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Samuel Maoz

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"Quando andiamo da lui e ci presentiamo, Samuel Maoz rimane in silenzio. Un silenzio assoluto che, per un istante, ci lascia spiazzati. È alto, alto e molto...

Quando andiamo da lui e ci presentiamo, Samuel Maoz rimane in silenzio. Un silenzio assoluto che, per un istante, ci lascia spiazzati. È alto, alto e molto magro, ha un principio di calvizie e il viso piccolo e  scavato.

Poi, nel silenzio, ci accorgiamo che il suo sguardo è pieno di sorpresa, una sorpresa che aleggia sul suo viso senza tradursi in parola. La sua stretta di mano è vigorosa e, mentre si dirige nella sala, le falcate delle sue lunghe gambe, nei jeans che ricadono in mille pieghe negli scarponi neri, sembrano condurlo attraverso un mondo di meraviglie, a lui precluso per anni, di cui noi, e chiunque gli vada incontro complimentandosi per il Leone D’oro vinto a Venezia, siamo gli strani abitanti.

Un mondo fatto di conferenze stampa, come quella che sta per iniziare, e di una geografia di luoghi, di festival a cui il suo film Lebanon è invitato: un trambusto, uno spostamento continuo.

“Deve essere stancante” gli dicono.

“Stancante? No. Affatto” Dice Samuel Maoz mentre si guarda attorno con la meraviglia di un recluso il giorno dopo la liberazione. “C’è vita ed energia in tutto questo” dicono i suoi occhi luminosi “stancante è la stasi, stancante è soggiacere impotenti ad un demone che ci distrugge”

 

“Dopo Venezia me l’hanno chiesto in tanti” spiega durante la conferenza stampa. “Dove sei stato tutti questi anni? Come hai impiegato il tuo talento?” Come è possibile che un film così potente ed originale, che rielabora il trauma della sua esperienza nella guerra del Libano, sia l’opera prima di un uomo di quasi cinquant’anni? Cosa hai fatto fino ad ora?

“Sono stato al buio e nelle tenebre” risponde Samuel Maoz, ma lo dice in fretta e sorridendo e nessuno indaga oltre su quei lunghi anni di buio. Che affiorano nel suo viso che dimostra molti più anni, nel suo sguardo a tratti assente, lontano, ma soprattutto nei 93 minuti sullo schermo che restituiscono di quel dramma ogni sapore, ogni odore, il panico, il soffocamento, la claustrofobia e la sporcizia dell’interno di un carroarmato.

“Ora me lo chiedono in tanti: ma cosa è esattamente un trauma di guerra? Hai incubi di notte? Sono ricordi che ti assalgono all’improvviso? Magari fosse così semplice” dice senza rabbia o rancore. “Magari fosse così semplice” Ripete.

Trauma è perdere la giovinezza e, tornati dall’inferno della guerra, sprecare la propria vita, gettarla via. Lasciare che il senso di colpa ci allontani sempre più da noi stessi e da ciò che amiamo fare. Non lo dice in termini espliciti. Solo brevi accenni.

“Ma allora cosa è successo? Come mai, dopo così tanti anni, lei si è messo a scrivere per la prima volta di quell’esperienza di guerra?”

Samuel Maoz prende fiato. È difficile da spiegare, ma ormai deve esserci abituato. “Avevo provato a scriverne già nell’88, uscito dalla scuola di cinema, ma appena cominciavo, tornava l’odore della carne umana bruciata. Dopo la guerra ho imparato, come chiunque viva un trauma, a riconoscere subito il segnale di pericolo, il segnale che ci dice che stiamo entrando in un campo minato, e a fuggire all’istante. Poi, dopo tanti anni, nel 2002 vedevo le immagini della seconda guerra del Libano in televisione, uno dei più grandi reality show degli ultimi anni, non potevo sopportare che si traesse profitto dal sangue vero di quei ragazzi, ho sentito una grande rabbia, avevo quarantacinque anni, o adesso o mai più mi sono detto, mi sono messo a scrivere, vado avanti anche se torna l’odore della carne bruciata, mi sono detto. Scrivevo e l’odore non tornava, forse perché non avevo più nulla da perdere.” Sorride. “Ero così sorpreso, era tale l’energia che sentivo che ho scritto la sceneggiatura in quattro settimane”

Una sceneggiatura dove la trama non era al primo posto, al primo posto era la possibilità per lo spettatore di sentire la guerra. Sentire per capire. Per questo tutto ciò che si vede nel film è visto attraverso il mirino dell’artigliere (di Schmulik che interpreta il regista ragazzo) che, dall’interno del carroarmato, guarda fuori e vede le atrocità delle zone di guerra: l’espressione negli occhi dei sopravvissuti nei villaggi bombardati, confusi con i cadaveri disseminati ovunque, se non fosse per quegli occhi ammutoliti eppure ancora vivi, non ci sarebbe differenza. Ma il mirino che li inquadra ci dice che anche per loro non ci sarà più vera vita.

