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Una scena quasi perfetta

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Ettore fissò ancora una volta la scena. Sembrava tutto in ordine ma era sempre meglio essere scrupolosi. I dettagli erano la cosa fondamentale. Si chinò a sistemare meglio la coperta di lana sulle ginocchia della signora Lombardi.

Una scena quasi perfetta di Francesca Lucarini è stato scelto come miglior racconto giallo tra quelli prodotti al Pisa Book Festival nel laboratorio della Scuola Omero, da Marco Marvaldi, autore di romanzi pubblicati da Sellerio, e letto di fronte a una nutrita platea. Ad ascoltarlo c’erano anche gli scrittori Lello Gurrado (autore di Assassinio in libreria, Marcos y Marcos), Francesco Recami (autore de Il Ragazzo che leggeva Maigret, Sellerio), Donato Carrisi (vincitore del premio Bancarella con Il Suggeritore, Longanesi), oltre ai nostri docenti della Scuola Omero.

 

 

Ettore fissò ancora una volta la scena. Sembrava tutto in ordine ma era sempre meglio essere scrupolosi. I dettagli erano la cosa fondamentale.

Si chinò a sistemare meglio la coperta di lana sulle ginocchia della signora Lombardi. L’aveva sdraiata sul divano di pelle chiara del salotto, il viso rilassato illuminato dalla televisione accesa. L’unico segno della violenza era la macchia di sangue che scendeva a imbrattare il cuscino di raso sotto di lei.

La bambina, invece, l’aveva distesa sul pavimento, coricata su un fianco, il braccio sinistro ripiegato sotto il corpo. Davanti a lei aveva posato un diario tutto pieno di cuoricini rosa e, nella mano destra, una penna colorata. Ettore le piegò leggermente la testa in modo che guardasse direttamente il varietà che cianciava alla televisione. Lei aveva lottato, si era divincolata: Ettore aveva dovuto cambiarle il pigiama che si era strappato nella foga. Ne aveva scelto uno giallo con due pinguini che si abbracciavano sul davanti.

Sì, ora la scena era davvero perfetta. Con la mano guantata aprì la porta-finestra e uscì in giardino. Aspettò appoggiato al tronco di un albero, da dove, riparato dalle ombre della notte, riusciva ancora a tenere d’occhio la sua scena. L’automobile, una mercedes nera nuova di zecca, infilò il vialetto a grande velocità.

Ettore tirò fuori dalla tasca interna un lecca lecca al limone e prese a succhiarlo avidamente.

Lombardi scese con un balzo, la valigetta di pelle in una mano e un mazzo di rose rosso fuoco nell’altra.

Ettore lo guardò scomparire nella villa mentre si rigirava il lecca lecca tra le labbra.

Dopo un po’ attraverso la finestra lo vide comparire nel salotto. Stava dicendo qualcosa. La valigetta era scomparsa ma teneva ancora in mano il mazzo di rose. Si avvicinò al divano e si chinò in avanti per baciare la moglie addormentata. Fu solo in quel momento che si accorse del sangue.

Ettore lo vide fare un salto all’indietro, le rose che volavano per aria e lo sguardo che correva alla figlia, riversa per terra. Al grido di dolore sulle sue labbra, si mosse.

Rientrò in casa dalla porta della lavanderia, che aveva lasciato socchiusa. Le sue scarpe non facevano alcun rumore sul pavimento. Quando arrivò sulla scena, Lombardi era in ginocchio, singhiozzante, che cullava il corpo della bambina. Dalla tasca interna estrasse una piccola siringa e si avvicinò. Lombardi non sembrava accorgersi di niente. Si voltò solo all’ultimo momento ma non ebbe il tempo di fare nulla.

“Con tanti cari saluti da don Rosario.” gli disse semplicemente, mentre gli trafiggeva il collo.

Lombardi si accasciò con un gemito accanto alla bambina e la scena era quasi completa. L’effetto della droga sarebbe svanito tra qualche ora: tutto doveva essere pronto per quel momento.

Ettore sfilò il coltello ancora insanguinato dalla busta di plastica per alimenti in cui lo aveva riposto e lo spinse tra le dita contratte di Lombardi. Poi estrasse una bottiglia di whisky doppio malto dallo zaino nero che portava con sé e la versò sulla camicia e sulla faccia dell’uomo.

A quel punto era davvero pronto per dileguarsi nella notte. Tra qualche ora Lombardi si sarebbe svegliato: un mal di testa feroce e la puzza di alcol sui vestiti. Proprio in tempo per l’arrivo della domestica filippina.

Fu solo sull’autostrada che si accorse dell’errore. Si era dimenticato delle rose. Bisognava che la polizia credesse che Lombardi avesse ucciso moglie e figlia e lui si era dimenticato delle rose. La sua scena perfetta era rovinata. Si era dimenticato delle rose e doveva recuperarle.

Appena possibile, Ettore fece inversione e tornò di corsa alla villa. Fece tutta la strada ben al di sopra dei limiti di velocità ma per fortuna non incontrò nessuna pattuglia dei vigili. In poco tempo era di nuovo dai Lombardi. La domestica non sarebbe arrivata prima delle otto: aveva tutto il tempo di sistemare la scena e scomparire senza lasciare traccia.

Entrò di corsa nel salotto. Le rose erano sparse dappertutto, sul folto tappeto accanto al divano. Ettore le raccolse una ad una e le infilò nello zaino, stando attento a non pungersi con le spine. Ci mancava solo che lasciasse il suo DNA in giro per la villa. Ancora non riusciva a credere di essersi dimenticato delle rose. Tutto il resto era come l’aveva lasciato; ogni singolo, piccolissimo, dettaglio. Mancava solo Lombardi.

Ettore alzò lo sguardo di scatto e lo vide sulla soglia, barcollante per l’effetto della droga. Lombardi gli si avventò contro, urlando, ed Ettore non esitò. Estrasse la pistola e gli sparò un colpo solo, sulla fronte. Ora era veramente finita.

Quei bastardi l’avevano fregato. La droga che aveva comprato doveva essere stata diluita in qualche modo. E’ con i dettagli che si costruisce una scena perfetta. E le sue scene erano sempre perfette. Lombardi si sarebbe dovuto svegliare la mattina, subito prima dell’arrivo della domestica: in tempo per essere accusato dell’omicidio. Ora invece era morto e la scena definitivamente rovinata.

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