di Nairobi dell’ora di pranzo. Ma subito dopo si entra a Kawangale e lungo le povere case in lamiera non c’è neanche un albero. Nei quartieri poveri c’è sempre un odore agre di propano e legna bruciata e non si vede niente che faccia pensare alla natura. Tutto sembra bruciato, strappato, annegato nel fango e nella polvere.

Dico al ragazzo seduto vicino a me di fermarsi a Spring Valley rd. Lui batte le monetine che ha in mano sulla lamiera e l’autista accosta. Poi mi chiede venti scellini per la corsa.

Mi hanno lasciato su un ampio piazzale. C’è un benzinaio Total davanti a me e a fianco l’entrata di qualche comprensorio di ville. Shafick mi ha detto per telefono di entrare nel comprensorio e di proseguire per circa seicento metri su Spring Valley rd.

Arrivo davanti ai due ascari che se ne stanno buttati dentro due gabbiotti, l’uno davanti all’altro, tenendo le catene che bloccano il passaggio con le mani poggiate sulle ginocchia. Sembrano annoiati e sfatti.

Gli faccio il nome di Shafick e uno dei due lascia cadere la catena, per poi tornare nella stessa posizione di poco prima; la testa voltata verso la strada principale e nessuna espressione sul viso.

L’altro ascari mi saluta in swahili e mi indica la direzione.

 

Spring Valley è un quartiere bellissimo. Una piccola valle coperta di querce e acacie e altre piante che non so riconoscere. Una natura molto verde che sembra pronta a invadere quello che l’uomo ha costruito. Le case sono poche e sono tutte ville coloniali con più di trent’anni.

Cammino rasente la cunetta di scolo e guardo i grandi cancelli elettrici e i viali in ghiaia che portano all’entrata principale dei cottage. Sembra tutto assurdo.

Da lontano vedo che mi vengono incontro due ragazzi, scuri come la notte, che mi sorridono. Quando li incrocio uno di loro mi fa:

“Ciao, vuoi scommettere sui cavalli?”.

La cosa mi coglie alla sprovvista, poi faccio mente locale e mi ricordo che su ‘Ngong rd ogni domenica ci sono le corse dei cavalli. Sì, ma rimango disorientato, perché vuole sapere se voglio scommettere sui cavalli?

“Noi ci stiamo andando, magari ti vuoi unire a noi”.

Li ringrazio e continuo la passeggiata nel quartiere.

Dopo circa seicento metri trovo l’indicazione. Un cartello in legno, pitturato di bianco e nero che dice: Bendera lane.

Devo girare lì. La via è piena di buche profonde anche mezzo metro e larghe pozze d’acqua che si è accumulata durante il temporale notturno.

Guardandomi attorno scopro un’altra cosa che non c’entra niente con l’Europa: il senso della sicurezza.

Mi accorgo che tutte le ville di cui sto parlando hanno le recisioni rivestite o con filo elettrificato o con filo spinato. In più davanti ogni cancello c’è un ascari. Una guardia giurata dotata di un grosso e corto manganello di ferro.

È impressionante leggere i cartelli sui muri di cinta, incorniciati da qualche bellissima pianta rampicante, che dicono: Hatari, high voltage.

Giorni fa ho conosciuto un tizio di nome Miguel che gestisce una delle compagnie di sicurezza, mi ha detto che all’interno delle abitazioni ci sono le famose panic room, tutte le ville ne hanno una e i panic boton: se li premi, entro cinque minuti la sicurezza è da te.

Non si chiamano i carabinieri da queste parti. La polizia privata è più efficiente, gira su macchine più nuove e l’addestramento gli viene fatto da ex militari americani.

Lo stesso tizio mi ha raccontato che arrivano chiamate di emergenza alla sua compagnia, con il ritmo di una diecina a settimana. Incuriosito da questa cosa gli ho chiesto quali erano i metodi che avevano per cacciare via i ladri, e lui in modo sincero mi ha risposto: “Gli si corre dietro con la pistola, finchè non cascano a terra stecchiti”.

Continuo a camminare e non riesco a immaginarmi che la notte questi dolci viali, pieni di piante grasse e alberi giganteschi diventino il teatro di qualche sparatoria.