Dall’esterno lo spettatore passa all’interno del carroarmato e vive i volti sporchi,  i mozziconi galleggianti nell’olio, il sudore che imperla la fronte e si avrebbe voglia di allungare la mano ed asciugarlo.

Si capisce tutto, ed in modo così doloroso che le domande nella conferenza stampa sembrano fuggire, quasi sentissero anche loro odore di carne umana, verso il terreno più sicuro della politica. O forse perché Israele è pur sempre politica e di politica bisogna parlare. Sebbene Samuel Maoz lo ripeta: io non sono un uomo politico, non mi muovo bene nella politica, non so dare opinioni argomentate. E sembra sincero.

Eppure le domande incalzano: Qual è stata la reazione in Israele? E cosa pensa dei Libanesi che non proietteranno il suo film? E crede che lei abbia potuto fare il suo film perché in realtà i tempi sono maturi in Israele? Perché è in corso un processo di  rivisitazione della prima guerra del Libano, altrimenti come si spiega che escano insieme film così vicini come Valzer con Bashir e Lebanon? Pensa che il cinema israeliano sia fautore di questo cambiamento o ne registri solo gli effetti? Esiste un movimento promosso dai cineasti, vi vedete, parlate? C’è anche chi gli chiede “Quanti soldati muoiono ogni giorno in guerra?

Samuel Maoz ascolta a disagio, leggermente stordito per la piega che ha preso la conversazione. Per quel passaggio brusco, repentino. “Come posso saperlo io il numero dei morti?” sussurra guardandoci sbigottito.

Il suo film parla proprio di questo: delle manovre della politica, che si abbattono su un uomo e ne distruggono la vita: “La politica trova la formula per mandarti in guerra e farti uccidere, tu vai, uccidi e quel ricordo poi ti tormenterà per sempre. Il mio film è stato accolto ovunque, le uniche critiche sono venute da Israele e dal Libano”

Racconta ciò che succede oggi in Israele:

“Chi non vuole andare in guerra ora non ci va. C’è ancora l’obbligo legale, ma di fatto se non vuoi andare non ci vai. Ai miei tempi non era possibile. Non potevi tirarti indietro e in quella guerra di cui parlo, la guerra dell’82, il caos era tale che tanta gente è impazzita: è saltata ogni regola, il nemico non indossava uniformi,  si combatteva nei quartieri, la direzione era il nord, andare a nord, ma poi il nord si è esteso a 360 gradi, a volte ci si uccideva tra noi, una follia senza regole. E il Lebano del titolo non si riferisce ad un Paese, né ad una guerra, ma ad una generazione: ai tanti soldati che sono tornati con enormi ferite interiori di cui nessuno si accorgeva, di cui nessuno parlava. Quando cercavo finanziamenti per il film in Israele ho incontrato tanta gente: ricordo un uomo ricchissimo, un grande magnate, sono andato nel suo splendido ufficio in cima ad un grattacielo, ho visto sulla sua scrivania la foto con i bambini, sembrava un uomo felice a cui non mancava nulla, ma poi quando ha letto la storia del film mi ha chiamato, mi ha parlato della sua tragedia: c’era anche lui in Libano, gli hanno detto di sparare su un quartiere dove c’erano solo terroristi, ed invece, ha scoperto dopo, c’erano ancora tanti civili, e ora non riesce a liberarsi di una voce interna che gli grida “Assassino, assassino.”

Per questo ora qualcuno comincia a parlare, questa è la ragione per cui escono film come Valzer con Bashir e Lebanon, non perché ci sia un movimento, ma perchè c’è bisogno di liberarsi del dolore.

A conferenza stampa conclusa, nelle interviste individuali parla della sua personale visione della politica. Parla di Bill Clinton e del grande segno che ha lasciato su arabi ed israeliani. Tutti amano Bill Clinton in Medio Oriente.

