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Barry Harris e l’etica del bebop

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                        to learn

                        to understand

To give and to grow… for to

Heighten and

                        enlighten

                        the minds

Of all

                        is the challenge

                        and towards this goal

                        we will

Strive in oneness

 

(Barry D. Harris)

 

Parole. Arrivano prima della musica appena si apre il sito di Barry Harris. Semplici, accurate, gentili e forti. Parole che contengono tutti gli elementi che si dipanano e si armonizzano mentre lo si ascolta, Barry Harris: un gigante del jazz dalla fisionomia piccola, ma grande nel suo modo di insegnare e di suonare.

 

Entra qui per ascoltare

                        per imparare

                        per capire

Per dare e crescere… perché

Elevare e

                        illuminare

                        le menti

Di tutti

                        è la sfida

                        e verso questo fine

                        noi

Lotteremo uniti

È così che potrebbero suonare in italiano. Ma la traduzione non rende. E non rende per via del suono e dell’impossibilità – senza cambiare il senso – di tradurre mantenendo quelle iniziali delle parole che non a caso in grassetto nell’originale compongono, in verticale verso il basso ma con un chiaro senso ascensionale, la parola Ethos.

Ethos in greco vuol dire originariamente “il posto da vivere”. Secondo Aristotele, ethos insieme a logos (ragione) e pathos (emozione) è una componente del ragionamento. È capacità morale ma anche competenza e conoscenza. Etica, logica, emozione. Logica o emozione mi pare siano in questi tempi sempre messe a confronto in una visione che le polarizza e le esclude a vicenda. E di etica, che è anche la ricerca di uno o più criteri che consentono all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri, si parla in modo altrettanto separato dalle altre due componenti. È singolare come invece la filosofia greca le tenesse insieme, necessarie per la retorica, l’arte del discorrere. Fare musica non è tanto lontano dal fare un discorso. Frasi, incisi, accenti, idee, ritmo, un tema attorno al quale l’improvvisazione non è altro che lo sviluppo di un pensiero.

Ethos, il posto da vivere, è la musica per Barry Harris. Il posto di cui la musica ha bisogno è nelle persone, grazie alle quali e per le quali la musica vive. E Barry Harris considera tutti come fossero note o strumenti musicali. Ai suoi corsi si può accedere con o senza una preparazione alle spalle.

Basta volere imparare e avere l’umiltà dell’ascolto, a volte più difficile di ogni altra azione.

 

La volta scorsa in cui Barry Harris venne a Roma, a marzo, arrivai in ritardo, fui più imperdonabile del solito. Aveva già smesso di suonare in una fredda notte quasi di primavera.

Ma vedevo una strana espressione in chi usciva dalla sala. La sala, un tempo piena di tavoli da biliardo, il Felt di Roma che tutti chiamavano Il Biliardo appunto, era stata trasformata in un vero e proprio jazz club. L’aria rossa e calda. Nessun verde di panno. Ma come bocce tutte quelle facce che uscivano sembravano aver subìto una spinta, non orizzontale per andare in buca, ma altrettanto precisa e verso l’alto per centrare ognuna la propria stella. Doveva essere l’effetto delle note ascoltate.

Barry Harris è considerato una leggenda vivente nel jazz. Non solo suona ancora, quasi ottantenne, ed è stato insignito dei più autorevoli premi internazionali e riconoscimenti, ma insegna e quando non è in viaggio a tenere i suoi corsi, vive a New York  dove ha creato un movimento di musicisti che lo segue regolarmente. È tornato a Roma dal 14 al 18 settembre, grazie all’organizzazione dell’Associazione Culturale Roma Jazz Workshop con l’impegno di Anna Patuso e Luciano Fabris. E il 18 sera, in un caldo settembre che correva nell’autunno, si è esibito in concerto. Sempre in quel posto, dove la volta scorsa lo vidi andare via con le mani strette una sull’altra, doloranti, che solo quando suona gli passa il dolore, dicevano intorno. Il dolore che una improvvisa malattia gli ha lasciato non lo ha però fermato e nemmeno indebolito nel suo modo di suonare. Un bopper romantico, che scalda il bebop di grazia, e che ha suonato con Thelonious Monk, di cui era grande amico e con il quale ha condiviso la casa e una miriade di note, Dizzie Gillespie, Charlie Parker, Coleman Hawkins, Bud Powell, Sonny Stitt, Cannonball Adderley, solo per citare alcuni dei nomi tra i più luminosi del firmamento del jazz.

