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Lebanon

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È sempre più difficile andar a vedere film di guerra, tanto siamo bombardati da immagini di orrore: dal cinema, dalla televisione, dai giornali.

È sempre più difficile andar a vedere film di guerra, tanto siamo bombardati da immagini di orrore: dal cinema, dalla televisione, dai giornali. Ci siamo formata la nostra brava coscienza antiguerresca su un libro e su un film, e gli anni erano quelli intorno alla guerra del Vietnam.

Il libro è stato ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’, di Erich Maria Remarque del 1929 e  raccontava della prima guerra mondiale (All’ovest niente di nuovo, del 1930, di Lewis Milestone, tratto dal libro, è un superclassico dei film antimilitaristi, ma a quel tempo non lo sapevamo).

Il film invece – visto in un cineclub ora scomparso, nei primi anni da studente a Roma –  è stato ‘E Johnny prese il fucile’, Johnny Got His Gun, di Dalton Trumbo del 1971. Anch’esso era ambientato nella prima guerra mondiale, ed era stato preceduto da un libro dello stesso Autore, scritto nel 1939, anche se il film uscì nel pieno della guerra del Vietnam (1962-75).

Da allora molte, troppe altre guerre ci sono state e i film hanno continuato a registrarne gli orrori e moltiplicarne la ferocia, per un pubblico ormai stremato e assuefatto.

Nella certezza che le guerre non finiranno, abbiamo visto sempre meno film di guerra, nell’inutile, quasi infantile, tentativo di negarne l’evidenza; tanto risulta arduo concentrarsi sul linguaggio cinematografico, mentre è di dolore e di morte che si tratta.

Cosicché raramente dei film riescono a penetrare questa corazza di insensibilità militante. È accaduto di recente per due film israeliani, un po’ per caso, un po’ per sentito dire da amici fidati.

Il più nuovo dei due, ‘Lebanon’ ha vinto il Leone d’oro al 66° Festival di Venezia ed è da poco uscito nelle sale romane.

 

Il film. Non sei mai stato dentro a un carro armato, prima, ma dopo questo film puoi dire di averlo fatto. Ti senti in una scatola chiusa da tutte le parti, immerso in un rumore continuo attraverso cui a malapena riesci ad ascoltare cosa dicono gli altri.

Fa caldo; il sudore e il grasso ti si appiccicano addosso.

Aspetti che succeda qualcosa, che non è mai qualcosa di buono. Ti muovi quasi alla cieca – verso l’annullamento o verso la salvezza? – in un vibrazione ferrosa a cui poco a poco ti abitui. Quasi a tutto riesci a fare l’abitudine; anche a guardare fuori con quell’unico occhio metallico, che si sposta con un lieve stridìo e con una visione limitata. Ma è l’unico aggancio al mondo di ‘fuori’.

Forse anche all’odore ti abitui: di sudore, di sangue, del liquido oleoso che si raccoglie sul fondo del carro. Riesci quasi a sentirlo – tu spettatore – trasudare dalle immagini.

Al sole, non ti abitui, le rare volte che si apre la torretta; al suo irrompere nel buio, come un invasore che rende i volti troppo luminosi da guardare; che fa strizzare e lacrimare gli occhi.

Non ti abitui a guardare il mondo attraverso quelle linee a croce che mostrano, nel punto dove convergono, l’obbiettivo “a fuoco”: qualunque cosa sia – un ostacolo, una macchina, una persona – può essere eliminata semplicemente sfiorando un grilletto.

Levami quella croce di dosso – dice alla radio il capitano dell’unità di fanteria di cui il tank ‘rinoceronte’ fa parte, mentre si avvicina per parlare ai carristi, dentro il blindato.

 

“Lebanon” costituisce un’immersione totale dentro a un carro armato che si muove in appoggio ad un reparto di incursori, con il compito di ‘ripulire ‘ un villaggio già ‘spianato’ dall’aviazione. Gli ordini sono poco chiari, brandelli di conversazione, un quadro sempre parziale della situazione di cui altri sembrano avere il controllo, non certo i quattro giovani – tutti sui vent’anni o poco più –  che mandano avanti il carro: Assi il capocarro, Shmulik l’artigliere, Hertzel il servente e Yigal il pilota. Quattro ragazzi di vent’anni o poco più; oltre a Jamil, il comandante del reparto di fanteria, anche lui abbastanza giovane. Impareremo a riconoscerli durante la storia.

