Condividi su facebook
Condividi su twitter

London kills me

di

Data

Così restai li seduto, nel cuore di quella vecchia città che adoravo, e che stava a sua volta in fondo ad una piccola isola. Ero circondato da persone che...

Così restai li seduto, nel cuore di quella vecchia città che adoravo, e che stava a sua volta in fondo ad una piccola isola. Ero circondato da persone che amavo e mi sentivo insieme felice e triste. Pensavo a che casino era stata la vita finora, e che non sarebbe andata sempre così.

Da Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi (anche il titolo ricalca quello di un film di Kureishi)

L’immagine è questa: Hampstead, nord di Londra, 9 del mattino di un giorno qualunque in mezzo alla settimana, una donna di trentanni fa salire su un suv mostruoso una coppia di gemelli biondi di scarlatto vestiti, la divisa della scuola, e una cravatta nera. Una immagine assolutamente “normale”, anzi modello perfetto del benessere e del benestare, anche in questo 2009 anno domini della crisi. Hampstead è uno dei quartieri più ricchi di Londra, una delle zone dove è maggiormente concentrata la ricchezza in Europa e forse nel mondo.  In questo quartiere che sorge su una collina a pochi chilometri dal centro, e che ha dietro un parco gigantesco dove sembra che sia stata girata la scena madre di Blow up, hanno sempre vissuto i ricchi: un tempo ci vivevano Freud e Marx, che vi è anche seppellito, oggi Paul McCartney e Tim Burton. Il fatto è che questa immagine non è per nulla normale, non rappresenta nessuna verità ma anzi è la cartina di tornasole di quello che è il nostro mondo, o le sue contraddizioni. È un’immagine ancora scandalosa e la risposta viene sempre dalla stessa città. La risposta è nella città: basta prendere la metro e addentrarsi nel centro o inoltrarsi ancora più a est, nella periferia più nera, per vedere immagini di povertà e la crudeltà di una città che è la vera capitale del mondo, il crudele ingranaggio del capitale.

Londra è un ingranaggio perfetto in cui è molto facile inserirsi: ognuno trova la sua dimensione e è la dimensione del lavoro. Lo è per il broker nevrotico che alterna red bull e the e apre una finestra dentro l’altra nel suo mac sotto le torri della city e per i tantissimi immigrati più o meno poveri che vi giungono. Tra questi ci sono anche i giovani italiani che, inseguendo sogni di gloria e prosperità britannica, vanno a occupare i posti nei vari bar e ristoranti della città. Sembra una cosa diversa dal passato, un trend segno dei tempi: 300mila italiani a Barcellona, alcune centinaia di migliaia qui e a Berlino. L’impressione, però, è che ci sia un’emulazione del movimento estrinseco dei padri e dei nonni. Nulla sembra cambiato, la ricchezza è sempre altrove.

Eppure la ricchezza, qui a Londra, non è solo concentrata al nord. Ci sono alcuni quartieri inquietanti sulla sponda del fiume che hanno solo vetrine milionarie, nomi glamour e marciapiedi in cemento armato, lisci. (Non ricordo quale scrittore africano ha detto: “Le strade di Londra grondano del sangue di milioni di schiavi”). In uno di questi, Chelsea Marina, Ballard ha ambientato uno dei suoi romanzi più significativi sull’inner space: Millenium people. Ballard si immagina, o meglio, porta alle estreme conseguenze le trasformazioni sociali e antropologiche del nostro presente e individua la middle class agiata di Londra come la nuova classe sfruttata e vessata (dalle tasse, dai consumi, dalla new economy) e quindi la nuova massa ribelle. In Millenium people la classe media in tilt organizza attentati terroristici a Heathrow e al London Eye, assalta negozi e costruisce barricate per le strade di Chelsea: è un paradosso ma è assolutamente veridico, coerente con un passato della città che ha visto violenti scioperi di operai fin dal ‘700. Ma ora chi potrebbe portare avanti le istanze dell’insoddisfazione sociale se non proprio la classe media, una classe molto liquida e disposta al cambiamento, fatta cioè di predatori sociali? Forse aveva ragione Ballard: la prossima rivolta sarà in nome di carte di credito inutilizzabili.

