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Infiniti soli, innumerabili mondi a Campo dei Fiori

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Campo dei Fiori. La piazza mai vuota. Molto più affaccendata di qualsiasi altra piazza romana. Già alle prime luci del mattino è tutta un affanno di voci...

Campo dei Fiori. La piazza mai vuota. Molto più affaccendata di qualsiasi altra piazza romana. Già alle prime luci del mattino è tutta un affanno di voci e di mercato. Di pomeriggio è sporca e stracciona di cassette, di frutta ammaccata e profumata di spezie e maleodorante di immondizia. Di notte una fiumana di gente smarrita e ubriaca regala il proprio tempo a baccani e vino e a volte a risse. Gli impiegati, consolati da un aperitivo che giustifica la loro esistenza, si ritirano lasciando spazio a ragazzini che prendono d’assalto la piazza e la scuotono in tutti i modi, tristi e allegri e senza senso. Al centro della piazza una figura si staglia alta e segna il centro di un rettangolo di case disposte a incorniciare un pezzo di cielo. Nessuno sembra notare Giordano Bruno, incappucciato e severo come un giudice a osservare l’andirivieni di giorni e notti e tempi e a ricordare che la piazza era teatro di roghi, esecuzioni. E forse non è un caso che Campo dei Fiori sia una delle poche piazze romane a non avere una chiesa. Troppe presenze oscure, chissà, aleggiano ancora e si sono ribellate all’ipocrisia dei cleri.

Qualche pazzo della zona guarda a volte in su e intrattiene conversazioni con quel volto muto. Una donna urla i suoi versi vestita di stracci, quando le va piscia come i cani nel mezzo della piazza, ride. Poi si appoggia a un muro arancione e caldo e scrive, mentre i topi si nascondono e si accoppiano tra le intercapedini della luce. Un indiano col parrucchino sta sempre lì la sera a ripetere il suo copione di mago stolto. Ridono in molti di lui, ma l’importante è riempire quei capelli finti di pochi spiccioli in barba a ogni dignità, che la dignità è avere soldi per campare.

Ai tavolini dei bar ci si siede e si sceglie quale musica ascoltare, tutte alte e tutte assordanti, si mischiano in frastuono, alzare la voce è una difesa.

Prova ad acciuffare il silenzio un mimo, ma si arrende anche lui e alza il suono di uno stereo vecchio, note new age accompagnano i suoi gesti e le smorfie del volto bianco di cerone, nel quale le rughe anno dopo anno si assestano in solchi.

La libreria nella piazza, Fahreneit 451, dal nome rovente che ricorda un altro rogo, potente come un monito, è una boccata di ossigeno, una istituzione. Piccola e fornita, attenta e dal clima famigliare, resiste al passare del tempo accogliendolo e mostrando nelle sue vetrine e scaffali libri che invogliano come fossero primizie, perlopiù grandi classici o il meglio di quel che rimane di questi tempi. Sentirsi ignoranti chiacchierando con i librai è un piacere sottile.

La sera dell’8 ottobre la vetrina è allestita con testi di Giordano Bruno. La sera dell’8 ottobre Campo dei Fiori ha le luci più basse, la piazza è parzialmente oscurata, il frastuono sembra svanito e la gente è in attesa. Qualcosa sta accadendo. C’è un palco proprio sotto la statua. E un enorme telescopio è puntato verso il cielo, il volto di Giordano Bruno sembra osservarlo dall’alto come se lo benedicesse.

Ci si siede su sedie bianche di plastica come nella piazza di un paesino, ma la piazza di lì a poco si aprirà in universi e il nostro mondo e la gente attorno appariranno piccini, come i nostri quotidiani affanni, minimi al cospetto dei balzi interstellari e della magia, vera, che verrà svelata.

Si scorgono i drappi della veste, il cappuccio sul viso di Giordano Bruno, un viso carico di presagio. Il volto serio e dallo sguardo concentrato, come chi sa che è nel giusto. Un piede avanti, in un cammino verso il futuro, stretto tra le mani un libro, strette a sé le parole con le quali ha vissuto combattendo. A stare seduti da qui si vede la statua contro il cielo, un cielo nero ma troppo chiaro di luci della città, si apprende che si lanciano in cielo tante troppe luci che offuscano le stelle, senza motivo se non per spreco. E le stelle stanno lì in una coincidenza astrale che le riporta nella stessa posizione in cui la notte del 17 febbraio del 1600 il corpo di Giordano Bruno fu arso vivo e nudo nella piazza, ignaro che proprio sopra di lui, in quel cielo che egli stesso aveva sancito colmo di ‘infiniti soli, innumerabili mondi’, si potessero osservare altri soli e pianeti, non solo intuirli, e che a distanza di centinaia di anni avrebbero costituito il terreno di ricerca della moderna astrofisica, in fermento nello studio dei sistemi extrasolari.

