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A Francoforte la Cina è (troppo) vicina

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La Cina è stata la nazione ospite di una delle fiere del libro più importanti e prestigiose del mondo: la Frankfurter Buchmesse (che si è svolta dal 13 al 18 Ottobre).

La Cina è stata la nazione ospite di una delle fiere del libro più importanti e prestigiose del mondo: la Frankfurter Buchmesse (che si è svolta dal 13 al 18 Ottobre). Fatto questo che ha suscitato non poche polemiche a 20 anni dagli eventi di Tienanmen. In molti si sono chiesti se la scelta di investire il governo di Pechino con un simile riconoscimento possa essere stata un errore, quando la situazione dei Diritti umani e della libertà d’informazione ed espressione preoccupa la comunità internazionale. Ma come non farlo, dato che la Cina è divenuta ormai un paese centrale negli equilibri internazionali? L’organizzazione della Fiera, infatti, si prodigava da ben 15 anni per assicurarsi la partecipazione del colosso asiatico con il ruolo d’invitato d’onore.

“Sappiamo benissimo che in Cina c’è un sistema totalitario che fa largo uso della censura” ha argomentato Juergen Boos, direttore della manifestazione, garantendo però la massima libertà d’espressione alle Ong che lottano per la democratizzazione del paese.

Ecco allora approntate due piattaforme, per quello che un articolo del “New Yorker” ha definito uno scontro culturale tra le due “Cine”: una, quella delle Ong e degli oppositori, l’altra quella ufficiale, gestita dallo Stato, che ha investito oltre 5 milioni di euro per l’apparizione alla Buchmesse e portato oltre 100 titoli tradotti in inglese e tedesco per l’occasione.

D’affari si tratta, dopotutto, di nulla più. E la cosa non stupisce, se si guarda un po’ alla storia e ai numeri da capogiro di questo “mostruoso” frutto dell’Industria Culturale: oltre 7000 gli espositori (dato che rappresenta un primato mondiale), centinaia di migliaia tra visitatori e addetti ai lavori da oltre 100 paesi. L’evento Fiera si svolge su uno spazio di 171.790 mq con oltre 401 mila titoli in mostra. Per rendere meglio l’idea delle dimensioni, il paragone con la nostra Fiera del libro di Torino può essere d’aiuto: la scala potrebbe stimarsi di quindici ad uno.

Il critico letterario Guido Almansi definì la kermesse come “una fiera perfetta per chi non ama il libro oppure per chi tratta il libro come una merce” ed infatti la fiera, che getta le radici nel 1448 (anno in cui Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili), è sempre stata un luogo fondamentale per lo scambio dei libri, tanto da essere stata promossa ad appuntamento fisso dal 1949. Come per dar valore alla tesi che vede l’arte soggiacere a logiche di profitto, elaborata anch’essa (quando si dice ironia del caso!) a Francoforte nel 1947 dagli affiliati all’”Istituto per la Ricerca Sociale” Adorno e Horkeimer.

E l’Italia?

Per quanto ci riguarda, l’AIE ha presentato il rapporto sullo stato dell’editoria, immediatamente dopo l’inaugurazione. In questo spazio di 276 mq realizzato dall’AIE stessa e dall’Istituto per il Commercio Estero si è parlato ancora di dati, quello più scioccante è che solo il 44% degli italiani acquista (non legge) almeno un libro l’anno.

Questo può accadere quando si dimentica che il mestiere dell’editore non si può  ridurre solo a quello di “fare l’affare”, di prendersi una fetta di quella torta miliardaria che svaluta il valore estetico, educativo e formativo di un’opera in cambio di una distrazione momentanea. Quando ci si dimentica, per esempio, che tra il 1600 ed il 1700 la circolazione della letteratura illuminista servì a minare alle fondamenta l’ancien regime e a fondare le basi per l’opinione pubblica ed il libero pensiero. Bernard Picart, un incisore francese del ‘700 amante della craftsmanship, incise una vignette che raffigura l’Arte della stampa, il festone recita: Vitam mortius reddo (restituisco la vita ai morti). Per quelli di piazza Tieanmen bisognerà aspettare ancora.

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