Ho avuto la fortuna di capitare nel mezzo del Film Festival di Londra e di assistere a una proiezione serale a Trafalgar Square di alcune pellicole della fine del diciannovesimo secolo. Riprese della città tra cui le prime immagini in movimento che si conoscono risalenti al 1894. La cosa impressionante di questi pochi secondi sbiaditi è la metropoli già definita, un’idea di metropoli viva già cento anni fa. Sembra che l’innovazione tecnologica abbia trasformato poco: nelle immagini dell’Ottocento londinese si vede già il traffico congestionato, i tram a due livelli, come gli attuali double-deck, strapieni e trainati dai cavalli, le pubblicità che già intasano i muri dei bassi edifici della città.

London (lo scrittore) venne a Londra nel 1903 e si infiltrò nel east-end tra quello che definì il “popolo degli abissi”, la massa di disperati che andavano a farsi sfruttare nelle fabbriche lungo il Tamigi o rimanevano incastrati nei sistemi ricattatori degli asili legati alle chiese. Adesso, in una città di quasi 15 milioni di abitanti, le descrizioni e i racconti in Il popolo degli abissi sono datati ma non hanno perso la loro attualità. Il problema è che ci sono molti più filtri e quelle realtà non sono più avvicinabili. A volte però capita che qualcosa affiori dagli abissi conferendo quella sensazione di sistema incrinato e malato. A volte capita che di notte un barbone ti segua per strada sperando in un mozzicone di sigaretta buttato alle spalle. Oppure si dice che il comune abbia ritirato dai luoghi pubblici i distributori di gel igienizzanti per le mani, deterrente contro la febbre suina, dopo che i barboni avevano incominciato a berseli perché contenenti alcol. Sono piccoli segni che non riescono a incidere il velo di Maya di una città che comunque non riesce a nascondere completamente il suo volto.

Una delle metafore più calzanti su Londra si può trovare nel primo libro della saga di Harry Potter della Rowling, Harry Potter e la Pietra filosofale. Quando Hagrid accompagna Harry a Londra a fare shopping per l’imminente inizio della scuola dei maghi, si scopre che dietro un muro apparentemente insignificante di un pub si nasconde una via dove sono concentrati tutti i negozi di magia: Diagon Alley. Diagon Alley è un simbolo del consumismo e del capitalismo. Sotto infatti la vitalità del commercio, sotto le luci attraenti dei negozi di bacchette magiche, sotto una realtà anche ambigua (si pensi alla diffidenza e alla paura del giovane Potter quando entra in ogni singolo negozio), si nasconde una banca tentacolare, fatta di milioni di cuniculi, che si sviluppa per chilometri e chilometri in profondità come una tube millenaria: la banca di Gringot, gestita dai Goblins. La strada commerciale è solo la punta dell’iceberg di un sistema preciso, basato sui soldi, con i suoi incantesimi e i suoi sortilegi. Diagon Alley è come Oxford street, una delle vie più commerciali di Londra, e la città cela i suoi misteri e le sue manovre che governano buona parte dell’economia mondiale.

Nota finale (quasi positiva): Londra non è solo questo: contraddizioni, ambiguità, ricchezza-povertà, consumismo-capitalismo, lavoro e divertimento. Londra è anche un posto nostalgico, fatto della nostalgia di tutti gli immigrati che la popolano, dei loro rituali originari. È un posto dove si fanno incontri epifanici, dove esiste serendipità e dove è possibile crearsi una rete di relazioni, uno spazio rassicurante dolce amaro. Una città dove si trova anche una grande umanità e dove si può essere tristi e felici allo stesso tempo.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'