E sono le stelle ad ammutolire la piazza, che si stringe attorno al palco, sopra il quale Altair, Deneb e Vega disegnano in cielo il triangolo estivo, un triangolo inscritto un rettangolo quaggiù mentre la circolarità del globo e la dimensione sferica ruota sul suo asse segnato dalla stella polare, una stellina che si fa fatica a riconoscere, spersa e debole di luce. Commovente metafora della difficoltà a trovare un orientamento e un punto saldo. Il sole, il nostro, è dall’altra parte dell’emisfero. E qui, noi, seduti. Senza la minima idea dei drammi e di cosa vuol dire lottare. E morire per le idee.

È Vincenzo Vomero che apre l’evento, dal nome che fa rivivere le parole di Giordano Bruno, Infiniti soli, innumerevoli mondi, organizzato dal Planetario di Roma di cui Vomero è direttore scientifico. ‘Costruisco musei scientifici nelle città’, è così che si presenta. Racconta che il Planetario è una piccola struttura che riceve una grande quantità di gente alla quale viene rivelata la scienza. Oltre 400 mila persone ogni anno assistono ai racconti astronomici sotto la cupola del Planetario dell’Eur narrati dallo staff scientifico. E lo staff è composto da ‘quattro nomi che stanno crescendo’: Gabriele Catanzaro, Giangiacomo Gandolfi, Stefano Giovanardi e Gianluca Masi. Quattro astronomi narratori e registi di spettacoli che abbracciano svariati e affascinanti temi astronomici, con un taglio divulgativo ma senza tralasciare i nessi con l’arte, la filosofia, la musica e agganciando la bellezza del cosmo a quella terrena.

E così, mentre Stefano Giovanardi e Gianluca Masi si alternano a illustrare il cosmo attraverso le stelle visibili da Campo dei Fiori, trasportando il pubblico in viaggi stellari e spiegando le ultime scoperte astronomiche, Giangiacomo Gandolfi compie un singolare esperimento in diretta al cospetto di Giordano Bruno: attraverso un telescopio, osserva il transito di un lontanissimo pianeta attorno al suo sole, si tratta di Tres-3b, distante 1000 anni luce da noi. Nel mentre, Gabriele Catanzaro dietro le quinte orchestra le bellissime immagini e dà il ritmo all’evento. La musica di Fabio Tricomi, polistrumentista di strumenti antichi, riporta nel passato con suoni che hanno il sapore di torce accese e danze.

“Esistono infiniti Soli. Innumerabili mondi ruotano intorno a questi Soli, similemente a come i sette pianeti ruotano intorno al nostro Sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi”. Queste le parole eretiche di Giordano Bruno, scritte nel 1584, che nel 2009, anno internazionale dell’Astronomia, sono rese tangibili, prendono forma sotto lo stesso cielo nel quale il corpo e non il pensiero di Bruno è stato bruciato, in un’ira oscura di ignoranza e di difesa di un potere basato su assiomi falsi. Un potere che ancora oggi non si piega al nuovo, alla infinita possibilità della mente umana, temuta e tenuta a bada da dogmi tanto rassicuranti quanto anacronistici.

È Corrado Augias, attraverso un video, che nell’estratto del suo spettacolo Le Fiamme e la Ragione racconta nel dettaglio la storia del processo a Giordano Bruno e la notte del rogo. Ricostruisce la storia della statua nella piazza, rimasta lì nonostante i molti tentativi, persino recenti, di toglierla di mezzo per esorcizzare il libero pensiero. Si rabbrividisce alle sue parole che strappano applausi.

Ormai tutti noi dimentichiamo di essere al centro di Roma, il nostro pensiero è portato altrove, indietro nel tempo e nel futuro, a distanza di anni luce, in balzi che fanno venire il vuoto d’aria e la curiosità è destata, si nota sui volti della gente, sorridenti e senza traccia di noia. L’intelligenza esercitata è la più potente fonte di allegria.

A fine spettacolo, quando Tres-3B ha completato il suo giro attorno al suo sole, si inizia a girare nella piazza, dove due telescopi sono messi a disposizione di chi vuole osservare il cielo. Uno sguardo nel piccolo cerchio catapulta nell’infinito, dove il tempo è una dimensione talmente tangibile da lasciare attoniti. Le stelle si muovono, non stanno mai ferme. Come gli studi scientifici, affannati alla ricerca di vita. Accomunati all’arte, alla musica, alle parole. Comprendere, cercare meravigliandosi, la bellezza di mondi tutti da scoprire.  Alla ricerca di nuove Terre.  Per una notte, tutto sembra possibile anche nel nostro piccolo mondo alienato.

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