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Giardini di mostri. Una guida per riconoscere i propri Mostri

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La breve apparizione dell’Autunno. Sull’onda del ricordo di indimenticabili gite scolastiche torna il tempo di rivedere il Parco dei Mostri di Bomarzo...
– Aaaah! Il Mostro!

– …E sei bella te!

La breve apparizione dell’Autunno. Sull’onda del ricordo di indimenticabili gite scolastiche torna il tempo di rivedere il Parco dei Mostri di Bomarzo, a pochi chilometri da Viterbo, in una luminosa giornata di inizio autunno. Come vederlo per la prima volta, in realtà, sopraffatta com’è la memoria dalla confusione di quel tempo adolescenziale, dalle risate sgangherate e dall’attenzione a tutt’altri aspetti che non i mostri.

Ma i mostri ci sono eccome, come sembrava vagamente di ricordare. Per caso – e come valore aggiunto – c’è anche la magia dell’autunno che regala bacche colorate e piacere agli occhi, prima che le aberrazioni climatiche successive ci facciano cadere nel tormentone ricorrente: Non ci sono più le mezze stagioni! (…signora mia!).

Immagini prese nell’area del parco di Bomarzo. Nella foto di sin. foglie e ricci della pianta del castagno (Castanea sativa – Fam. Fagaceae). A dx. ricci e frutti di ippocastano (Aesculus hippocastanus – Fam. Sapindaceae), che sono tossici, per la presenza di sostanze farmacologicamente attive del gruppo delle saponine (escina)
Sempre nell’area del Parco, pianta e frutti del nespolo nostrano, Mespilus germanica (Fam. Rosaceae).

Il nespolo nostrano, antica pianta italica, non deve essere confuso con il nespolo del Giappone (Eriobotrya japonica, della stessa famiglia), dai tipici frutti color giallo-arancio. L’antico proverbio: ‘Col tempo e con la paglia maturano le nespole’ – Ci vuole pazienza, bisogna aspettare per vedere i risultati – si riferisce al nespolo nostrano (della foto qui sopra), i cui frutti sono immangiabili al momento della raccolta perché aspri e astringenti e diventano commestibili solo in seguito, per un processo di automaturazione detto ‘ammezzimento’.

Anche il corbezzolo (Arbutus unedo – Fam. Ericaceae) giunge a maturazione in questa stagione

L’appartenenza di questa pianta alla famiglia delle Ericaceae sembra incomprensibile, se non si fa attenzione ai fiori (immagine di destra), che sono a forma di otricolo, come quelli dell’erica, appunto (mai dubitare del vecchio Linneo!). I frutti, finemente granulosi al palato, sono commestibili – più una curiosità che una prelibatezza (unedo, unus-edo: ne mangio uno solo). Molto appetiti dagli uccelli – noti ubriaconi – specie quando, oltre la maturazione, cominciano la fermentazione alcoolica. Per  questa caratteristica, nella campagne laziali sono denominati ‘mbriachelle’.

 

Mostri di pietra. Il Parco dunque, fatto realizzare da un potente del tempo, nel bel mezzo del XVI sec., quando in Italia la pittura e l’architettura imitano ‘la maniera’ dei grandi appena passati, Raffaello e Michelangelo: un periodo artistico poi definito appunto Manierismo, che già portava in sé i germi del Barocco. Nel 1552 il principe Pier Francesco (Vicino) Orsini diede inizio al progetto del Parco, avvalendosi dell’opera dell’architetto Pirro Ligorio (1513-1583) anche noto per aver completato la Basilica di San Pietro in Roma dopo Michelangelo e per la realizzazione di Villa d‘Este a Tivoli.

Si tratta di 24 grandi sculture in pietra, in gran parte eseguite sulle rocce naturali di cui era disseminato il terreno: draghi, elefanti, creature acquatiche, tartarughe, orchi con fauci spalancate, lotte tra giganti e persino una casa pendente.

