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Danis Tanovic

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È mattino presto e fa freddo nei locali dove registi ed attori del Festival del Cinema di Roma, appena iniziato, verranno a raccontare di sé.
© Ernesto Ruscio/Getty Images)

È mattino presto e fa freddo nei locali dove registi ed attori del Festival del Cinema di Roma, appena iniziato, verranno a raccontare di sé. I set delle interviste sono stati montati, fatte le prove audio, le prove luci, spostati i pannelli, provati gli sfondi, tutto è in ordine. I ragazzi delle troupe se ne stanno seduti stretti nei giubbotti, battendo i piedi a terra.

Si comincia da Triage, il film che ha inaugurato il Festival   

“Che storia è?” chiede uno dei ragazzi

“La storia di un fotoreporter di guerra, che torna dal Kurdistan, traumatizzato. C’è Danis Tanovic, è lui che intervistano, quello dell’Oscar per No man’s land“.

“L’inizio è forte…” interviene un altro “un ospedale in una grotta in Kurdistan e il dottore che sceglie con il cartellino azzurro o giallo chi si salva e chi no. Quelli che non si salvano li ammazza lui direttamente con un colpo di pistola”.

“E tu che fine avevi fatto? Erano mesi che non ti si vedeva…” Chiede il più anziano ad un ragazzo.

Il ragazzo si stringe nelle spalle.

“Niente, in giro…anche in Abruzzo”.

“Meglio del Kurdistan…”

“Ma dai… in Abruzzo eri finito?”

“Tutto quello che hai visto in televisione, era mio” Dice senza vanto.

“E dì un po’, come è andata?” gli chiedono gli altri seduti nel set vuoto, come attorno ad un fuoco. Per ingannare il freddo e l’attesa.

“È andata che mi chiamano alle 5 di mattina, mi dicono si parte, una sola camera, tra mezz’ora. Io non mi ero accorto di niente, neanche mia moglie, incinta di otto mesi, in macchina gli altri mi raccontano; arriviamo al posto di blocco sull’autostrada, da qui andate avanti a vostro rischio e pericolo, ci dicono e quelli della Rai sono tornati indietro…”

“E certo: quelli hanno lo stipendio assicurato…” dice uno.

“Certo i servizi glieli fanno gli altri…” dice un altro.

Il ragazzo si stringe nel giaccone: “Io pure non è che proprio me la sentivo: è tutto distrutto, è pericoloso, dicevano al posto di blocco, ho pensato che saremmo tornati indietro, invece il capo ha detto: si va avanti… i primi giorni non si mangiava, pure il furgone con i panini, l’abbiamo saputo dopo, si era messo paura e so’ tornati indietro.”

“E senza mangiare stavate?”

“La protezione civile ci portava un pezzetto di pizza. Dormivamo ad Avezzano, voi dormite ad Avezzano che è l’unico posto sicuro, ci hanno detto, in albergo entro nella doccia ed era piena di calcinacci…” Ride “E meno male che era sicuro”.

Ridono anche gli altri.

“E comunque che volevi dormire? Un paio di ore, li facevamo tutti noi i servizi, l’ultimo della notte e poi alle sei per Uno mattina, perché degli altri non è mai arrivato nessuno”.

“E certo continuavano le scosse…che ci venivano a fare?”

“Però la gente là vedessi che coraggio….” riprende il ragazzo “non si lamentava mai nessuno, solo ogni tanto qualcuno ci chiedeva posso ricaricare il cellulare?…”Scuote la testa. Fa una smorfia di ammirazione “Un uomo aveva perso moglie, figlie e l’unica cosa che chiedeva era di ricaricare il cellulare per avvertire qualcuno. Solo quando c’erano le scosse gridavano, svenivano… Con le scosse non ce la facevano… ti sentivi male per loro. Così  per giorni… poi una mattina mi chiama mia moglie e mi dice mi si sono rotte le acque….”