 

La casa di Shafick è poco prima del circolo ippico di Spring Valley. L’ascari fuori dal cancello sta bevendo una Sprite da una bottiglia di vetro sotto il sole. Mi guarda e senza che io gli abbia detto niente mi saluta e mi apre il cancello. Delle volte mi dimentico che sono bianco.

La villa è al centro di un pezzo di terreno coperto da un bellissimo prato inglese, incorniciato da gigantesche acacie su cui dondolano degli strani esseri che presto si rivelano uccelli. Uccelli grandi quanto uno sgabello. Hanno il collo lungo e si stanno sbranando per qualche cosa.

Il prato è cosparso di petali viola e altri gialli. Sembra di camminare su un tappeto.

Shafick è un indiano ismaelita che fa affari con la Somalia. Lavora per una ditta elettronica e il suo compito è quello di riuscire a vendere più materiale possibile. Lavora anche in Sudan, ma lì è un’altra storia.

Mi saluta con generosa stretta di mano e mi porta sotto un vecchio padio in legno. Mi chiede se ho avuto difficoltà nel trovare la casa e altre formalità. Poi, mentre fissa il vuoto, mi fa: “Hai visto il Liverpool contro il Lione?”.

Gli dico che non è stata una bella partita, e lui:

“Già. Il mio povero Liverpool. Però stasera c’è Chelsea contro Manchester United. Rimani a vederla vero?”.

In Kenia il campionato inglese è una cosa seria. Non esistono altri campionati, solo la Premier League con i suoi eroi. Il primo giorno a Nairobi mi sono chiesto perché vedevo per strada tante magliette dell’Arsenal. Il tassinaro che mi stava portando mi ha risposto indicandomi la sua maglietta, era scolorita e a mala pena si leggeva la scritta Arsenal: ” Non ho mai visto una squadra più bella di quella. Qui in Kenia il calcio fa schifo”, mi ha detto poco dopo.

Shafick mi porta una birra, mentre parliamo di pallone e mi informa che l’agnello è in forno e che lui deve fare un paio di telefonate prima che arrivino i somali. Gli dico di non preoccuparsi. Lui mi lascia, poi si volta e mi fa: “Non farti fregare la birra”, e scompare.

Ora, ero solo nel mezzo del giardino. Chi diavolo poteva fregarmi la birra? Stringo la latina tra le mani e inizio a guardarmi intorno sospettoso. Il posto è bellissimo. Sono seduto su una poltrona in legno coperta di cuscini, l’aria è fresca e il sole è caldo. Ci vuole poco per rilassarmi e dimenticare le parole di Shafick.

Intorno a me si muove col vento una natura stupenda. Sono a stomaco vuoto e le sorsate di birra mi rendo leggero. in pochi secondi poggio la lattina a terra e mi metto con la testa all’indietro a fissare il cielo. Quegli uccelli sembrano aver finito di sbranarsi e tutto è tranquillo. Mi dico, chiudi gli occhi, per un secondo soltanto e ti sembrerà il paradiso. Li chiudo e quel posto mi sembra il paradiso. Poi un rumore.

Sembra che qualcuno stia stritolando qualcosa di metallico. Mi alzo di scatto da quel tepore e trovo, nel mezzo del parco, due scimmie che si stanno litigando la mia birra. Non capisco che razza sono. Vedo solo che sono bagnate di birra e che si stanno picchiando per la mia lattina. Quella più grande delle due, tira un paio di schiaffi a quella più piccola, che non si fa indietro e continua a tenere le sue mani sul barattolo minacciando l’altra con strilli.

Sono grandi quanto un televisore, e hanno il manto color cenere. Assisto alla lotta per una manciata di minuti, finchè quella più grande non vince e si rifugia sull’albero alle mie spalle. Impressionante, prende la lattina e inizia a bere quel po’ di birra che  è rimasta come un uomo smaliziato e annoiato.

 

Ali Mohamed Ghedi arriva a bordo di una Honda Civic nuova di zecca. L’autista parcheggia la macchina a pochi metri dal padio, spegne il motore, esce dall’abitacolo, si aggiusta la dozzinale camicia e apre lo sportello posteriore.