La forma scolpita di Proteo, figura della mitologia greca, figlio di Oceano e Teti, nel parco di Bomarzo
La rappresentazione di un Drago (con incongrue alucce da farfalla) attaccato da tre animali; un cane, un leone e un lupo. Forse a quei tempi dei draghi si aveva un’immagine diversa dalla attuale, ma ci ricorda qualcuno… Paperino forse?
La scultura di Cerbero, il cane a tre teste della mitologia greca, a guardia dell’ingresso al regno dei Morti. Sullo sfondo la grande struttura del Mausoleo
Qui sopra, con il volto di donna, le ali di drago e il corpo di sirena è rappresentata una Furia, un altro demone del mondo infernale. L’associazione tra il mare – già di per sé proiezione del profondo e dell’ignoto – e i mostri marini, è quasi obbligata
L’Orco: forse la più famosa delle sculture del Parco di Bomarzo. Sulle labbra è incisa la scritta ‘Ogni pensiero vola’

Dopo la morte dell’ultimo principe Orsini nel 1585 il parco fu abbandonato. Conosciuto solo dalla gente del posto e da pochi estimatori e cultori del fantastico (anche da Salvador Dalì, negli anni ’30), rimase per secoli nell’oblio. Solo nella seconda metà del Novecento (dal 1953 in poi) fu restaurato per l’impegno di una coppia di mecenati, Giancarlo e Tina Severi e riportato alla fruizione pubblica, incluse le indegne scolaresche (e qui tutto si ricollega!)

Vecchia cartolina risalente al dopoguerra, all’inizio dei lavori di restauro. Sono visibili oltre al ‘Drago’ in primo piano, ‘L’Elefante che stritola un legionario’ e ‘la Casa inclinata’

Sarà stata la giornata di sole, o l’atmosfera giocosa del giardino tutt’intorno, ma il parco dei Mostri di Bomarzo tutto suscita meno che angoscia e paura dei mostri. Certo in accordo con gli intenti del suo ideatore, il principe Orsini, che lasciò a epigrafe della sua creazione la scritta “Sol per sfogare il core”.

E in effetti, al di là dei significati esoterici e delle filiazioni letterarie che si sono voluti trovare nelle figure del parco, il Gioco e la Meraviglia sembrano le interpretazioni più plausibili; un fare a gara per stupire gli ospiti, sport in voga tra i riccastri del tempo.

Statue di mostri e creature fantastiche in pietra tufacea adornano ‘Villa Palagonia’ a Bagherìa (PA), in Sicilia, edificata a partire dal 1715. La villa si è vista recentemente nel film ‘Baarìa’ di Tornatore, anche con la visione immaginaria di un viale di statue (che non fu mai fatto)
A Villa d’Este, Tivoli (RM) la fontana che riproduce la Diana di Efeso – detta anche Fontana dell’Abbondanza, dalle molte mammelle, che simboleggia la fecondità della natura e lo scorrere ininterrotto della vita. Villa d’Este risale circa allo stesso periodo del parco di Bomarzo

Altri mostri di pietra. Le gargolle (francese gargouille, inglese gargoyle) sono delle figure in pietra, scolpite sui cornicioni di molte chiese cristiane medioevali. Il nome è la riproduzione sonora del gorgoglìo dell’acqua che passa attraverso un tubo. Esse avevano la funzione pratica di convogliare l’acqua delle piogge ad una certa distanza dal muro della chiesa. Le chimere (chimères) sono creature composite, metà uomini e metà bestie, che parimenti adornano i loggioni delle chiese medioevali, senza però la funzione di scarico dell’acqua. Gargoyle e chimere raffiguravano di solito mostri e figure diaboliche – raramente figure benevole –  ed avevano il significato simbolico di guardiani delle chiese, per tenere lontano i demoni. Altri pensano che questi doccioni rappresentassero proprio i demoni, da cui i passanti avrebbero potuto trovare scampo in chiesa.