“Ragazzi, veloci: è arrivato il regista” grida una voce dal basso e in un istante ognuno  è al suo posto: chi alla macchina da presa, chi ai microfoni.

Danis Tanovic avanza lentamente, si guarda attorno, sorride, saluta tutti.

Regista e sceneggiatore bosniaco, quarantenne, conosce bene la guerra e molte altre cose sembra di capire dai suoi occhi neri, focosi, di mediterraneo che studiano sornioni ogni gesto, ogni espressione mentre i ragazzi del set lo salutano con rispetto.

Sembra un re.  Altezza media, corpo possente, pantaloni color arancio, e maglione in tinta nei toni dell’autunno. Viso scuro levantino, capelli corvini. Si siede davanti alla telecamera e, in silenzio, ascolta le domande. Con l’immobilità di un leone pronto a tendere una zampata.

“No man’s land  parlava della guerra di Bosnia, della sua guerra. (E dell’assurdità dei media, delle televisioni) Questo film invece parla della vita dopo la guerra. Un fotoreporter parte per il Kurdistan in compagnia di un amico e collega. In cerca dell’immagine più bella che segnerà il salto della sua carriera. Ed invece, di ritorno in patria, nella seconda parte del film quelle stesse immagini sembrano portarlo alla follia. O quanto meno alla depressione. È sempre della guerra che lei vuole parlare?”

Danis Tanovic risponde, con fatica, come se fosse, quello, un esercizio un po’ inutile ed ingrato.

“Dopo No man’s land non avevo affatto voglia di girare un altro film di guerra. Qualunque cosa è meglio della guerra. Anni fa a Cannes Anthony Minghella, con la sua società di produzione, è venuto da me e mi ha dato il libro di Scott Anderson, Triage, mi ha detto tu intanto leggilo e magari ci scrivi una sceneggiatura. E a Minghella e a Sidney Pollack, per rispetto, non potevi dire di no. Il libro mi ha preso. Le cose che Scott Anderson dice sulla guerra sono le stesse che pensavo io, e  una volta scritta la sceneggiatura ho finito anche per girarlo. Minghella lo sapeva… ed io ci sono caduto…” Strizza l’occhio con malizia.

“Anche lei è stato in guerra, anche lei ha ripreso la guerra, cosa ha in comune con Scott Anderson? Cosa spinge secondo lei a filmare l’orrore?”

Danis Tanovic, che durante la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo, ha dovuto interrompere gli studi all’Accademia e si è unito ad una troupe cinematografica che ha filmato materiali usati in film e notiziari, si guarda attorno e poi torna a fissare il giornalista, la domanda è legittima, ma si ha l’impressione che preferirebbe parlare di altro.

“Il materiale che ho girato durante la guerra non riesco più a guardarlo. Proprio l’altro giorno ho trovato una cassetta di cui mi ero dimenticato, ho guardato pochi secondi e poi l’ho buttata via. Quando sei giovane e sei alla macchina da presa ti sembra che la guerra sia roba degli altri, ed invece per filmare devi esporti, devi esserci dentro per questo tanti giornalisti, tanti reporter muoiono: perchè non si accorgono di quanto ci stanno dentro.

Cosa ho in comune con Scott Anderson? Sono sopravvissuto alla guerra, mi porto dietro il senso di colpa, tutti quelli che sopravvivono lo provano, perché lui no ed io sì, te lo chiedi sempre” dice in fretta quasi con rabbia “Condividevo la capacità o la follia di mettere a rischio la vita per una bella inquadratura. L’adrenalina”.

“È una questione di coraggio?…”

“Ma no…” dice fissando un punto lontano “il coraggio era quello delle donne come mia madre, lei aveva paura delle granate, ma usciva per andare ad insegnare: è quello il coraggio”.

“Nel suo film i colori cambiano: caldi in Kurdistan e freddi e cupi a Dublino quando l’uomo torna a casa, è intenzionale? Serve a riflettere il senso di colpa?”

