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Dietro il paravento (foto di Giovanni Barba)

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"L’impressione che si aveva, entrando in Napoli, dalla stazione ferroviaria, venti anni or sono, era di giungere in una città angusta, male odorante, sporca, affogata di case di tutte le altezze, di tutti i colori, portanti, tutte, il marchio del decadimento e del sudiciume...

“L’impressione che si aveva, entrando in Napoli, dalla stazione ferroviaria, venti anni or sono, era di giungere in una città angusta, male odorante, sporca, affogata di case di tutte le altezze, di tutti i colori, portanti, tutte, il marchio del decadimento e del sudiciume. (…) Niuno dubbio che, dopo venti anni, la impressione estetica sia mutata completamente.” Sono le parole di Matilde Serao che descrivono come, al termine dell’800, i cambiamenti urbanistici fossero solo mutamenti di facciata. Come le riqualificazioni nascondessero, invece che migliorare, situazioni di degrado e di abbandono. Viene descritto il Rettifilo, o corso Umberto, come un’arteria, posta nel cuore della città e tirata su come un paravento, a coprire lo squallore dei quartieri popolari. Gli interventi, allora, avevano il carattere di puri abbellimenti. Succede ancora, molto più recentemente, per la creazione di una zona lavorativa, nel centro di Napoli, fatta di uffici e palazzoni e tirata su da un progetto giapponese. Così, adesso, dietro le torri e i grattacieli, accanto e intorno ad un quartiere futuristico ed efficiente, c’è un formicaio pericolante e povero. Come una zolla di terra, staccata ed infilata tra vecchi ruderi, il centro direzionale è un luogo a parte, dentro la città. Un alieno che nasconde e copre e compensa, ma poco alimenta, migliora, converte. Anzi, quello che lo circonda resta sradicato e sofferente e lui stesso, il mostro, il diverso, l’abbandonato, è solo.

© Giovanni Barba
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