Alì è un uomo alto, magro e dai modi eleganti. Sorride sempre e più donne ci sono intorno a lui, più lui è felice. A un modo di fare furbo, ma che sa in qualche modo affascinare.

Ci salutiamo e ci mettiamo seduti l’uno di fronte all’altro. Insieme a lui c’è il suo braccio destro, Abdullatif. Qualcuno, giorni prima, mi aveva detto di stare attento a quei due. Perché? avevo chiesto io ingenuamente. E la risposta era stata questa:

“Perché sono il gatto e la volpe. Nell’ambiente li chiamiamo così”.

Ci stringiamo le mani e Shafick ci introduce, ma in pochi secondi si blocca e la faccia gli diventa preoccupata. Non capisco subito perché, poi vedo l’ex primo ministro rabbuiato e con lui anche Abdullatif. C’è qualcosa che non capisco. Cerco di chiarirmi le idee guardandomi intorno e vedo che in mezzo al padio si è messo a scodinzolare pieno di gioia Dante, il doberman di Shafick. Ha gli occhi dolci e sembra solo volere qualche carezza.

Alì, senza scomporsi dice in ottimo italiano: “Lo mettiamo sotto chiave”.

Rimango di sasso. La prima cosa che mi colpisce è che mi ricordo che i somali odiano a morte i cani perché Maumetto è stato morso da un cane. La seconda cosa è che non sentivo parlare italiano da almeno quattro settimane e il suo italiano sembra madre lingua.

Mentre Shafick chiude Dante nella cuccia iniziamo a chiacchierare.

“Ti fa paura Stefano che non accettiamo i cani?”, mi chiede Alì.

“No, è solo che non me lo ricordavo”.

“Quindi lo sapevi?”.

“L’avevo letto da qualche parte”.

Ci interrompe la ragazza di Shafick, Jennifer. Porta due bicchieri di succhi di frutta all’ananas e si presenta ai due somali, per poi sparire poco dopo dietro un’ alta siepe.

“Ti ricordi anche che non beviamo alcol come te?”

Credo che Alì mi ha fatto questa domanda per via della mia faccia che deve continuare ad avere un’espressione sorpresa. La domanda mi coglie a bruciapelo, sia per l’ottimo italiano, sia perché sembra formulata da un alieno. Il pomeriggio precedente avevo finito un libro di fantascienza intitolato Anni senza fine di Simack. A un certo punto del libro, un androide di nome Janckins, che ha visto estinguere la razza umana a causa dei suoi errori, parla con un cane e gli riassume quali usanze avevano gli uomini:

“Gli uomini erano soliti raccogliere bacche in origine e accendere fuochi e raccontarsi storie intorno ai fuochi”.

Il tono della domanda di Alì sembra lo stesso dell’androide del libro di Simack. Mi fa pensare a qualcosa lontano di cui non so niente e che in qualche modo ha creato e sta creando il mondo in cui vivo.

“No, certo che lo ricordo”, gli rispondo.

“Qual è la prima domanda?”, mi chiede Alì.

Non poteva che essere questa: “Come ha imparato l’Italiano così bene?”.

“Mi sono laureato in veterinaria con insegnati italiani. Venivano dall’università di Bologna. In Somalia fino a venti anni fa la formazione, dalle scuole inferiori, fino alle superiori, era in mano agli italiani. Ho letto tanti romanzi italiani”.

“Qual è il suo preferito?”.

“Mi piace tanto Moravia. Tantissimo. Ho letto tutto di lui. La noia, I racconti romani, de La ciociara ho un’edizione Mondadori vecchissima, me la sono fatto regalare dal mio insegnate di letteratura italiana”.

La domestica di Shafick, una ragazza keniana molto bella, porta sul piccolo tavolo al centro del padio un piatto di pasta con i gamberi. Hanno un aspetto bellissimo e il gusto è ancora meglio. Habdullatif finisce il piatto in tre forchettate, poi se ne mette un’altra generosa porzione e mi fa:

“Vedi, vale anche per il cibo. Noi mangiamo pasta ogni giorno in Somalia. È un piatto nazionale. L’avete portato voi, quando siete venuti”.

“Anche i vestiti, il nostro modo di vestire, parlo di quello elegante, l’abbiamo preso da voi”, conclude Alì.