“Non so se sia il senso di colpa, io parlerei piuttosto della noia, che è quello che ho provato io quando sono tornato dalla guerra, sei abituato a vivere con l’adrenalina a mille e proprio non riesci ad adattarti alla vita di ogni giorno, alla calma, alla lentezza. All’assenza di pericolo, mi ci sono voluti anni per adattarmi… La guerra è caos, corsa, tumulto, il cuore che batte all’impazzata. Non è facile tornare. Dopo che sei stato in certi posti e hai visto certe cose, cosa fai? Prendi l’aereo di ritorno e magari all’aeroporto ti fermi pure a prendere un cappuccino?”

E di nuovo torna a guardarsi attorno come un animale in gabbia. Tutto in lui, nel suo corpo possente, sembra chiedere movimento, vitalità, slancio. Apprezza nelle domande il fuoco, la sfida. “Sfidatemi” sembrano dire i suoi occhi sornioni “o almeno non prendiamoci così sul serio”. Forse è il suo modo di reagire alle voci che cominciano a circolare: che al Festival il suo film non è piaciuto.

“Questa è Roma? Non la riconosco.” esclama sorpreso ” Cosa è questo silenzio?” Roma è bellissima, ripete sempre. E a chi lo guarda con un sorriso scettico, lui risponde con severità. “Non sapete quanto siete fortunati a vivere qui, non lo sapete” dice come chi rimprovera dei bambini ingrati. “Magari spostate l’aeroporto a Sarajevo: mi ci è voluto più da Fiumicino in albergo che da casa mia a Roma. Se trovassi un produttore, verrei subito a girare a Roma.”

“E come è possibile allora superare il ricordo della guerra?” riprendono le domande

“Il film lo dice: c’è una parte razionale, poter parlare di ciò che è stato, ed una parte emotiva, amorosa, per me è stato l’incontro con mia moglie, abbiamo quattro figli, ora nascerà il quinto.

L’amore mi ha riportato in vita, solo se ti capiscono ce la fai.

Mia moglie si è stupita quando ci siamo conosciuti, mi vedeva con gli amici, non si parlava mai di guerra, si scherzava sempre: chi è stato in guerra non ne parla mai,  ci si riconosce, ma non se ne parla mai. Serve la testa ed il cuore, una cosa senza l’altra non basta.”

A tratti una domanda lo avvince, infuoca la parte in agguato dentro di lui.

“Il suo protagonista vuole cercare l’immagine più bella. È possibile trovare la bellezza in guerra?”

La domanda ha toccato un nervo vitale, una delle scoperte più inquietanti.

“Buona domanda” tace pensieroso nei suoi occhi scorrono immagini lontane “si può trovare sì… I limiti si espandono, si può arrivare a trovare bellezza nell’atrocità, è incredibile dove si riesca a trovarla la bellezza”. C’è un bagliore cupo nei suoi occhi che hanno visto e forse non avrebbero voluto vedere.

“E allora è vero quello che dice il suo protagonista che solo chi è stato in guerra può capire?”

“Mica bisogna sbattere la testa al muro per sapere esattamente cosa voglia dire, e c’è anche chi va e non capisce niente.” Ride “Però se sei stato in guerra ci sono cose che sai, se incontri qualcuno che c’è stato lo riconosci. È uno stato mentale”. Il suo viso si rabbuia. “Sai che la guerra è il silenzio, il silenzio della guerra è più forte di ogni rumore.”

 

Dai set televisivi si passa attorno ai tavoli per le interviste con la stampa. (Sotto i riflettori adesso ci sono gli attori Paz Vega e Christopher Lee). E Danis Tanovic si dimentica della noia. Sembra che la guerra torni a rivivere dentro di lui e lui torna a raccontare. I suoi occhi scuri brillano come dardi e passano dal cruccio all’ironia.