Dopo averlo conosciuto, capii che bisogna trovare il proprio modo per far passare il dolore. Un varco per raggiungere la propria stella e ruotarci attorno finché si può.

Da un concerto di Barry Harris ci si aspetta molto. Ma non si riesce a immaginare la grande bellezza che viene regalata e un tipo di emozione duratura, che scava con gentilezza e che ha il dono, sul serio, di elevare lo spirito. Quella funzione originaria dell’arte, rarissima, che mette in contatto l’interno con l’esterno, ricreandolo senza negazione. Una nascita, con il dolore e il trauma della nascita addolcito dalle note, abbracci di suoni.

E si è anche riso al concerto, risate al ritmo di brani velocissimi che infuocavano l’aria e che accorrevano come salvagenti allegri a tenere a galla dopo l’immersione nell’intensità delle ballad, che Harris esegue con grande dolcezza lirica. I’m thru with love è stata la prima che ho riconosciuto, ma le lacrime si stavano per sciogliere nelle note di A time for love, un pezzo scritto da Michel Legrand.

Nella pausa tra i due lunghi set, non potevo non chiedergli di quel pezzo, di quella ballad che mi aveva fatto sentire come non fossi ancora nata, fluttuante nella placenta e al riparo da ogni sofferenza. Le parole sono bellissime, ha risposto Harris, poi tacendo come se si fosse immerso nei suoi ricordi, gli occhi lontani guardavano in un altro tempo. Ed è stato sul palco che Harris ha ripreso il discorso, ricordando di quando una volta, sempre a Roma, mentre stava suonando proprio A time for love, una farfalla gli si posò sulla spalla e stette lì per tutto il tempo, per tutta la durata della musica. Nessuno riusciva a crederci.  Harris è convinto che quella farfalla fosse Pannonica, la baronessa del jazz che ha ospitato e aiutato molti celebri musicisti, Harris incluso. La migliore amica che il jazz, e in particolare il bebop, abbia mai avuto.

E il secondo set si è acceso non solo grazie al piano di Barry Harris, che ha suonato in trio con Luca Pisani al contrabbasso e Oreste Soldano alla batteria, ma si è trasformato in una jam session dove Harris ha invitato sul palco giovani musicisti italiani, di cui la sala era gremita. La grinta della modenese Nicoletta Manzini che col suo sax alto d’argento tiene testa ai bopper uomini, l’emozione di Valerio  Pontrandolfo, originario di Potenza che con il suo sax tenore sottolinea la sincerità delle idee e i due fratelli prodigio, i bolognesi Luigi e Pasquale Grasso, giovanissimi ma già colossi nel modo di suonare, rispettivamente al sax e alla chitarra.

“Trattateli bene”, ha ribadito più volte Barry Harris, “sono grandissimi musicisti”, quasi a sottolineare la poca attenzione che i jazzisti purosangue hanno dal grande pubblico.

Il bebop, con i tempi veloci, le armonie complesse e le melodie complicate non è certo una musica di semplice ascolto. Già da quando superò lo swing alla fine degli anni Trenta contrapponendosi alla leziosità formale delle grandi orchestre che facevano da sottofondo ai balli e al fruscio delle sete, iniziò a tirare cazzottate stupende di suoni che svegliano da ogni torpore conformista, con uno stile e un linguaggio per pochi. In qualche modo è la parte più intellettuale del jazz e spesso è suonato dai musicisti per i musicisti. È stato una rivoluzione nel jazz. Come il punk all’interno del rock. Chi pensa che il jazz sia una musica rilassante, come spesso si sente dire, osi ascoltare il bebop.

Ma Harris in qualche modo supera questo discorso. È un bopper, certo, però il suo modo di suonare è apparentemente semplice, comprensibile. La sua complessità è nel trovare strade raffinate per dare emozione. Harris suona per tutti, per tutti coloro che hanno la capacità di ascoltare, perché crede fermamente nella musica e suona con fiducia, con l’atteggiamento di fare un regalo inatteso, il cui effetto più bello è l’espressione del volto di chi lo riceve.

Ascoltare Harris non è un’emozione momentanea, una fuga estatica. È un insegnamento. E le grandi lezioni non si scordano.

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