Un doccione a forma di drago sulle scale della Ulmer Münster, Ulm (Germania)
Sulla sinistra Chimères, uno delle più famose creature demoniache della cattedrale di Notre Dame de Paris. Molte di queste figure favolose furono realizzate da Viollet-le-Duc, restauratore del monumento nel XIX sec.
Gargoyle sulla facciata di una chiesa di Toronto, che riproduce lo stile ‘antico’. A dx una gargoyle-drago policroma con l’estremità del condotto di scolo che non viene dalla bocca, ma sporge tra le zampe

Mostri letterari e cinematografici. In accordo con la sua derivazione originale da ‘monstrum’ – o monestrum, dal latino ‘monere’: avvertire; ovvero comunicare agli uomini la volontà degli dei –  il mostro è qualcosa da mostrare perché straordinaria, un prodigio, contro la natura e fuori dalla norma.

A partire da questa radice etimologica, i significati e le implicazioni della parola sono stati i più vari, nel corso della storia umana, dalla meraviglia all’orrore con tutti i gradi intermedi, e hanno determinato in campo artistico una esplosione di creatività come pochi altri temi.

Connotazioni positive o – più spesso – negative.

In senso positivo, o almeno ambiguo, il ‘mostro’ è accostabile ai mirabilia, ai freaks: da esibire, irridere o venerare, a seconda delle circostanze; basti pensare alla presenza di ‘fenomeni da baraccone’ nei circhi e alle corti dei potenti d’altri tempi; o all’attributo di ‘divinità’ dato agli ermafroditi in antiche culture.

Locandina del film ‘Freaks’ film di Tod Browning del 1932

Film anomalo come pochi altri, nella storia del cinema; girato senza particolari trucchi con attori che erano veri fenomeni da baraccone; fu ripudiato dalla stessa casa produttrice (la Metro-Goldwyn-Mayer) e per anni vietato in molti paesi, tra cui l’inghilterra. Rigorosa allegoria sulla ‘diversita’, sostiene la tesi – indigeribile al tempo, ma ancora oggi – che ancora più mostruosi dei mostri da baraccone sono gli esseri umani ‘normali’.

Le copertine di diverse edizioni del romanzo di fantascienza – meglio sarebbe definirlo ‘fantasy’ – Cristalli sognanti (The Dreaming Jewels, 1950) di Theodore Sturgeon; 1a e 2a edizione italiana rispettivamente del 1953 e del 1963. Più di recente riproposto da Adelphi (1997)

Il libro ipotizza la presenza sulla terra di creature aliene, ‘i cristalli’ appunto, che appaiono agli occhi umani come prismi sfaccettati. Entità parallele al mondo degli uomini e supremamente indifferenti ad esso, che esprimono una creatività naturale; una aspirazione alla bellezza che si manifesta a volte nel mondo reale in forma di cose, alberi, esseri di aspetto umano. Molte di queste creazioni, cercate in giro per il mondo da un uomo terribile – un misantropo chiamato ‘il Cannibale’ – che ha scoperto il segreto dell’esistenza dei ‘Cristalli’, sono riunite in un circo, che per certi aspetti ricorda quello dei ‘Freaks’ di Tod Browning.
Le storie di questi fenomeni e la loro autentica umanità, a dispetto dell’aspetto deforme, la figura femminile di Zena, le vicende del nano Horton e dell’uomo serpente Solum, sono creazioni letterarie davvero mostruose!

 

Abbiamo parlato fin qui di aberrazioni, devianze anatomiche e/o genetiche; comunque fenomeni del mondo fisico. Ma non fanno troppa paura i mostri di questo tipo, anche se, in senso negativo, la loro presenza si carica di un giudizio morale o di implicazioni esoteriche, a seconda del contesto.

Ben più invadenti e angoscianti sono i mostri di dentro; le proiezioni del nostro inconscio. Non è un caso che la fantasia umana sia stata attratta – in ogni tempo e cultura, nelle sue più varie espressioni artistiche – dal diverso e dal mostruoso.