Mi inizio a sentire come deve sentirsi un inglese a vivere in Kenia o un francese in Costa d’Avorio. Ancora una volta parlano come l’androide di Simack in Anni senza fine.

“Ricordo che quando ero ragazzo, a Mogadiscio c’erano parecchi sarti italiani. Erano i migliori e i più costosi”.

Dopo avere detto questo Alì allunga le gambe e si controlla le scarpe. Indossa dei mocassini di pelle nera molto lucidi. La fissazione degli africani per le scarpe è enorme. Devono essere sempre in perfetto stato, il vestito magari può essere dozzinale, ma le scarpe devono essere perfette.

“Già è proprio così, la nostra generazione e quella dei nostri padri è cresciuta con un’educazione molto italiana. Ci avete insegnato molto. Quando noi veniamo in Europa prendiamo sempre come base Roma, perché come ci sentiamo lì non ci sentiamo in nessun altro posto”, continua Alì, dopo che ha concluso che le scarpe sono in ottimo stato.

Nel libro di Simack la razza umana è scomparsa per sempre e al suo posto sono rimasti i loro schiavi di un tempo, gli androidi, che si aggirano depressi e spaesati per la terra raccontando, alla nuova razza dominante, quella dei cani, le storie sugli uomini. Uno di loro in particolare, l’androide Jenkins racconta ai cani, in modo nostalgico, di come il mondo su cui ora camminano è in realtà un invenzione di questo misterioso essere scomparso, migliaia di anni prima, chiamato uomo.

“Vi aspettate che l’Italia torni in Somalia?”, gli chiedo, anche se so che è una domanda provocatoria.

“Ce l’aspettiamo. Noi ci aspettiamo molto da voi. Ma il vostro governo non sembra interessato. E se non c’è interesse da entrambe le parti…”, mi dice Abdhuladif, poi lo interrompe Alì:

“Vedi, se dovesse succedere qualcosa qui a Nairobi, gli inglesi tornerebbero subito, per via del loro legame con questo paese. Ma voi non tornate. Non vi interessa, sebbene la Somalia sia un punto strategico in geopolitica e faccia parte della vostra storia”.

Abdullatif riprende da dove aveva lasciato:

“Siamo entrati subito nel vivo. Ma è così. Se l’Italia tornasse, potrebbero esserci benefici da ambo le parti. La Somalia è una terra ricca. La costa è stupenda. Voi a Malindi avete costruito tanto. Perché non l’avete fatto in Somalia?”.

In una conversazione finale del libro di Simack, l’androide Jankins chiede al cane:

“La conservate ancora la casa degli Webster?”.

Il cane gli risponde: “Sì, la conserviamo così com’è. È un dovere a cui non possiamo mancare”.

Gli Webster sono l’ultima specie che si è vista sulla terra. Sono morti ormai da millenni, ma i cani tengono ancora la villa dove abitavano come un santuario.

In realtà l’ultimo dei Webster, e quindi l’ultimo uomo rimasto sulla terra, ha chiesto di essere ibernato per sempre. Penso queste cose e le metto in parallelo con quello che Alì e Abdullatif mi stanno dicendo del mio paese.

 

Arriva l’agnello e l’insalata di patata. Ci serviamo con calma. La mia testa è tornata lucida dopo il piatto di pasta con i gamberi. Apro un’altra Tasker e mi siedo davanti ad Alì.

“Vedi la Somalia ora è distrutta. C’è una guerra fratricida. Ma la cosa che mi fa più male è vedere queste nuove generazioni di ragazzi. Come mio figlio che stanno crescendo senza la cultura italiana”.

“Credi che sia cosi importante?”, gli chiedo.

“Per noi siete molto importanti. Noi, come ti ho detto, contiamo molto sul vostro aiuto. L’aiuto di fratelli che ci vengano a liberare da questo fardello”.

“Forse è troppo tardi?”.

“Non è troppo tardi. Si può fare tantissimo”, mi risponde Abdullatif,” ma dovete aiutarci a liberarci di questi nostri fratelli che sono impazziti e stanno facendo tanto male a una terra distrutta”.

Il povero Dante ringhia da dietro le sbarre a una scimmia che gli sta tirando delle bacche. È la stessa che prima è riuscita a guadagnarsi la birra nella lotta.