E perché? Perché? gli chiedono in cerca di una soluzione, di una proposta politica.

E Samuel Maoz, gli occhi pieni di candore sbarazzino, si stringe nelle spalle “Non lo so perché” dice “so solo che ha un grande fascino, ha charme, ed è quello che conquista la gente. È l’unico, da noi, di cui tutti, arabi ed israeliani,  si siano fidati. I giornali per scherzo dicevano che se si fosse candidato alle ultime elezioni in Israele, avrebbe vinto. Oggi la politica non è più così ideologica, basterebbe promettere un Nobel o qualcosa di molto importante e tutti smetterebbero subito di fare la guerra.” Sorride e con il sorriso nasconde il cinismo delle sue parole.

 

“Non so se i tempi fossero maturi in Israele, ma di certo era maturo il mio tempo, io avevo bisogno di scaricare un peso immenso, e forse anche di perdonarmi, perdono non è la parola giusta, io ho le mie responsabilità, è stato il mio destino: mi sono trovato in una situazione senza via di uscita, ma lì c’ero io, chi ha premuto il grilletto ero io, avevo bisogno di raccontarlo per riuscire a vivere, non a dimenticare no, chi è stato all’inferno ne conserva per sempre il sapore ”

Un inferno che lo ha paralizzato ogni volta che ha cercato di ritrovare il suo sogno.

“Fare cinema è sempre stato il mio sogno” dice sorridendo questo folletto di mezza età, altissimo e pieno di tenerezza, durante il pomeriggio di interviste. “Ricordo le lunghe discussioni con mio nonno: ma perché vuoi fare cinema? mi chiedeva. Ed io gli rispondevo: perché voglio divertirmi con il mio lavoro. E lui scuoteva la testa: ma che storia è questa? Mio nonno e gli uomini della sua generazione pensavano: nella giornata un uomo ha otto ore per lavorare, otto per riposare e otto per divertirsi, che uno volesse unire le ore del lavoro a quelle del divertimento non gli entrava in testa”

Ride Samuel Maoz. E sembra di vederlo il ragazzo che discute con suo nonno. Ora che è riuscito a mettere sullo schermo i suoi demoni, un’energia vitale lo rende instancabile nel concedere interviste. Solo ogni tanto approfitta di una pausa per fumare: voi italiani non siete così diversi dagli israeliani, capite l’importanza di un caffé, di una sigaretta. “Fai, fai con comodo” dicono gli italiani, non come in America. E queste sono cose importanti per vivere” Ma oltre al caffé e alla sigaretta non vuole altro, si abbandona alle interviste, curioso sempre di ogni domanda.

E con sorriso immutato accoglie le domande sibilline sull’opera seconda: perché il mondo che gli è stato precluso è anche pieno di invidia, di gente stanca e delusa, che ha paura della speranza, della rinascita.

“Non crede che superato il trauma, la colpa lei non abbia più nulla da dire?” Gli chiedono “Dopo un così grande successo sarà difficile l’opera seconda. D’altronde si dice che è nell’opera seconda che si rivela il vero artista…”

“Lo so, non sono vecchio certo, ma non sono giovane. Però ho dimostrato di avere talento, e ora voglio recuperare tutto il tempo perduto: vi prometto che mi rivedrete qui tra due o tre anni. Sto lavorando ad un paio di idee: una legata alla guerra, l’altra somiglia ad una commedia surrealista, eh lo so, vi stupite perché chi vede il mio film mi immagina depresso, distrutto, ed invece no, io sono anche questo, io so anche sorridere, scherzare. So anche vendermi.”

E racconta un aneddoto.

“Dopo aver scritto la sceneggiatura l’ho mandata ad un comitato a Rotterdam che legge proposte ed eventualmente finanzia i progetti, l’hanno letta, mi hanno chiamato ed io sono andato: ero lì seduto in una bellissima stanza d’albergo con caffè e croissant, a fare il mio pitch,  a cercare di vendere il mio dolore. Sono andato in bagno e mi sono guardato allo specchio mi sono detto, ma guarda un po’, guardati, ti stai vendendo, eppure mi sentivo bene, ben venga mi dicevo, finalmente ne parlo. Poi ho incontrato qualcuno, uno psicologo, che mi ha detto che poteva essere il trattamento migliore, commercializzare il proprio dolore, cercare di trarne un utile economico, non so…” E ride “è strano per 25 anni non ne ho parlato con nessuno, neanche con un amico. Succede così con la guerra: non ne parli mai con nessuno… Fare questo film mi ha aiutato a parlarne, e ora ho bisogno di continuare a parlare”

Sorride Samuel Maoz. E accanto a lui sembra, d’un tratto, di vedere la vita con altri occhi.