Deve essere questa la sua dimensione: le lunghe risposte, non le dichiarazioni rapide, taglienti della televisione. “Mi dica in un minuto cosa è la guerra, mi dia la sua definizione di colpa.” A parlar così tanto vale giocare. Invece ora, poche persone strette attorno ad un tavolo, lui si siede comodo, un demone dentro di lui sempre in agguato. Accavalla una gamba, si protende sul tavolo.

Gli chiedono “Ci racconti un suo ricordo di guerra.”

“Volete un ricordo di guerra?” Sorride, l’idea gli piace. Ci pensa su un istante.

“Sì, ce l’ho per voi un ricordo di guerra. Era il 1993, un mio professore aveva organizzato un festival di cinema, eravamo in piena guerra e lui organizzava il festival. Ero a pranzo a casa con i miei, e inizia l’allarme aereo, scendiamo nello scantinato e non succede niente, a quell’ora era prevista una proiezione, ed io decido di tentare la sorte, esco di casa correndo, e cominciano a bombardare, correvo e mi dicevo: ora mi ammazzano, ed intanto correvo, e se non mi ammazzano, arrivo al cinema e non ci sarà nessuno, e se c’è qualcuno non ci sarà il film perché non ci sarà la luce. Arrivo all’ultimo incrocio, con i cecchini, devo attraversarlo, chiudo gli occhi, corro all’impazzata, entro al cinema, e l’ingresso è pieno, erano tutti lì, ma è pazzesco, ho pensato, non c’erano più posti, così mi siedo sulle scale, il film era La Guardia del corpo, spengono le luci, mi dico ma guarda ho rischiato la vita per un film d’amore, poi mi sono commosso e mi sono scese le lacrime, ma guarda, non piangi per la guerra, per gli amici che hai perso, e piangi per La Guardia del corpo. Si accendono le luci, mi vergognavo a farmi vedere.  Mi guardo attorno e mi accorgo che erano tutti commossi. Pazzi, ho pensato, siamo pazzi.

Ecco qua una bella storia sulla magia del cinema. C’era la guerra e noi piangevamo per Bodyguard. Il momento in cui in sala si spengono le luci è ancora per me una delle emozioni più grandi. Amo il cinema, perché il cinema sono le storie, perché mia madre mi raccontava le storie. Mi piace che il cinema mi porti lontano.”

E continua, quasi senza aspettare le domande.

“Forse in guerra non sono impazzito perché avevo uno scopo, la cosa terribile della guerra è che gli uomini perdono ciò che definisce la loro esistenza, il loro significato: sei un professore e non puoi più insegnare, amavi qualcosa e non la puoi più fare, e allora l’uomo comincia ad assomigliare ad un animale, per me è stato diverso, io studiavo cinema e mi hanno chiesto di girare le immagini per l’archivio.

Sono vecchio io? O è il mondo che è cambiato? Mio padre aveva un orologio che gli aveva dato suo nonno, che a sua volta lo aveva ereditato da suo padre, quell’orologio aveva un significato, ora il mio orologio che memoria può avere?” Con rabbia lo posa sul tavolo ” Noi occidentali siamo in piena decadenza, divorati dal consumo. La caduta dell’impero romano è stata un’epoca interessante… C’è una maledizione in arabo che dice “ti auguro una vita interessante”. Tra la gente della mia generazione ci sono tanti divorzi, bambini che crescono da soli, mentre i genitori si affannano a fare soldi” Sul suo viso appare una smorfia di scherno, di disprezzo. “Ci muoviamo alla cieca.  Eppure sul campo di calcio, il giocatore che ha la palla, prima di tirarla, si guarda attorno, per capire quale sia il lancio migliore. Noi no, noi lanciamo palle a casaccio”

Racconta che viveva a Parigi con la moglie ed i figli. Poi sua madre si è ammalata ed in un istante hanno deciso di tornare a Sarajevo. Nel suo cuore c’è attaccamento alla tradizione e alla patria. Da quando è tornato ha lanciato proposte per la ripresa della Bosnia. Ma nella sua terra, come altrove, arte e politica viaggiano lontani

La Bosnia è per lui un tasto dolente, un nervo scoperto. Un’ondata di amarezza.  Che si mescola forse a quella delle voci sul suo film.