I mostri più pericolosi sono dentro di noi; mostri innati o molto precoci. Quelli che turbano forse i sogni dei bambini che si svegliano piangendo; che danno un aspetto orrido alla paura della fame, della solitudine, dell’abbandono. Mostri che nella vita adulta si impara a tenere a bada o a mettere fuori di sé, razionalizzandoli in vario modo. Che riaffiorano nelle opere degli artisti per aver essi una più acuta percezione, il coraggio di penetrare e di rappresentare le zone oscure dell’animo umano.

Il pianeta proibito (The forbidden planet), un classico del cinema di fantascienza, del 1956, diretto da Fred McLeod Wilcox e prodotto dalla MGM

Dalla trama e dai personaggi de ‘La Tempesta’ di Shakespeare fu liberamente tratto, nel 1956, questo film, uno dei primi e più famosi della fantascienza ai suoi inizi, con implicazioni inopinatamente metafisiche nel finale. La storia narra di una spedizione terrestre su un lontano pianeta durante la quale gli esploratori trovano i resti di una civiltà avanzatissima che ha prodotto una macchina enorme, grande a perdita d’occhio, di cui non riesce a comprendere la funzione. Unico essere vivente un vecchio professore e sua figlia, sopravvissuti ad una precedente esplorazione.

Succede però che durante i periodi di riposo dell’equipaggio, un misterioso nemico uccida, calpesti e distrugga tutt’intorno; i superstiti che riescono a ripartire, guidati dal solito eroe americano, capiscono all’ultimo momento la  funzione della macchina, il motivo dell’assenza dei costruttori e le devastazioni da loro stessi subite.

–  I mostri dell’Id ! – rivela l’eroe al resto dell’equipaggio attonito – I mostri dell’Id – che attraverso la supermacchina, creata per rendere reali i desideri degli Antichi, aveva distrutto letteralmente ‘dall’interno’ quella civiltà e stava per annientare anche loro; essa infatti realizzava non soltanto i desideri coscienti, ma anche le pulsioni oscure della mente.

 

Senza andare troppo lontano nello spazio, le storie fantastiche sulla profondità dell’animo umano hanno segnato l’immaginario occidentale; dal Frankenstein (Frankenstein, or the modern Prometheus) di Mary Wollstonecraft  Shelley, pubblicato nel 1818; il Dracula dell’irlandese Bram Stocker del 1897, da cui tutti gli epigoni letterari e cinematografici legati ai vampiri. Ancora, tutta l’opera di Edgar Allan Poe (1809 – 1849) pervasa di mistero, inquietudine e angoscia. O anche  Howard Phillips Lovecraft 1890 – 1937), alla base della moderna letteratura di science fiction e di fantasy, fino al più famoso dei contemporanei in campo:  Stephen King.

Per l’aspetto visivo si sono più volte presentate su queste pagine, opere di pittori impegnati su questo tema  [su Hieronymus Bosch v. in “O”: Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati 
del 07.12.08]

La prima edizione del romanzo di Robert Louis Stevenson (1886): Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde – The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e la locandina di una – la prima nell’epoca del sonoro – delle tante trasposizioni filmiche della storia: Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1931), di Rouben Mamoulian (1931)

Il libro di Stevenson è tra i più compiuti esempi della ambivalenza dell’inconscio; la natura duale dell’animo umano: luce e ombra, il Bene e il Male. Insieme al ‘Ritratto di Dorian Gray ‘(The Picture of Dorian Gray’, 1886) di Oscar Wilde, è tra i romanzi basilari sul tema del doppio.

 

Nei tempi in cui viviamo è soprattutto il cinema ed evocare i mostri e ad influenzare l’immaginario relativo ad essi. Qui il campo si fa sterminato e per i cultori della materia, il campo è fertile di implicazioni per discipline anche distanti dal cinema.