La finalità dell’azione, che sembra chiara all’inizio, diventa via via più confusa. Il carro armato perde il contatto; viene danneggiato e rimane isolato, con il suo carico di disperata umanità.

 

Fare un film non è mai facile, per motivi diversi, ostacoli di ogni genere; più spesso difficoltà esterne.

Ma alcuni film sono una discesa all’Inferno: nella carne viva dell’Autore. Questo, in particolare (storia, sceneggiatura e regia di Samuel Maoz, 2009), e un altro  recente, sulla stessa maledetta guerra di Israele in Libano dell”82: “Valzer con Bashir” (Ari Folman, 2008). Scritti, girati, fortemente voluti e sofferti dagli Autori – che sono stati in prima persona coinvolti in quegli eventi, mentre accadevano – al pari di una terapia psicoanalitica.

 

Nei due film citati, dalle stesse premesse si sviluppa un diverso modo di raccontare e viene tratto materiale filmico del tutto differente, ma in entrambi i casi di prim’ordine.

In ‘Bashir’ – originale trasposizione di figure umane in cartoni animati –  il riempimento graduale del ‘buco nero’ della memoria del protagonista su quel che gli era davvero successo in guerra, con un accumulo di prove che non gli è più possibile eludere.

In questo ‘Lebanon’ la memoria ‘impressionistica’ di quell’esperienza; l’immersione totale nell’abitacolo del carro armato, a vivere la stessa esperienza sensoriale ed emotiva  dei quattro ragazzi, la frammentarietà delle notizie, il dubbio di non aver capito delle cose importanti fondamentali per la sopravvivenza, l’incertezza sull’esito della missione e sul loro stesso destino… Un film neanche particolarmente claustrofobico, dato il soggetto, in cui lo spettatore vede e sa solo quello che i componenti l’equipaggio del carro sanno e vedono. Primi piani all’interno e sequenze esterne viste nel mirino dall’occhio dell’artigliere Shmulik (Shmuel, Samuel è il nome del regista).

“Durante le riprese – racconta il regista alla conferenza stampa – avevo difficoltà a spiegare agli attori lo stato d’animo di chi si trova chiuso là dentro, le espressioni che mi aspettavo da loro. Li tenevo al buio, al caldo e di tanto in tanto battevo sulle pareti con una barra di ferro. E ancora non era la stessa cosa!”

Ma il risultato finale è stato quello che tenere lo spettatore segregato in quella situazione per tutto il tempo; una condivisione totale: tu spettatore, in quelle circostanze, cosa avresti fatto?

Una guerra atipica, quella dell”82 – dice Samuel Maoz – perché era la prima volta che venivano chiamati alle armi giovani nati e cresciuti in Israele, ai cui occhi la difesa della patria era sentito come un dovere assoluto, tanto da non potervisi sottrarre. Ma anche una guerra mal organizzata, senza obbiettivi precisi, con un addestramento del tutto teorico; giovani alla loro prima esperienza sul campo: la ‘generazione Libano’, come viene indicata in Israele e come si riconoscono tra loro i reduci. Ragazzi che uccidevano per non essere uccisi, perché in una guerra non ci sono buoni e cattivi: ogni morale sparisce. Come non ha senso chiedere perdono. La colpa di chi ha ucciso non si può eludere. Molti di quei ‘ragazzi dell”82′ saranno segnati per sempre da quell’esperienza; persone che hanno continuato la loro vita, magari avuto successo negli affari, si sono fatti una famiglia… Ma sempre con un grumo di dolore dentro…

Dopo tanti anni non ci si aspetta di essere perdonati – dice il regista – ma di poter ricominciare a vivere con se stessi; con il peso di quella colpa.

Ogni soldato che torna con il suo dolore contribuisce all’esistenza di una società dolorosa; parlarne, metterlo fuori, è solo il primo passo”.

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