“L’Europa, se è vero che esiste, non sa cosa fare in Bosnia, per loro siamo un esperimento ancora in corso. L’Europa ha una grande responsabilità: bisogna prendere posizione nella vita, la neutralità dell’Europa permette ai nazionalisti di tornare al governo. In quindici anni non è cambiato nulla. C’è stata una guerra dolorosissima e ora la gente che governa è la stessa di prima.”

Nella sua voce risuona una delusione, un disgusto, come una nausea, era questa la sua nausea di prima? Per lui la guerra è stata anche l’esilio per poter riprendere gli studi. Una tenacia per andare avanti.

Risponde con veemenza, quasi sgarbato, a chi gli chiede chiarimenti sulla neutralità.

“La neutralità è la cosa peggiore, vuol dire lavarsi le mani: nel 1991 la guerra si sarebbe potuta evitare, sarebbe bastato mandare sei aerei a sorvolare Belgrado e la guerra non ci sarebbe stata, ma nessuno ha mandato un messaggio chiaro. L’unico messaggio è stato: il mondo non interverrà, non solo non interverrà la Russia, non interverranno neanche la Germania, il Regno Unito, la Francia.”

L’amarezza, la durezza gli solcano il viso in una lunga smorfia.

“Si è aperto il campo alle atrocità, da cui nessuno è uscito, il dopoguerra è lungo, infinito”.

Non vuole interruzioni, vuole finire di dire ciò che ha da dire.

“Lei dove vive?” Chiede ad un ragazzo che cerca di interromperlo per un chiarimento.

“Vivo a Berlino”.

“Bene lei vive a Berlino, io a Sarajevo,” parla lentamente con dolore “ma magari leggiamo gli stessi scrittori, vediamo gli stessi film, crediamo nelle stesse cose, e se un giorno prendessero d’assedio Berlino, le piacerebbe a lei la neutralità? Eppure noi non eravamo diversi da Berlino…”

Il ragazzo si irrigidisce davanti alla passione oscura, al gelo negli occhi dell’uomo: “Guardi che è solo un’intervista…” mormora.

Danis Tanovic si alza dal tavolo, perché il tempo delle interviste è finito, forse si accorge di aver calcato troppo i toni, ma non dice nulla, attraversa la stanza, va a ringraziare la troupe, cammina come un re con il suo sguardo di fuoco. Non è abituato a piegarsi e si vede. Non è abituato ad usare giri di parole.

“Grazie” Dice. Stringe ad ognuno la mano “Siete fortunati a vivere in Italia”.

Nei set di nuovo vuoti in attesa del prossimo regista, del prossimo film qualcuno chiede: “E poi in Abruzzo come è finita?”

“È finita che hanno portato una cucina vera, bene attrezzata, e quella gente ha cominciato a mangiare meglio.”

“E poi c’è stato il concerto, quello con Baglioni” dice un altro “C’ero pure io, ma invece di farlo al campo dove stavano tutti, lo hanno fatto nella piazza, e c’erano cinquanta persone, cinquanta di numero, un concerto per il collegamento con Porta a Porta, hanno speso tutti quei soldi per 50 persone, e tutti gli altri non avevano niente, quel giorno mi sono proprio vergognato, uno ha detto “è uno schifo, guardate come stiamo…” l’hanno preso e l’hanno portato via.

Dopo due mesi ce ne siamo andati e allora la gente si è disperata, ma sempre con quella forza che avevano. Non ve ne andate, non ve ne andate. Ci dicevano: ora che voi andate via, noi scompariremo…”

“Poveracci…”

 

Una voce grida dal basso:

“Arrivano, siete pronti?”

“Pronti, pronti”

In un istante ognuno è al suo posto.

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