“In Israele ancora non riescono a mandar giù di vedere un soldato piangere, al cinema e nella vita. Io stesso, tornato dalla guerra, non ero stato più capace di piangere, pensavo che fosse normale, che fosse il prezzo che si paga, poi a Venezia alla proiezione ufficiale, quando ho visto la gente alzarsi in piedi ed applaudire, anziani, gente di mezza età, giovani e l’applauso durava cinque minuti, dieci, non finiva mai… all’improvviso ho sentito le lacrime che tornavano. Ho perso le mie lacrime in Libano e le ho ritrovate a Venezia. Che strana cosa il mondo” dice.

Il ricordo dolcissimo di Venezia lo accompagna ovunque. Nelle pause, nei momenti di relax è quello il ricordo che sempre ritorna. “Non me lo aspettavo davvero un successo così” ripete ” quando sono andato da Marco Muller (il direttore del Festival di Venezia) alla fine lui mi ha sorriso, un gran bel sorriso. Quello è un sorriso da Leone d’Oro, mi ha detto qualcuno, ma io non potevo crederci. Sapevo che avevo vinto un premio, ma pensavo si trattasse di qualche premio minore, ed invece la notte della premiazione chiamavano tutti e alla fine eravamo rimasti io e la collega iraniana Shirin Neshat (con il film Zanan bedoone mardan (Women Without Men) quando hanno chiamato lei per il Leone d’Argento, oh che momento è stato… il momento più bello è quello in cui sai che stanno per fare il tuo nome. Ang Lee in quel momento era l’attore ed io ero il regista: sapevo quale battuta stava per dire.

Poi c’è stato l’abbraccio sul palco tra Israele ed Iran e tutti hanno detto “La pace è possibile.” E poi non ricordo più nulla, era tutto bianco, dopo il premio vedi solo luci bianche, sei accecato. Dalle luci, dalla gioia, dalle lacrime.

“E dopo” chiede con dolcezza la responsabile dell’ufficio stampa che era con lui a Venezia ed ora è in macchina con noi mentre andiamo da un’intervista all’altra “dopo la lunga notte dei premi, senza aver dormito sei partito per Toronto? Sarai arrivato distrutto”

“Non ti ho detto? chiede Samuel mentre i suoi occhi inseguono i colori del tramonto sul lungotevere romano “il mattino dopo sono arrivato all’aeroporto e avevo la scatola del Leone d’Oro con me e una donna del servizio di sicurezza subito mi ha fermato e mi ha detto: Cosa c’è in quella scatola?

Ed io le ho risposto: Il Leone d’Oro

Sì sì certo, come no, sono contenta che lei abbia voglia di scherzare a quest’ora di mattina

Non si fidava, non voleva che l’aprissi, chissà, pensava ad una bomba,

Ha chiamato il collega che è venuto con il metal detector, e hanno cominciato a fare i controlli sulla scatola e non la finivano più e poi è arrivato un altro collega di corsa con il giornale in mano dove c’era la mia foto, è lui guardate è lui, gridava e non ci volevano credere e si scusavano. E mille complimenti e mille foto e hanno voluto vedere il Leone, e poi quando sono salito sull’aereo il pilota ha fatto anche l’annuncio: abbiamo l’onore di avere a bordo con noi il vincitore del Leone d’Oro e tutti ad applaudire…”

E non c’è vanto nella sua voce, solo un infinito stupore.

“E come è la scatola Samuel?” gli chiediamo

“La scatola del Leone? Oh la scatola è bellissima, tutta rossa e dentro c’era anche un orologio, l’ho regalato a mia moglie, ma poi l’ha preso mia figlia, ha vent’anni e le piacciono queste cose, ora va in giro per Tel Aviv a raccontarlo a tutti.”

Sua moglie Laura, a cui il film è dedicato, sua figlia: i suoi amori, “senza l’amore non ce la fai ad uscirne” ha detto tante volte nel corso della giornata.

“Bella, una bellissima scatola… rossa ” ripete, rovescia il capo sul sedile posteriore, il suo sguardo si perde nel ricordo di quei giorni, nei colori accesi del tramonto.

Dopo il buio degli anni di guerra, i colori del tempo di pace.

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