“Il vostro paese ci ha dato tantissimo. Solo che ora è scappato e questo non va bene. Una compartecipazione Italia-Somalia, può aiutare a entrambi gli stati”.

“Dopo Black Hawk Down, nel novantatre, la questione Somalia è un tabù in Europa. Il nostro governo vi invia dei soldi, ma questo è quanto. Ho letto che Frattini vi ha inviato quindici milioni di euro”, gli dico.

“Non servono a niente i soldi dati così. Dovete tornare. Senza gli americani o gli inglesi. Noi con loro non andiamo molto d’accordo. Dovete tornare voi e rimettere in piedi il paese con la vostra cultura”, mi risponde Alì.

“Non è possibile, credo. Ci sarebbero troppi morti e non siamo un paese pronto ad accettarli. A Nassirya sono caduti solo dodici soldati, eppure è stata dichiarata tragedia nazionale. L’opinione pubblica non reggerebbe un colpo del genere e poi siamo tutti molto scettici sulle nostre potenzialità e non ci piace il concetto di invasione”.

“Voi europei pensate troppo. L’Italia potrebbe fare grandissimi affari se tornasse la pace in Somalia”, mi risponde Alì.

Mi torna subito in mente il libro di Simack. La scena finale. I cani venerano gli uomini come divinità. Ma agli stessi cani sono minacciati dalle formiche. Stanno diventando sempre più potenti e minacciano il loro regno. I cani potrebbero mangiarle, tirarle via con una sola leccata. Ma sulla terra non si uccide più da secoli, in più le formiche hanno inventato un modo per lobotomizzare il cervello dei cani e farli andare a lavorare per loro nella costruzione della grande fortezza. La grande fortezza che dovrebbe spazzare via la razza canina.

Uno dei cani un giorno va a chiedere al saggio androide Jankins come possono uscire da quella situazione. Come ne sarebbe uscito l’uomo tanti secoli prima?

Jankins non sa rispondere. Così decide di andare a trovare l’ultimo uomo rimasto, il signor Webster che si è fatto ibernare per sempre. È sicuro di trovare in lui la chiave per sconfiggere le formiche senza uccidere nessun essere vivente.

Jankins sveglia l’ultimo Webester e gli chiede: “Cosa facevate voi per liberarvi della formiche, stanno diventando troppo invadenti e minacciano di uccidere la razza canina e di far tornare la violenza sulla terra”.

Il Webster ragiona un attimo poi dice: “Facevamo una cosa semplicissima. Usavamo una sostanza dolce con cui attirarle e ci mettevamo dentro del veleno mortale. Un veleno lento capisci, per lasciare loro tempo di tornare nel formicaio, così ne uccidevamo molte in una sola volta”.

Dopo aver sentito questa risposta Jankins rimette a dormire Webster. Poi riflette un attimo e decide di non dire niente ai cani. Preferisce che affrontino il loro problema da soli, piuttosto che far tornare in campo una cultura che ormai si è estinta a causa dei suoi errori e della sua violenza.

 

Dopo aver parlato e bevuto abbastanza, Shafick mi chiama da parte. Vado in cucina e lui mi fa vedere una torta al cioccolato ricchissima. L’ha comprata nella migliore pasticceria di Nairobi, un piccolo buco gestito da indiani nel sottoscala del Nakumatt Ukay.

“Sai i somali sono golosi di cioccolato e dolci”, mi dice.

“Davvero?”.

“Una cosa pazzesca. Quando faccio affari con loro, sono soliti masticare Khat, solo che le foglie di Khat sono amarissime, quindi tengono sempre vicino un cesto di schifezze. Roba tipo Big Bubble o cioccolatini”.

Rimango in silenzio. Non so che dire e lui, vedendomi in imbarazzo mi fa:

“Ti hanno detto che si aspettano tanto dall’Italia vero?”.

“Già”.

“Facci l’abitudine. In questo paese, tutti, si aspettano tanto dagli altri. È l’Africa. Non la puoi mica capire con un’intervista. Anzi… evita proprio di capirla”.

La risposta mi piace, almeno tanto quanto il dolce che ho sotto il naso.

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