Recente monografia sull’horror americano (guardacaso il più ricco!) pubblicato da Dino Audino Ed. (2007)

Di fronte alla sterminata produzione artistica di horror, – in un mondo dove già ce n’è abbastanza- vengono alla mente molti interrogativi. Il significato degli orchi e altre creature maligne nelle fiabe per bambini è stato studiato da molti. In aggiunta ai classici studi di Bruno Bettelheim [Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 1982], il teologo e psicologo del profondo Eugen Drewermann ipotizza per esse una funzione rassicurante; proprio nei confronti di quell’aggressività che i bambini (e gli uomini) sanno di avere e che spesso rimuovono. Attraverso la fiaba – e il loro moderno succedaneo, che è il cinema – si liberano di questo loro insidioso senso di colpa.

Anakin Skywalker (Dart Fener): per i cultori della saga di ‘Star wars’ di George Lucas – sei episodi, tra il 1999 e il 2005 – non c’è bisogno di troppe spiegazioni; gli altri… dovranno vederla

Altri fattori si possono considerare:

– l’abituale lieto fine (almeno nelle fiabe classiche);

– un elemento di gioco e smitizzazione di calamità – come il male e la morte – troppo grandi da affrontare con i mezzi usuali della ragione;

– l’esorcismo di un evento temuto e l’effetto liberatorio della sua rappresentazione;

– la bieca utilizzazione che le Chiese di molte religioni fanno delle legioni di diavoli ed esseri maligni per incutere paura e compattare i fedeli

– infine – ma l’elenco potrebbe continuare – la presa d’atto del mistero, dell’inconoscibile che permea le nostre vite…

Locandina de ‘La notte dei morti viventi’ – Night of the living dead, film horror Usa (1968), antesignano di tutto un genere, scritto e diretto da George A. Romero

“Cinema e letteratura hanno seguito un percorso inverso nei processi di rappresentazione novecentesca della paura: il cinema ha fatto di tutto per darle una forma; la letteratura l’ha sistematicamente distrutta. Da Lovercraft a Saramago, passando per la lezione imprescindibile di Stephen King, la narrativa del Novecento ha cercato soprattutto di sbarazzarsi della ‘maschere’ ricevute in eredità dal romanzo ottocentesco e penetrate nell’immaginario collettivo come simboli del ‘minaccioso’. Se l’Ottocento aveva generato Frankenstein e Dracula, il Novecento letterario rifiuta di produrre mostri così immediatamente riconoscibili e preferisce invece far emergere dal buio di universi ctoni sconosciuti, il richiamo arcaico di creature senza forma e senza nome (Lovercraft), insieme all’orrore annidato negli angoli del quotidiano (Stephen King) o al timore della perdita della nostra capacità di percepire con gli occhi e con lo sguardo, evocato da Josè Saramago in quel testo epocale delle fobie di fine millennio che è ‘Cecità’. Dai volti pallidi e spettrali usciti dai cunicoli del gotico alle forme spettrali della minacciosità post-moderna, la letteratura ha tenuto in vita la paura come fantasma sociale, negandole ripetutamente la visibilità. (…)

(… …) …Quanto più il cinema ha reso la paura visibile, tanto più ha negoziato la sua controllabilità. Che il cinema sia stato per tutti – suo malgrado – la nostra kubrickiana ‘cura Ludovico’?”

[Da: Gianni Canova. “Lo svuotamento del fuoricampo”. Segnocinema n° 100, Cineforum, Vicenza; 1999]

Immagini da film animati di mostri. Sopra: Da ‘Monsters & Co’ (2001) della Disney/Pixar; sotto: ‘Mostri Contro Alieni’, ‘Monsters vs. Aliens’ (2009) della Dreamworks Animation

Halloween. Entriamo dunque adeguatamente mascherati, la notte del 31 ottobre, nella festività di Halloween – il nome deriva da ‘All Hallows Eve’: ‘Vigilia di tutti i santi’ – credendo di scimmiottare l’analoga festa importata dagli Stati Uniti. Mentre, al di là delle mode del momento, la tradizione è antichissima. È arrivata in America con gli immigrati nord-europei che mantenevano tradizioni derivate addirittura dai Celti; è di conseguenza ben presente nel nord-Europa e gli storici delle tradizioni popolari hanno identificato riti simili in molte regioni italiane. Vi si ritrovano sia l’uso di zucche svuotate e illuminate dall’interno, sia i fantocci che rappresentano le streghe, e in Sardegna – nella tradizione de ‘is animeddas’, le streghe, appunto – i bambini travestiti e mascherati bussano alle porte chiedendo doni.

