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Mauricio Rosencof: “La nostra capacità di immaginazione ci ha fatto volare”

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"Il destino del mondo, di un Paese e di ogni individuo è nelle mie e nelle tue mani. Perché l’essenza, il cuore della libertà, è sentirla dentro di sé. E quando ci si sente così, anche 13 anni di prigionia disumana non sono in grado di scalfirti"

“Il destino del mondo, di un Paese e di ogni individuo è nelle mie e nelle tue mani. Perché l’essenza, il cuore della libertà, è sentirla dentro di sé. E quando ci si sente così, anche 13 anni di prigionia disumana non sono in grado di scalfirti”. Mauricio Rosencof, 76 anni, oggi è scrittore, drammaturgo, assessore alla cultura a Montevideo e parla di libertà come un bene supremo, prezioso, da difendere con i denti. Nel suo Memorie dal Calabozo, presentato mercoledì a Roma presso l’Istituto Italiano Latino-Americano, racconta (come i precedenti Lettere mai arrivate e Discorsi con l’espadrilla, i suoi anni terribili di prigionia, trascorsi in celle d’isolamento alte 180 centimetri e profonde 120.

La sua storia non è solo un dramma individuale, di solitudine, disperazione mista a speranza e di una salvezza finale, meravigliosa quanto inaspettata, ma è la storia stessa dell’Uruguay. Siamo nel 1975, e il Paese è in piena guerra civile. La crisi economica inasprisce i conflitti, e solo due anni prima Bordaberry aveva guidato il golpe e imposto la dittatura militare. Rosencof è un guerrigliero del Movimento di Liberazione Nazionale. Lotta per la democrazia, per uno Stato più giusto, per la libertà. Insieme ad altri otto prigionieri politici, diventa il simbolo della repressione dei golpisti. La  carcerazione nei calabozos (di cui la traduttrice Serena Ferraiolo ha preferito conservare l’originaria suggestione linguistica) non è solo una pena, ma diventa l’interfaccia dell’alienazione. Gli oppositori sono l’anima della protesta: e quindi vanno rinchiusi, torturati, umiliati, privati di ogni speranza. “Non potevamo – racconta Rosencof – allungare le braccia, tanto era stretta quella fossa. E ovviamente, non era possibile incontrare nessuno, nell’ora d’aria e per mangiare. Tantomeno comunicare con il mondo esterno, esclusa la visita una volta al mese dei familiari”.

Ma è proprio in questo assoluto abbandono, nell’abisso (non solo letterale) della solitudine, che Mauricio riesce ad aprire un varco. Una notte, dopo aver picchiato per l’ennesima volta contro il muro, invece del solito silenzio la parete restituisce un altro suono, che viene dal calabozo accanto. È Eleuterio Fernandez Huidobro, che divide con lui quest’inferno, che ha capito il segnale e accetta la sfida. I due, per tener viva la comunicazione, inventano una sorta di codice Morse, un alfabeto virtuale (a ritmo di colpi e pugni sul muro) con cui parlare, condividere angosce, dubbi e idee, e magari coltivare anche un’impossibile speranza. “Col tempo, abbiamo trovato una sintonia sempre maggiore. Come è stato possibile? Grazie ai sogni, direi. Avevamo una realtà tangibile che non potevamo vivere consapevolmente. Chiedevamo acqua e ci dicevano di bere la nostra urina. Ma la nostra capacità di immaginazione ci ha fatto volare”.

Fino a riuscire nell’impresa di sdrammatizzare, di riderci sopra. “Un giorno non avevamo da mangiare, e allora ci siamo inventati che la Svezia si era accordata con i militari, uno scambio tra noi prigionieri e una partita di merluzzi. Non è durato molto, ma questo sogno a colpi di nocche ci è servito eccome”. E a volte anche ad esplorare i confini tra realtà e fantasia. “Non so come, ma avevamo organizzato una partita a scacchi attraverso il muro. Ognuno muoveva le pedine, e ovviamente cercava di barare un po’, senza il controllo dell’altro. Un giorno abbiamo perfino litigato, e colpivamo il muro con più forza. Per poco non ci scoprivano le guardie. E dopo un po’, ho dovuto ammettere che parlare con Eleuterio… era come parlare a un muro”.

Eleuterio è il coautore delle Memorie, e anche se il carcere ha profondamente minato la sua resistenza fisica, per Mauricio è sempre giovane, “ottimista e coraggioso”, pieno di quell’ardore che ha permesso ad entrambi non solo di sopravvivere, ma di sperare in un mondo migliore, fino alla liberazione del 1985. Ma ogni attimo di Rosencof è un inno alla vita, all’allegria e al sorriso, e a parlarsi liberamente e chiamandosi per nome, mantenendo intatta la gioia di essere al mondo da protagonisti. Del resto, in Uruguay si ha molta dimestichezza con la poesia, e con la memoria. “Un uruguaiano su 54 – ricorda Mauricio – è passato attraverso il carcere, o ha dovuto subire processi o interrogatori. Ebbene, non c’è una sola persona che non abbia lasciato a ricordo di questa esperienza una poesia, un racconto, un ricordo. Lo spirito, da noi, anche se depresso, continua a cantare”. Ed è proprio questa, secondo Rosencof, la ricetta da tenere a mente per un mondo migliore, senza più odio, dittatura, privazioni di libertà. Questo mondo, però, a quanto pare è ancora lontano. “In questi giorni ricorre l’anniversario delle deportazioni ad Auschwitz; ancora abbiamo negli occhi, oltre ai fatti della nostra terra, anche la terribile guerra civile spagnola. Oltre ai fatti della nostra terra, il mondo non sembra ancora troppo lontano da queste ferite”.

E allora qual è la ricetta per voltare pagina, per poter cantare finalmente a un mondo migliore? “Ciò che serve è una unica, grandissima, barricata di memoria contro l’oblio, che non deve esistere né in Italia, né in Uruguay né in tutto il mondo. Questa è l’unica speranza, l’unica garanzia del No Pasaràn“.

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