Alla base di queste usanze ci sono tradizioni molto antiche, recuperate e istituzionalizzate dalla Chiesa che spesso ha incorporato vecchie festività pagane nelle proprie ricorrenze. Ma nella espressione originale – derivata dalla cultura celtica – il significato era quello di un periodo dell’anno di incerto confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, con il bisogno di ingraziarsi o ingannare gli elfi e le fate, entità dispettose o malevole.

Vetrina fotografata in questi giorni che precedono Halloween, celebrato alla moda americana, anche se le nostre tradizioni non sono da meno (v. nel testo)

Las dias de los Muertos. Una cultura diversa, come quella sud-americana, esprime negli stessi giorni, l’uno e il due novembre, una originale tradizione legata al ricordo dei morti. A tutti gli effetti una festa: ‘el dìa dos angelitos‘ il primo giorno, in cui si onorano i bambini, e ‘el dìa dos mortos’ il secondo, con canti e balli, pranzi apparecchiate sulle tombe dei congiunti morti, la diffusione di bancarelle con scheletri e teschi di zucchero (calaveras) in vendita per la gioia dei bambini.

Il significato profondo è demitizzare la morte, renderla – come d’altra parte è – un evento naturale, accettarla e farla accettare ai bambini; in definitiva, fare un esorcismo…

Sarabanda di scheletri festosi nelle illustrazioni per las dias de los Muertos
L’uso messicano di scheletri-bamboline di zucchero riccamente decorati e di piccoli teschi di zucchero cristallizzato

Tempo di Mezzo. Ma ancora più strano è trovare una tradizione analoga a quella di Halloween in una cultura e un paese quanto mai diversi da quelli appena presentate. Qualche tempo fa ho passato un paio d’anni in un paese asiatico, ed ero stato particolarmente affascinato da alcune loro tradizioni…

Il Capodanno singalese cade in un momento indefinito tra il 13 e il 14 aprile. Il Capodanno, mi hanno spiegato, non è una ricorrenza religiosa, ma si può dire culturale e ‘astrologica’; una volta tanto i monaci non c’entrano e non ci sono particolari obblighi di recarsi al tempio.

Di sicuro c’è che 13 aprile l’anno vecchio finisce… (pàrene aurudù ivarài..!). Poi, il 14 aprile, comincerà… l’anno nuovo (alut aurudù)…

– E in mezzo?

Ecco, questa è appunto la stranezza: l’anno vecchio finisce e quello nuovo comincia solo qualche tempo dopo… C’è un interregno di alcune ore di incertezza, di nulla, durante il quale non si deve fare niente di pratico …non si cucina, non si pulisce casa; i più ortodossi osservano una stretta astinenza (purifying and fasting..). Tutti si dilungano nel raccontare che i loro vecchi specialmente – che sentivano la tradizione molto più di quanto non sia avvertita adesso – stavano in meditazione e digiuno e a volte neanche parlavano se interrogati, per tutto quel tempo. Del passato è comunque restata, molto sentita, l’idea di interruzione di ogni attività e ogni decisione, in questo tempo che è considerato ‘unauspicious’ (infausto).

…Eppure è una tradizione affascinante, che si presta a tante suggestioni, quella di un tempo sospeso in cui forze ignote sono scatenate sulla terra e gli umani sono in silenzio, spaventati dalla loro pochezza, al confronto…

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